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La stessa sera in cui l’estrema destra ha trionfato alle elezioni europee, il presidente francese Macron ha sciolto il parlamento e convocato elezioni anticipate. Da allora la Francia è diventata il laboratorio numero uno della politica europea, mostrando in piccolo  tutte le tendenze a cui assistiamo a livello continentale. Piervittorio Milizia – editor di Iconografie residente a Parigi – racconta il clima in città alla vigilia delle elezioni più importanti nella storia francese recente.

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La primavera del 2024 è stata per Parigi una delle più fredde e piovose dell’ultimo mezzo secolo, niente di strano quindi che il 9 giugno – uno dei giorni più caldi della stagione – le strade e i bar fossero pieni di gente. È in un clima di calma e rilassatezza che poco dopo le 21 arriva la notizia che Macron ha deciso di sciogliere l’Assemblea nazionale, il ramo dominante del parlamento e l’unico eletto a suffragio diretto, gettando il paese nel caos. La causa di tale decisione è nota: il risultato dell’estrema destra del Rassemblement national, che ha doppiato Ensemble, la coalizione a sostegno della presidenza.

Di per sé, la sconfitta di Macron non ha sorpreso nessuno, e in effetti erano mesi che i sondaggi prevedevano il successo del partito di Marine Le Pen alle elezioni europee. Che peraltro sono percepite dai francesi (e non solo) come poco rilevanti, da cui la scarsa partecipazione e la tendenza al voto di protesta, che ha premiato per la terza volta consecutiva l’estrema destra. È stata la reazione del capo dello stato a stravolgere lo scenario politico: dopo quasi un trentennio dall’ultima volta, una crisi politica è riconosciuta tanto grave da richiedere tale provvedimento eccezionale. Ma soprattutto è più concreta che mai la possibilità di un governo guidato dalla destra estrema – il che farebbe della Francia l’ennesimo paese occidentale a cedere in tal senso.

La reazione popolare è stata immediata. La sera stessa Place de la République, tradizionale punto di partenza delle manifestazioni parigine, si è riempita di una folla raccoltasi spontaneamente per protestare contro il RN e la decisione del presidente. La piazza non si è però limitata ad intonare cori come “la jeunesse emmerde le Front national” o “siamo tutti antifascisti”, ma ha accompagnato agli slogan una chiara richiesta politica: la formazione di un’alleanza delle sinistre capace di affrontare e sconfiggere Le Pen. Richiesta che è stata ascoltata, e già la sera successiva veniva annunciata la fondazione del Nuovo fronte popolare, coalizione di socialisti, comunisti, ecologisti e “indomiti” – i membri di La France Insoumise, il partito di sinistra populista guidato da Jean-Luc Mélenchon. A questo polo se ne sarebbe affiancato nei giorni successivi un secondo, con l’apertura a Le Pen di Eric Ciotti, presidente dei Repubblicani, una mossa che ha spaccato il partito (Ciotti è stato espulso, ha chiuso a chiave la sede per impedire l’accesso ai suoi rivali interni, la sua espulsione è stata annullata da un tribunale permettendogli di presentare candidati a lui fedeli) e collocato ufficialmente il centrodestra gollista al di fuori del tradizionale cordone sanitario costituito per tenere lontana Le Pen dal potere.

In mezzo ai due fronti, di destra e di sinistra, rimane schiacciato Macron. Stando ai sondaggi, sembra vicino l’epilogo del tripolarismo che ha caratterizzato la Francia negli ultimi anni. In un momento storico in cui la politica occidentale si concentra sempre di più sul contrasto fra nazionalisti autoritari e liberal-democratici, in Francia troviamo un terzo elemento: una sinistra forte del legame coi movimenti sociali e di una conduzione intelligente, passata dal populismo di ispirazione latinoamericana alle grandi coalizioni riuscendo in questo modo a sopravvivere ai mutati scenari senza doversi snaturare e, anzi, allargando la piattaforma a sostegno delle proprie rivendicazioni. Un risultato notevole, mentre formazioni analoghe in altri paesi faticano a sopravvivere, cedono a ricette neoliberiste (come i laburisti inglesi) e addirittura conservatrici, come in Germania.

