Nella timeline sbagliata

Gli equilibri a cui eravamo abituati sono al tramonto, e ancora non si scorge l’alba di quello che verrà. Mettiamoci comodi, e godiamoci l’interregno. 

di Mattia Salvia

13 ottobre 2011. Il mondo è reduce da alcuni tra i più eclatanti eventi di inizi XXI secolo: sono scoppiate le primavere arabe, il leader di al-Qaeda Osama Bin Laden è stato ucciso in un raid americano, e sull’isola di Utøya, in Norvegia, Anders Bering Breivik ha da poco sterminato 69 giovani iscritti al Partito Laburista, inaugurando una stagione tutta nuova del suprematismo bianco.

Mentre pubblico e commentatori riflettono su tutto questo, negli Stati Uniti va in onda un episodio, intitolato «Remedial Chaos Theory», della serie tv comica Community. Scritta da Dan Harmon – che più avanti diventerà famoso come creatore di Rick and Morty – la serie ruota attorno a un gruppo eterogeneo di studenti iscritti al fantomatico Greendale Community College; in «Remedial Chaos Theory», i diversi protagonisti lanciano un dado a sei facce per decidere chi di loro dovrà andare a ritirare una pizza, e da quel punto la puntata si divide in sei diverse sottotrame, che seguono le sei diverse linee temporali – o timeline – con al centro i relativi personaggi.

In una di queste timeline, quella con protagonista l’ex giocatore di football americano Troy (a sua volta interpretato da Donald Glover, in arte Childish Gambino), succedono una serie di eventi che portano a una rocambolesca sequenza di catastrofi: incidenti, sparatorie, un incendio nell’appartamento… Alla fine dell’episodio, le cose tornano alla normalità; ma durante i titoli di coda, vediamo quale sarà il futuro della linea temporale in cui a prendere la pizza è andato Troy: c’è chi ha perso un braccio, chi è diventato alcolizzato, chi è morto… Nel gergo della serie, diventerà nota come «the Darkest Timeline»: la linea temporale in cui cose che non dovrebbero succedere – cose che non dovrebbero esistere –  succedono davvero.

La timeline oscura, la timeline peggiore, la timeline più strana, la timeline sbagliata. Sono espressioni che, negli ultimi anni, hanno cominciato a diffondersi a macchia d’olio nelle nostre conversazioni di tutti i giorni: partite da internet e dal mondo dei meme, hanno infine contagiato il nostro linguaggio, diventando un mezzo per esprimere disagio, incredulità, sgomento per questo o quell’evento sconvolgente di cui ci troviamo a essere spettatori. In Occidente, l’idea di essere involontariamente precipitati in una «linea temporale sbagliata» si è trasformata in una lente attraverso cui guardare l’attualità sociale e politica, che a ogni ciclo di eventi ci sembra sempre più irreale, sempre più incomprensibile, sempre più… sbagliata, appunto. Sui social abbiamo visto diffondersi meme che assomigliano a una sorta di rito per esorcizzare tutte le cose terribili, spaventose, ma anche assurde e ridicole che implacabili scandiscono i nostri calendari: la gif di un ragazzo che si getta giù dallo scivolo di un parco acquatico, solo che l’acqua non c’è, e a ogni sobbalzo compaiono in sovrimpressione i vari anni – 2016, 2017, 2018, 2019 e così via –, fino a quando il ragazzo non va a schiantarsi nella piscina vuota, e allora ecco l’anno nuovo. Oppure il format «tu vs il ragazzo di cui lei ti ha detto di non preoccuparti», dove tu sei l’anno passato e l’altro ragazzo è l’anno che verrà. Tutte articolazioni di uno stesso pensiero: l’anno scorso era stato assurdo, quest’anno è stato più assurdo, l’anno prossimo sarà ancora più assurdo. Con la speranza, implicita, che non vada così. Ma con l’altrettanto implicita consapevolezza che probabilmente è proprio così che andrà. Perché, ebbene sì: quella in cui viviamo è la timeline oscura, peggiore, sbagliata. 

Andato originariamente in onda in un tempo che ancora non aveva conosciuto Donald Trump, pandemie globali e minacce atomiche in piena Europa, «Remedial Chaos Theory» tocca insomma un nervo scoperto dei nostri tempi, dando espressione a un sentimento sempre più diffuso. Anno dopo anno, il mondo in cui viviamo ci sembra scivolare sempre più velocemente lungo una china inarrestabile fatta di instabilità, irrazionalità, caos a ogni livello politico e sociale. È come se fossimo precipitati in un’illogica, demenziale, ma anche terrificante Era dell’Assurdo.

