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Da vari mesi il conflitto di Gaza ha dominato i media ed il dibattito mondiali. Eppure in questa narrazione è spesso rimasto in secondo piano il ruolo giocato dalla popolazione israeliana e la sua percezione della guerra, un passaggio fondamentale per comprendere le possibili evoluzioni del paese. Ne abbiamo parlato con Anna Momigliano – giornalista esperta di relazioni internazionali e collaboratrice di New York Times e Foreign Policy – per cercare di capire cosa pensino gli israeliani del conflitto e di sé stessi.

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Il conflitto attualmente in corso è iniziato in seguito alla massiccia offensiva condotta da Hamas ai danni della popolazione israeliana. Quali sono le conseguenze ad oggi ancora visibili di questo evento e come ha modificato la coscienza politica degli israeliani?

Israele è sempre stato un po’ altalenante tra il voler essere Atene e il voler essere Sparta. Da un lato ha quindi l’ambizione, tutto sommato raggiunta, ad essere un posto in cui si vive bene, un hub culturale e perfino un modello per l’economia, per l’innovazione e per la ricerca scientifica. Dall’altro ci sono l’anelito e l’esigenza di essere una potenza militare con tutto ciò che ne consegue: una società molto militarizzata, col servizio militare obbligatorio lungo diversi anni sia per i maschi che per le femmine. Quello che è successo col 7 Ottobre è che l’elemento “Sparta” si è molto rafforzato, creando nella cittadinanza l’esigenza di un’ulteriore militarizzazione. Il paradosso è che tutto questo arriva dopo oltre un decennio di governo di Netanyahu che, per quanto non continuativo, ha permesso la creazione di un’Atene illusoria, ovvero un paese dove la guerra non si sentiva e in cui lo stesso esercito – a livello di società, cultura giovanile e perfino presenza visibile – si vedeva molto meno anche solo rispetto al decennio precedente alla sua ascesa al potere.

Malgrado questo, allo stesso tempo, l’occupazione dei territori palestinesi e tutta la violenza militare che ne deriva, in realtà si andava rafforzando, nascosta dietro ad una vera e propria cortina di ferro, volta ad esternalizzare il più possibile la guerra. Quello che è successo col 7 Ottobre è quindi lo sgretolamento di questa illusione creata da Netanyahu, rendendo per questo necessario il ritorno dell’identità “spartana”. Questa transizione si è oltretutto accompagnata all’idea che Israele fosse rimasto solo contro tutti, come raccontato anche da una recente copertina dell’Economist. Il senso dell’articolo era denunciare come il paese si fosse messo da solo in quella posizione, ma è altrettanto vero che la popolazione vive una forte sensazione di isolamento. Dopotutto quanto accaduto ha segnato in modo profondo la storia israeliana, essendo comunque l’avvenimento più grande capitato ad Israele dalla guerra dello Yom Kippur.

 

Per quanto gli alleati di Israele non abbiano mai smesso di supportare Tel Aviv sul piano pratico, il paese si è ritrovato sempre più isolato – e ha risposto a questo isolamento prendendosela con le istituzioni internazionali. Come si è delineato questo scontro e quali forme ha preso?

Per quanto riguarda il complesso delle istituzioni internazionali è vero che in Israele è fortissima la percezione di subire un bias negativo nei propri confronti indipendentemente dalle proprie politiche. A dirla tutta questa percezione non nasce nel vuoto e potrebbe non essere completamente sbagliata: lo stesso Sudafrica, iniziatore del procedimento alla Corte di giustizia internazionale contro Israele, non si sarebbe fatto problemi ad accogliere Putin in occasione del summit dei BRICS dell’agosto 2023, malgrado il mandato d’arresto a suo carico. Insomma, è vero che certe nazioni hanno una posizione a priori ostile verso Israele ma questo non implica che le cose che gli vengono rinfacciate non siano in gran parte vere. Eppure questo passaggio viene percepito diversamente dagli israeliani che si sentono incompresi nella propria concezione della guerra in corso in quanto risposta legittima al 7 Ottobre e che si sentono quindi vittime di una sovrareazione delle istituzioni internazionali da molti interpretata come una forma di sopruso dell’Occidente ai danni di un paese del Sud del mondo.