Parigi è ricoperta di poster del Fronte popolare. Gli slogan non paventano la minaccia fascista ma invitano i cittadini a votare la coalizione “per cambiare tutto”. Naturalmente, per quanto radicale, il programma della sinistra non è certamente rivoluzionario ma è indubbio che la coalizione abbia già avuto un impatto determinante sulla politica francese, rompendo definitivamente il binomio tutto interno al discorso liberale espresso dal confronto tra Macron e Le Pen. Il risultato non resta nel solo ambito del simbolico: già alla vigilia delle scorse elezioni legislative, l’economista Sergio Palombarini aveva notato come la presenza di una proposta politica di sinistra avesse costretto i propri avversari ad un progressivo avvicinamento, finendo per contendersi i temi e consumarsi reciprocamente l’elettorato.

A farne le spese è stata per il momento la coalizione presidenziale. Ciò è evidentemente chiaro allo stesso Macron, che ha attaccato in modo durissimo (e con una certa transfobia) il Fronte popolare, definito più pericoloso del RN. Dopotutto, le modalità di governo del presidente tradivano già da tempo questa consapevolezza ed è in questo senso che vanno interpretate la durissima repressione dei movimenti di piazza, la crociata contro immaginarie correnti politiche di ispirazione islamica e la draconiana legge sull’immigrazione approvata dal parlamento in dicembre proprio coi voti della destra estrema e definita da Marine Le Pen una propria “vittoria ideologica”.

Malgrado la galassia liberal-democratica abbia cercato di raccontarla così, la presidenza Macron non va interpretata come un successo del cordone sanitario antifascista, ma piuttosto come riorganizzazione del blocco borghese alla luce della crisi dei partiti tradizionali e dei primi successi di un Front national ancora considerato troppo poco affidabile. I tempi di Macron erano ancora i tempi della cosiddetta dédiabolisation dell’estrema destra francese, che nel frattempo ha cambiato nome, ha stilizzato la fiamma tricolore e si è data un leader giovane e piacente, il classe 1995 Jordan Bardella. Anche il razzismo del partito è stato fortemente edulcorato: il nemico non è più il musulmano in generale, ma il salafita; l’immigrato è più necessariamente una minaccia, a patto che non abbia un doppio passaporto e un “impiego sensibile”. Questi cambiamenti, che non rendono il partito meno minaccioso per i suoi bersagli, lo rendono invece più presentabile agli occhi della borghesia francese, corteggiata in lungo e in largo con la progressiva rinuncia alle vecchie rivendicazioni di destra sociale a vantaggio di un’agenda sempre più liberista, in opposizione alla spesa pubblica, all’aumento del salario minimo, all’introduzione di tasse sui patrimoni e all’abolizione dell’odiatissima riforma sulle pensioni di Macron. Il RN ha vinto la propria scommessa, al punto che il 19 giugno il Financial Times titolava con un cristallino “i padroni francesi, allarmati dalla sinistra, tessono legami con Le Pen”. Niente più negazionismo dell’Olocausto, né Remigration ma un altro di tanti governi a tutela della classe capitalista.

Nonostante questa strategia e visto il tracollo di consensi di Macron, il RN resta il bersaglio ideale del Fronte popolare e delle piazze che lo sostengono, lasciando il paese in un grande gioco delle parti che supera la precedente dicotomia fra nazionalismo e “globalismo” –  che in anni recenti ha preso il posto di quella fra liberal-conservatori e socialdemocratici – a favore di quella fra fascismo e antifascismo. Poco importa che i fascisti non siano davvero tali e che il programma della sinistra non preveda alcuna fuoriuscita reale dal capitalismo: la rappresentazione di sé e dell’avversario sono ben più importanti della realtà. A un occhio disattento, tutto ciò potrebbe sembrare un superamento delle dinamiche post-ideologiche della “fine della storia”, ma si tratta piuttosto di una loro semplice riproposizione caricata di valore simbolico, di un caso da manuale di cosplay politico. Le proposte del RN sono ormai non così diverse da quelle di una qualunque destra conservatrice occidentale, mentre quelle del Fronte popolare sono tutto sommato riconducibili alla socialdemocrazia. Nessuna vera minaccia al sistema né da una parte né dall’altra. Ed ecco che se nel 2022 la coalizione delle sinistre si era data il nome di “Nuova unione popolare, ecologista e sociale” adesso, anche approfittando del successo inedito della destra a livello continentale, si esplicita l’ispirazione e la continuità con l’alleanza di socialisti, comunisti e radicali formatasi negli anni ’30 in risposta alla crescita della destra radicale in Francia e nel resto d’Europa. All’epoca formazioni fasciste avevano tentato l’assalto al parlamento, Hitler governava la Germania, il partito socialista era dichiaratamente marxista e i comunisti rispondevano all’Unione sovietica; oggi al massimo abbiamo un confronto in tv sull’aumento del salario minimo.