Non facciamo in tempo a storicizzare un avvenimento epocale che un altro avvenimento epocale è già accaduto. Nel 2019 sembra che il pianeta stia esplodendo in un’ondata di proteste globali: Libano, Iraq, Cile, Venezuela, Hong Kong… Passano poche settimane, e di colpo le piazze di tutto il mondo si ritrovano vuote, deserte: nelle metropoli viene imposto il coprifuoco, e i telegiornali si trasformano in bollettini medici riportanti i dati dei morti per un nuovo virus sconosciuto. Passa ancora qualche mese, ed ecco che un paese come gli Stati Uniti, vale a dire la nazione-guida dell’Occidente intero, versa sull’orlo di una situazione insurrezionale: scontri di piazza, anarchici che bloccano le strade con dei checkpoint e proclamano una specie di comune a Seattle, elezioni che si svolgono in un clima di tensione, un tentativo di colpo di Stato guidato da un attore fallito che si fa chiamare «lo sciamano»… E così via. Passati da una follia all’altra, ci ritroviamo col fiato corto: è tutto troppo

Ma come siamo finiti in questo casino? E soprattutto: quand’è, esattamente, che questo casino è iniziato? Che da qualche tempo a questa parte qualcosa sia successo, è innegabile. Nemmeno vent’anni fa, gli eventi capaci di produrre sull’Occidente un senso di shock e spaesamento erano tutto sommato ancora pochi: gli attacchi alle Torre Gemelle di New York l’11 settembre del 2001, certo. La grande crisi economica del 2008-2009, anche. In mezzo, un decennio circa in cui gli eventi sembravano susseguirsi a un ritmo normale: si verificava un fatto degno di nota, poi un altro, e in mezzo c’era tutto il tempo necessario a elaborarli. 

Adesso non è più così – o almeno questa è la nostra percezione. Ci viene in mente il famoso adagio di Lenin: ci sono decenni in cui non accade nulla, e poi settimane in cui accadono decenni. 

Ma non è solo una questione di ciclo di notizie impazzito, della maggiore quantità di informazioni a cui siamo esposti, e della nostra difficoltà a processare un flusso degli eventi che oggi scorre sempre più veloce. La sensazione, semmai, è quella di un cambiamento qualitativo. Ancora pochi anni fa, ci sembrava che il mondo avesse senso. Oggi non ce l’ha più. Il risultato è che, arrivati a questo punto, non siamo nemmeno più sicuri che questo senso sia mai esistito davvero. Forse era solo un sogno da cui di colpo ci siamo svegliati. Forse è un falso ricordo.

Ecco, un falso ricordo – e non è un modo di dire. Tra le tante ipotesi sulla natura dell’attuale Era dell’Assurdo, la più famosa è probabilmente quella che va sotto il nome di «effetto Mandela» – una sorta di grande teoria del complotto nata dall’immaginazione dell’americana Fiona Broome, scrittrice e appassionata di paranormale. La teoria nasce in un momento imprecisato degli anni Duemila, quando Broome «scopre» che Nelson Mandela, l’ex leader della lotta anti-apartheid e poi presidente del Sudafrica, è ancora… vivo. È un dettaglio ovvio e apparentemente insignificante (Mandela morirà nel dicembre del 2013), eppure a Broome qualcosa non torna. Il motivo? Semplice: Mandela era morto in carcere nei lontani anni Ottanta – e lei lo ricordava benissimo! Ricordava chiaramente la notizia sui telegiornali dell’epoca. Ricordava i servizi sul suo funerale. Ricordava il discorso della moglie durante la cerimonia. Ricordava il Sudafrica in lutto e i disordini che erano seguiti. 

Erano tutti falsi ricordi, certo. Ma il dettaglio importante è che Broome non era la sola a ricordare male: moltissime altre persone condividevano le sue stesse memorie (poi raccolte sul sito MandelaEffect.com), sulla morte di Mandela ma anche su svariati altri eventi del passato più o meno recente. A partire da questo patrimonio comune di falsi ricordi, Broome elabora quindi una teoria: per forza di cose, da qualche parte deve esserci un universo parallelo in cui Mandela è morto in carcere negli anni Ottanta del Novecento; solo che a un certo punto qualcosa è andato storto e quell’universo si è mescolato al nostro. Le timeline si confondono, e gli eventi non vanno come devono andare.

Altra ipotesi: nell’aprile 2016, si verifica un incidente nell’acceleratore di particelle del CERN – quell’enorme anello sotto le Alpi svizzere usato per fare ricerca sui fondamentali della fisica. Il macchinario si spegne all’improvviso, e i tecnici che vanno a controllare scoprono i resti carbonizzati di una donnola rimasta fulminata mentre masticava un cavo di alimentazione da 66kV. È il più classico dei punti di divergenza: l’incidente fa sì che il mondo salti da una linea temporale all’altra, e gli eventi prendono una piega assurda che nella timeline «giusta» – quella del mondo ordinato, lineare e razionale in cui le cose vanno come devono andare – semplicemente non potrebbero esistere. La prova? Appena pochi mesi l’incidente al CERN, Donald Trump vince le elezioni a presidente USA: l’assurdo è precipitato nella realtà.

