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Editoriale

“Il regime talebano appartiene già alla storia” (Jürgen Habermas, 2001)

di Mattia Salvia

Lo scorso settembre, sulla London Review of Books, Thomas Meaney si esercitava nel gioco intellettuale di ricostruire vent’anni di guerra in Afghanistan tramite l’accumulo di citazioni; il risultato era il vivido ritratto dell’evoluzione di uno spirito del tempo. Intellettuali come Jurgen Habermas e Christopher Hitchens che nei primi anni Duemila prevedevano che i talebani non sarebbero mai più tornati al potere, ambasciatori e giornalisti americani che, un decennio dopo, confezionavano ritratti adoranti dei presidenti afghani Karzai (“la sua eredità, per quanto riguarda il suo paese, sarà notevole”) e Ghani (“legge libri sulla transizione dal socialismo al capitalismo in Europa orientale, sull’illuminismo in Asia centrale mille anni fa, sulla guerra moderna, sulla storia dei fiumi afghani”); intanto la Lockheed Martin che esultava per le occasioni di profitto offerte dalla guerra al terrorismo, analisti militari americani che si lamentavano dell’impossibilità di capire cosa stesse succedendo sul terreno con le metriche di valutazione correnti, un ragazzino pakistano che diceva “oggi preferisco i giorni nuvolosi quando i droni non volano. Quando il cielo si rischiara e diventa blu, tornano i droni e con loro la paura”. 

Il collage è evocativo del profondo distacco tra ideologia e realtà che ha caratterizzato la guerra in Afghanistan. Su un lato della medaglia l’universalismo astratto dei valori occidentali, la bandiera del progresso e i suoi nemici, cleptocrati alla guida di traballanti governi coloniali trasfigurati in statisti di spessore – Cenerentole che, allo scoccare della mezzanotte e con l’ingresso dei talebani a Kabul, si ritrasformeranno in cleptocrati, come nel caso di Ghani in fuga su un elicottero pieno di banconote. Sull’altro lato, invece, la realtà di una guerra coloniale di cui nemmeno gli stessi combattenti, dopo la sbornia di umanitarismo iniziale, comprendevano più la ragione – nelle ultime fasi della guerra, gli stessi soldati americani inviati in Afghanistan non erano ancora nati quando era cominciata e non avevano alcun ricordo dell’Undici Settembre, il casus belli. La guerra in Afghanistan ha superato se stessa: dichiarata come prova di forza degli Stati Uniti alla fine della storia convinti di poter disciplinare sovranamente il sistema globale, a un certo punto è diventata qualcos’altro. Chi oggi ha visto in diretta la sua conclusione, se guarda indietro alle sue prime fasi non riconosce lo stesso conflitto. Chi pensa più a Bin Laden, chi ricorda più il Mullah Omar? Gli stessi talebani, un tempo barbuti fondamentalisti nelle grotte, oggi shitpostano su Twitter.

Come ogni anno, il primo numero di Iconografie è un numero di archivio di un fenomeno concluso del nostro presente: quest’anno l’oggetto non poteva che essere la guerra in Afghanistan, quella che dieci anni fa chiamavamo “la guerra infinita” e che pochi mesi fa abbiamo visto finire. Prima ancora di essere un conflitto che ha segnato un’epoca e avuto conseguenze profonde – pensiamo al suo impatto sulla storia del terrorismo jihadista e della guerra occidentale al terrorismo – è stata uno simbolo prima dell’apogeo e poi del declino dell’egemonia statunitense sul mondo, e uno specchio del nuovo ordine a venire dopo la ritirata del poliziotto globale. Nei talebani che, baldanzosi, vanno a Doha a firmare la pace dopo 20 anni di guerra o nelle foto degli elicotteri che evacuano l’ambasciata americana a Kabul non c’è solo l’immagine di un Vietnam, ossia di una guerra persa, c’è la fine di un periodo storico: quello in cui l’Occidente ha scoperto il resto del mondo, e deciso che non gli piaceva, e provato a cambiarlo a suo piacere.

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Iconografie è un prodotto Undermedia curato da Mattia Salvia
Testata registrata presso il tribunale di Milano n°148 del 3 luglio 2019
Direttore responsabile: Alessandro Braga

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