Il 15 giugno, le organizzazioni politiche, sociali e sindacali affiliate al Fronte popolare hanno indetto una grande manifestazione contro il RN, alla quale hanno aderito 250mila persone. La grandissima parte dei presenti era pienamente parte di questo gioco. I manifestanti portavano cartelli con scritte come “non senti questo odore di 1936?” o che paragonavano Bardella al maresciallo Pétain; sui muri c’erano graffiti quali “un fascio, una ghigliottina”; un grande striscione citava il testo della dichiarazione firmata dagli aderenti al Fronte popolare originale il 14 luglio 1935, copiando uno striscione comparso già un secolo fa nelle manifestazioni antifasciste dell’epoca. Malgrado il riferimento storico, il tono battagliero e la minaccia paventata, la protesta si svolge pacificamente, con giusto qualche vetro sfondato alle fermate dell’autobus.

Tutto ciò rende ancora più improbabili le recentissime dichiarazioni di Macron secondo cui le formazioni “estremiste” starebbero conducendo il paese verso la guerra civile. Da parte sua, il presidente si comporta come se avesse ben chiara la grande farsa in atto, e dopotutto la stessa scelta di andare ad elezioni malgrado la possibilità di vittoria del RN è stata da più parti interpretata come un rischio calcolato, se non addirittura come la volontà esplicita di rompere definitivamente il cordone sanitario, portare Bardella al governo, imporgli la cohabitation (la compresenza di un capo di stato e di governo di due schieramenti diversi) e mostrarne l’inadeguatezza per far tornare il proprio schieramento stabilmente al potere alle elezioni presidenziali del 2027. Una scelta rischiosa e forse figlia di una certa megalomania, ma che potrebbe essere anche interpretata come una notevole capacità di leggere lo Zeitgeist. Dopotutto, negli ultimi anni, ad ogni esecutivo in mano al populismo conservatore non è poi irrimediabilmente seguito il ritorno della tecnocrazia di governo – non meno populista – a cui lui stesso fa riferimento? Insomma, la regola della politica contemporanea potrebbe essere che a ogni Giuseppe Conte segue un Mario Draghi, e Macron potrebbe esserci arrivato prima degli altri.

A ribadire la natura immaginaria del conflitto tra le estreme di cui parla il presidente francese è la totale assenza della destra dalle strade di Parigi. Di per sé ciò non ha niente di assurdo – la capitale è un centro storicamente ben più progressista del resto del paese – ma sembra strano in un clima in cui si paventa l’imminente arrivo dei fascisti al potere. A Parigi sono rari anche i manifesti propagandistici del RN: a dirla tutta, le manifestazioni della sinistra sono le uniche testimonianze dell’imminenza delle elezioni in una città altrimenti totalmente presa dall’organizzazione dei giochi olimpici. E anche queste sono tutto sommato rare. La sensazione è che, rispetto all’importanza del momento, non stia succedendo nulla.

Forse, allora, è semplicemente vero che, alla fine della fine della storia, non accade più nulla. Lo speriamo ma tutto sommato non riusciamo ad avere paura davvero. Tutto quello che possiamo fare è quindi mascherarci da eroi del passato e cercare un nuovo nemico da combattere, chiamarlo fascista, sionista, ecoterrorista, islamo-gauchiste, anarco-insurrezionalista. Eventualmente scendere in piazza, passare un pomeriggio di giugno tutti insieme e poi berci una birra a Les pères populaires, sperando si trovi un posto libero.


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