Non è evidentemente un caso se la teoria sulle bizzarre alterazioni spaziotemporali provocate da una donnola che manda in tilt un acceleratore di particelle abbia preso a diffondersi proprio a inizi 2017 – vale a dire a seguito dell’elezione dello stesso Trump, massima incarnazione del famigerato «punto di divergenza». Ovviamente, è una tesi senza alcuna base scientifica. Ribadirlo può sembrare superfluo: peccato che, per smentirla, sia dovuto intervenire proprio un portavoce dello stesso CERN, intervistato a riguardo dalla CNBC: «Le ricerche del CERN catturano l’immaginazione di un sacco di gente e per questo compare in un sacco di libri e film di fantascienza, in tutto il mondo. Sono opere di finzione ispirate dalle nostre ricerche, create per stupire il lettore o lo spettatore, e non devono essere confuse con le vere ricerche scientifiche».

Ma allora, se gli acceleratori di particelle non c’entrano, come siamo finiti nell’Era dell’Assurdo? Quand’è che tutto ha cominciato ad andare storto? Sono domande pronunciate con una certa ironia, come ironiche sono la maggior parte delle tesi che vengono formulate nel tentativo di dare una risposta. Ma è il genere di ironia con cui si legge l’oroscopo: razionalmente non ci credi e anzi sai che i movimenti delle stelle e dei pianeti non hanno alcun influsso sulla tua vita; ma una parte di te spera comunque che Paolo Fox ti dia una bella notizia. Il distacco ironico altro non è che un tentativo di dissimulare una forma di disagio esistenziale: se non siamo del tutto disposti a prendere sul serio l’assurdità del presente, è perché non vogliamo ammettere che, al contrario, tutto è tragicamente reale. Razionalmente sappiamo che non è stato il lancio di dadi di Community o un esperimento del CERN interrotto da qualche animale selvatico a spostare il nostro universo su un’altra linea temporale. Razionalmente sappiamo che Nelson Mandela non è morto in carcere negli anni Ottanta. Ma una parte di noi vorrebbe che fosse andata davvero così – sia per avere una spiegazione semplice e coerente di quello che ci succede intorno e che ci turba, sia perché così avremmo qualcosa o qualcuno da incolpare.

Da qualche tempo, in Occidente abbiamo visto saltare tutti i paradigmi politici, tutte le regole della convivenza civile, tutti i valori condivisi fondativi della nostra società – valori che avevamo introiettato talmente tanto che oggi ci sembra che stia crollando la società stessa. Peggio ancora: a crollare è il mondo intero. Improvvisamente vediamo disastri naturali sempre più frequenti, che talvolta ci appaiono quasi magici: apriamo una tab del nostro browser, e ci imbattiamo nell’immagine rosso-fuoco di un incendio boschivo che pare provenire direttamente dal cuore dell’Inferno; ne apriamo un’altra, e sullo schermo appare letteralmente il mare che brucia a causa di un guasto a una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. La normalità a cui eravamo abituati si sfalda sotto i nostri occhi: parafrasando Marx, tutto ciò che è solito si dissolve nell’aria, e l’insolito diventa la nostra nuova realtà di tutti i giorni. 

A tornare in mente è l’Antonio Gramsci che nel 1930, recluso nel carcere fascista di Turi, contempla un mondo destinato ad avviarsi spedito verso la Seconda Guerra Mondiale: «La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». È un aforisma diventato talmente celebre da risultare ormai abusato: il filosofo sloveno Slavoj Žižek se n’è talmente innamorato da usarlo a ogni pie’ sospinto. Nel 2018, l’artista cileno Alfredo Jaar ne fa dei manifesti che affigge per le strade di Roma. Nel settembre 2020, il presidente francese Macron lo cita in un’intervista concessa a Politico. L’anno dopo, a pronunciarlo è l’ambasciatore dell’Arabia Saudita in Libano. Allo stesso modo, i meme sul nuovo anno che sarà peggiore di quello precedente, le teorie del complotto sull’effetto Mandela, gli aneddoti sugli animali che rosicchiando i cavi di un acceleratore di particelle portano Donald Trump alla Casa Bianca,

altro non sono che tentativi di riscrivere l’adagio gramsciano per il mondo di oggi. Non per niente il cadavere della donnola responsabile dell’incidente al CERN è finito impagliato in un museo: la sua figurina esanime è l’emblema di un sentimento che sempre intervene nei momenti di crisi, quando gli equilibri a cui eravamo abituati sono al tramonto, e ancora non si scorge l’alba dell’equilibrio che verrà.