Il caso più noto ed eclatante è invece quello dell’UNRWA che però costituisce contesto a parte, essendoci sempre stato un rapporto teso fra Tel Aviv e l’organizzazione – malgrado Israele ci si sia spesso appoggiato, risultandogli conveniente la gestione umanitaria della Cisgiordania. All’origine della tensione è l’esistenza stessa dell’organizzazione, vista da molti come un’anomalia, dal momento che i rifugiati palestinesi sono gli unici a godere di un ente a loro dedicato, mentre tutti gli altri sono responsabilità di un’altra agenzia ONU, l’UNHCR. Naturalmente ci sono delle ragioni storiche a spiegare questa differenza ma il risultato è comunque l’assegnazione ai rifugiati palestinesi di uno status particolare. Per intenderci, se un rifugiato sudanese in Francia ottiene la cittadinanza francese non è più considerato tale dall’UNHCR, mentre un cittadino giordano che è nipote o bisnipote di un profugo palestinese mantiene tale status agli occhi dell’UNRWA. Questo accade in ragione del diritto al ritorno dei palestinesi nei territori da cui sono stati espulsi, ragion per cui si è ritenuto utile mantenere questa questione viva non solo sulla carta, ma separando di fatto i palestinesi dal resto delle popolazioni arabe che vivono in una sorta di società parallela in cui ad esempio si frequentano le scuole dell’agenzia e non quelle del paese di residenza. Questo non significa che io condivida l’ostilità israeliana per l’UNRWA ma permette di dare un senso alla questione. Il problema, in breve, non è in questo caso la tensione con la comunità internazionale, ma l’idea di “profugo perpetuo” promossa dall’organizzazione, una differenza che gli israeliani percepiscono come un doppio standard a loro svantaggio. 

Prima dello scoppio della guerra la figura di Netanyahu era duramente contestata da una buona parte della cittadinanza e da allora le critiche non sono diminuite in quantità né intensità. All’indomani del 7 Ottobre la cittadinanza israeliana è rimasta ostile al proprio governo e che forme ha preso l’opposizione?

Di sicuro questa guerra è iniziata in questo modo ma, col tempo, è evidente che la situazione stia cambiando. Intanto, va ricordato che il governo israeliano è profondamente impopolare già da prima che scoppiasse questa guerra e Netanyahu è probabilmente l’uomo più odiato del paese in questo momento. Al netto di questo, all’indomani del 7 Ottobre si è visto un fortissimo sostegno alla guerra, tanto che persino le associazioni pacifiste ci hanno messo un paio di mesi prima di pubblicare comunicati contro il conflitto – anche in ragione delle leggi speciali promulgate contro le possibili opposizioni. Col proseguire delle ostilità, però, una fetta sempre crescente della popolazione israeliana ha cominciato a capire come le modalità di conduzione di questo conflitto non nutrano i loro interessi: Israele non sta diventando più sicura, gli ostaggi non sono ancora stati tutti liberati e si sta perfino aprendo un secondo fronte di guerra verso il nord.

Quello che sta succedendo, dunque, è che tutta una serie di attori – i pacifisti, quanti contestano l’estrema violenza del conflitto, quelli che non ne condividono la conduzione sul lato strategico, i promotori della liberazione degli ostaggi e gli arabi israeliani – stanno costruendo un campo contro la guerra che, pur restando minoritario, non ha più dimensioni risibili, al punto da riuscire a far scendere in piazza a Tel Aviv centomila persone in un paese che, comunque, conta appena otto milioni di abitanti. Ad aggravare la posizione del governo è anche la gestione della situazione sul confine col Libano, dove si contano decine di migliaia di cittadini israeliani sfollati e dove il conflitto appare più aperto e meno unidirezionale che non a Gaza. Qui si è ancora molto lontani dalla normalità – e, anzi, questo fronte sta diventando sempre più preponderante rispetto a quello di Gaza, complice anche la maggiore forza militare di Hezbollah – e anche da questo la società civile inizia in parte a scuotersi.

La brutalità della reazione israeliana ai danni della popolazione di Gaza e la continua violazione del diritto di guerra sono state tali da mobilitare in modo inedito quasi tutto il mondo nella richiesta di un cessate il fuoco immediato. Da parte sua, come ha reagito la sinistra israeliana e come si rapporta alla guerra?

Dopo il 7 Ottobre, anche in ragione della brutalità dell’evento, non solo la sinistra ma tutta la società israeliana non sapeva come reagire a quanto accaduto. Gli unici ad avere avuto una risposta immediata sono stati i militanti, perlopiù giovani e studenti, di Omdim Beyachad (o Standing Together) che fin dal primo giorno hanno organizzato delle riunioni contro la guerra, non potendo ricorrere alle manifestazioni essendo in quel momento vietate. Nel tempo questo gruppo è diventato sempre più grande, arrivando il 18 gennaio ad organizzare la prima grande manifestazione contro la guerra nel paese. Gli altri movimenti di sinistra più “consolidati” hanno invece avuto bisogno di più tempo per cominciare a prendere posizione, a cominciare dalla sinistra radicale di Hadash – il partito comunista, votato perlopiù da palestinesi con cittadinanza israeliana – e dall’organizzazione pacifista moderata Peace Now. Insomma, piano piano in molti hanno iniziato ad opporsi alla guerra, magari anche condividendo la necessità di una risposta militare al 7 Ottobre ma rifiutandone questa forma specifica e la sua estrema violenza. Quanti prima avevamo paura di parlare, adesso lo fanno sempre più liberamente, trovandosi al proprio fianco altri gruppi che non sono necessariamente solidali con la popolazione palestinese ma non vedono nemmeno benefici nell’operato del governo israeliano. La priorità degli israeliani non è radere al suolo Gaza ma la liberazione degli ostaggi: basti pensare allo shock generato nel paese dalla dichiarazione di Hamas di non avere 40 ostaggi vivi da consegnare in un accordo di cessate il fuoco, rivelando di fatto come gran parte di questi siano morti.