Il fantasma dell’interregno gramsciano è una costante nel dibattito politico della contemporaneità. Prima ancora che il secolo XX arrivasse alla sua conclusione, lo storico inglese Eric J. Hobsbawm constatava come «il secolo breve» fosse destinato a concludersi «in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo». Un quindicennio dopo, nel poscritto del 2009 a Il lungo XX secolo, l’economista Giovanni Arrighi ipotizzava per il futuro prossimo «un ritorno stabile al caos sistemico dal quale [il capitalismo] ebbe origine seicento anni fa e che si è riprodotto su scala crescente a ogni transizione». C’è poi la formulazione del sociologo ed economista tedesco Wolfgang Streeck, per il quale la crisi del capitalismo produrrà «una transizione lunga e incerta, un tempo di crisi vissuto come “nuova normalità”». E questa «nuova normalità», secondo Streeck , «offre ricche opportunità a oligarchi e signori della guerra, mentre impone incertezza e insicurezza a tutti gli altri, in qualche modo come il lungo interregno che iniziò nel V secolo d.C. e che viene oggi chiamato Età oscura o Medioevo».

L’idea che stiamo vivendo in un vecchio mondo in declino è talmente diffusa da essersi ormai radicata profondamente nella coscienza collettiva occidentale, specie nella generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, quella diventata adulta nel periodo tra la Grande crisi e la pandemia di COVID-19. È la generazione che ha visto morire il mondo in cui era nata – il mondo uscito vincitore dalla guerra fredda dopo il collasso del 1989, il mondo a guida statunitense plasmato su valori quintessenzialmente occidentali quali democrazia, liberalismo, individualismo, culto del progresso, fiducia nel futuro. Fino allo scoppio della crisi nel 2008-2009, erano ideali che sembravano naturalmente destinati a dominare il pianeta intero, che veniva così unificato nella democrazia e nel libero mercato, se necessario con la forza delle armi. Era stato raggiunto il massimo stadio di centralizzazione politica possibile: la fondazione di un impero universale su un pianeta che, con la sconfitta del nemico sovietico e sulle ali del progresso tecnologico, avrebbe vissuto un tempo regolato dai cicli del consumo e dell’obsolescenza programmata anziché delle fasi lunari e delle stagioni. Detta altrimenti: era la storia che andava dritta verso la sua fine, come anticipato dal titolo clickbait del noto bestseller post-1989 La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. 

Oggi vediamo chiaramente come quel sogno sia evaporato: la storia degli ultimi trent’anni in Occidente non è stata, come auspicavamo e ci raccontavamo, la storia del trionfo di quei valori che formavano la nostra «normalità occidentale», ma la storia della loro progressiva erosione, e allo stesso tempo la storia della progressiva emersione delle forme politiche più adatte a regolamentare tale erosione. Quello che doveva essere lo stato di natura del futuro si è rivelato una breve parentesi. È per questo che, vedendo il  progresso dissolversi di fronte ai nostri occhi, spaventati guardiamo al passato, ai tempi cupi che furono, ai secoli bui del Medioevo. È per questo che, increduli e incapaci di razionalizzare tutto ciò, ci aggrappiamo alle fantasie sulla linea temporale alternativa creata dagli esperimenti del CERN. 

La timeline sbagliata è l’interregno di Gramsci, è il «caos sistemico» di Arrighi, è il «disordine mondiale di natura poco chiara»: qualcosa di ben più profondo di una semplice crisi della civiltà occidentale. L’orizzonte temporale a cui dobbiamo guardare per capire i fenomeni di oggi è ben più lungo di qualche decennio: a collassare non è solo l’ordine mondiale a guida statunitense uscito dalla guerra fredda, ma anche un equilibrio che durava dall’età del colonialismo – dalla fine del Medioevo, appunto, quel Medioevo da cui secoli fa è emerso il capitalismo sulla scia della miracolosa ascesa dell’Occidente. Oggi quell’ascesa è giunta al termine, decolonizzazione e globalizzazione hanno cambiato la catena globale del valore, un altro 20% della popolazione mondiale si avvicina agli standard di vita e di consumo della minoranza privilegiata occidentale. Per strutturare tutto questo, il capitalismo a guida occidentale in cui siamo cresciuti non basta più. La crisi è nei fatti, e quali che siano le metafore impiegate per rappresentarla – Gramsci, la donnola del CERN, il nuovo Medioevo, l’effetto Mandela, la timeline sbagliata – resta il fatto che negli ultimi anni la crisi è diventata visibile. Così visibile che ci sembra che il mondo stesso sia in cerca di figure retoriche per esprimerla.

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