Israele ha fatto spesso uso dell’accusa di antisemitismo per silenziare le critiche nei propri confronti. Al contempo è sempre più evidente che molti movimenti filopalestinesi (anche di sinistra) abbiano effettivamente inclinazioni in questo senso. Come si può leggere questo fatto e come è visto dai pacifisti israeliani?

Trovo sia molto difficile quantificare l’effettiva diffusione dell’antisemitismo fra i movimenti filopalestinesi. Dopotutto esistono ottime ragioni per essere contrari a quello che sta facendo Israele, senza per questo essere definiti come antisemiti e tutto sommato nemmeno come antisionisti – anzi, un sionista non dovrebbe essere d’accordo con la direzione che sta attualmente prendendo Israele. A questo punto possiamo individuare due tendenze: da un lato c’è il governo israeliano che taccia un po’ tutti i simpatizzanti per la causa palestinese di antisemitismo, un’accusa evidentemente strumentale e anche pericolosa. Da un’altra parte, però, ci sono stati degli episodi di innegabile antisemitismo che non possono essere negati; in Canada, per esempio, un gruppo di attivisti marxisti ha iniziato a denunciare queste vicende dall’interno della sinistra radicale, come possono essere stati una manifestazione sotto ad un ospedale ebraico o il coro, intonato davanti ad una sinagoga, “tornatevene in Germania”. Insomma, è indubbio che una parte di questi movimenti sia anche antisemita, però non credo che le due cose siano necessariamente sovrapponibili. A sinistra convivono ad oggi esperienze come quella della rivista Jacobin, molto attenta nel respingimento di tendenze antisemite e di certe forme di nazionalismo nativista, e i frequenti cedimenti di certi ambienti letterari ad una retorica che strizza l’occhio alla mitologia del sangue, un fatto prima impensabile. Forse questa ossessione, per quanto marginale, è la più ricorrente a sinistra: possiamo ricordare un episodio che mi ha molto colpito, quando dopo lo scambio di prigionieri di novembre è uscita una foto di uno dei bambini liberati che, in ospedale, mangiava una cotoletta, interpretata da una parte del Twitter della sinistra woke anglosassone come una prova dell’origine mitteleuropea della popolazione israeliana. Sono discorsi minoritari ma esistono e vanno denunciati pur senza che questo squalifichi in alcun modo il movimento filopalestinese.

La coscienza di tutto ciò è fortissima in Israele, un paese in cui di base anche la sinistra radicale tende ad essere molto sensibile al rischio di antisemitismo. Gli israeliani progressisti, infatti, non vivono l’antisemitismo in casa loro e tendono a vederlo come una sorta di invenzione del proprio governo, vivendo poi come uno shock la “scoperta” di quanto accade fuori dal paese. Anche le parti della sinistra contrarie alla strumentalizzazione dell’antisemitismo tendono quindi anche a ingigantire il fenomeno, restando profondamente colpiti dalla convivenza degli ebrei non israeliani con determinate tendenze e prendendosene molto a cuore la situazione.

Indipendentemente da quando e come finirà questa guerra, è evidente che Israele si trovi in questo momento ad un bivio nella propria storia nazionale e sembra sempre più costretto a compiere definitivamente la scelta fra l’essere un paese “normale” e la trasformazione in un etno-stato ebraico. Ci troviamo veramente a questo punto e quali sono al momento le prospettive più concrete?

Più che un etnostato, ritengo che il vero rischio di Israele sia ad oggi di diventare una non-democrazia e, anzi, già adesso si può mettere in discussione che Israele sia effettivamente uno Stato democratico. Infatti, la minaccia principale per la democrazia israeliana è in questo momento l’occupazione dei territori palestinesi, configuratasi in un sistema in cui di fatto c’è un unico stato che controlla sia i territori israeliani strictu sensu, sia la Cisgiordania (si parla, non a caso, di “one state reality”) dove abita una popolazione priva di diritto di voto e a cui si applica la legge militare. Questo fatto, già di per sé indice di autoritarismo, finisce col tempo anche per corrompere la democrazia interna di Israele, con un effetto marcescente che stava avvelenando la vita politica del paese già da prima della guerra. A tutto questo si aggiunge il fattore rappresentato dalla crescita demografica di frange antidemocratiche prima lontane dai palazzi del potere e ora sempre più legate influenti, come gli ultraortodossi e i coloni. Nessuno di questi problemi è nato il 7 Ottobre che non ne è stato quindi la causa ma ne ha solo comportato l’aggravamento, compromettendo così il concetto stesso di sionismo – termine usato in Israele come sinonimo di politiche laiche e democratiche. È in questo contesto che si affermano politici come Ben-Gvir e Smotrich che non sono interessati alla costruzione di uno stato ebraico democratico ma di uno stato che sia soltanto ebraico.


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