L’impero e i BTS

La morte dell’American dream è il sintomo della sua vittoria: quel sogno non è più american, è nostro. E gli Stati Uniti non sono più la terra promessa dal momento in cui internet ci ha dato la possibilità di visitarla ogni giorno

di Alice Valeria Oliveri

L’immagine degli Stati Uniti negli ultimi vent’anni è cambiata molto. Dal 9/11 alla crisi del 2008, dalla vittoria di Trump alla gestione problematica della pandemia, dalla repressione violenta delle proteste alle sparatorie nelle scuole fino all’attacco a Capitol Hill, il sogno americano sembra essere in un punto di stallo. Certo, Ronald Reagan non era più presentabile di Donald Trump, così come gli attacchi alla comunità afroamericana non sono una novità – piuttosto, sono da interpretare come elementi di continuità. Eppure, per quanto diversi fenomeni oggi ci possano suggerire i sintomi di un declino interno dell’impero – pensiamo alla teoria della ciclicità all’egemonia capitalista di Giovanni Arrighi, conseguenza della sostituzione di un principio materiale con uno finanziario – non è facile individuare una strada altrettanto lineare per quanto riguarda lo stato di salute della sua egemonia culturale. Le due linee che solitamente marciano parallele nel modello americanista, forza e consenso, con la globalizzazione e le rivoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno sfasato il passo. “Non è l’America che governa il mondo, ma il mondo che diventa America”, scrive Marco D’Eramo: gli Stati Uniti sono qua da tempo, e la loro influenza sull’industria culturale occidentale è talmente radicata de essersi staccata da sé, accorciando fino quasi ad annullare la distanza tra matrice e derivazione. Quando Orietta Berti canta con Fedez e Achille Lauro “labbra rosse Coca-Cola” in un brano infarcito di product placement della bevanda americana più famosa del mondo, o quando i Maneskin scalano le classifiche oltreoceano con una cover dei Four Season del 1967, è egemonia culturale o è la nostra cultura globalizzata che si esprime? Non esiste una risposta definitiva a una domanda così complessa, ma si possono fare alcuni passi indietro per tracciare delle coordinate. 

Nella raccolta del 1957 Miti d’oggi, il semiologo Roland Barthes fa un elenco dettagliato di oggetti e modi di sentire che compongono la cultura di massa francese del dopoguerra: “Il tour de France come epopea”, “Giocattoli”, “La nuova Citroën”, per citarne alcune; il dato interessante è che di questi 269 miti pochissimi sono americani. Barthes parla degli Americani come qualcosa di altro, alludendo alla percezione estranea, e di conseguenza anche comica, che un francese avverte nel vedere per esempio Marlon Brando nei panni di un antico romano, “Con la sua faccia da yankee”. Nello stesso periodo, in Italia, Renato Carosone canta Tu vuo’ fa’ l’americano: anche lui passa in rassegna una serie di accessori della cultura di massa approdati nel primo dopoguerra. Usi e costumi che tradiscono i vezzi modaioli di un giovane napoletano che fuma sigarette Camel, indossa blue jeans e un berretto con la visiera alzata, beve whisky e soda; eppure, “Tu si’ nat’ in Italy”. L’americanità si faceva strada tra le culture giovanili, nel rock and roll, nel cinema, nei desideri: come nota sempre D’Eramo, la grande forza degli Stati Uniti, a differenza di altri imperi, è stata quella di essere un’egemonia di immagini e suoni, non di libri. È un’egemonia seducente perché divertente, più penetrante perché non impone il vincolo scolastico della lettura; un’egemonia che viene dalla terra in cui ciascuno, se lavora sodo, può avere una possibilità, irlandese, italiano o greco che sia. 

A questo proposito, scrive Perry Anderson nel 2002: “The secret of American hegemony has lain rather in a formulaic abstraction, the basis for the fortune of Hollywood. In a vast continent of heterogeneous immigrants, coming from all corners of Europe, the products of industrial culture had from the start to be as generic as possible, to maximize their share of the market”. Per fare un esempio concreto e familiare più o meno a tutti, basti pensare al fatto che esiste un cartone animato Disney per qualsiasi occasione, gatti parigini, leoni africani, bambini liguri, pesci australiani, eroine colombiane, principesse scandinave – e se la morte del VHS poteva sembrare un pericolo per Mickey Mouse, Disney+ è attualmente la terza piattaforma per abbonati in Italia. Siamo tutti potenziali eroi di una favola americana, nessuno escluso. Ed è lo stesso motivo per cui oggi il marketing sfrutta il principio della inclusivity: un target più vario è un target più largo.

L’esercizio di Barthes può tornare utile anche a settant’anni di distanza, spostando la lente di ingrandimento sulla cultura di massa italiana contemporanea; e in questo test, non partire dall’oggetto più centrale delle nostre vite oggi, lo smartphone, sarebbe disonesto. L’iPhone, che nel 2007 ha cambiato completamente le regole della tecnologia – ancora una volta, come durante il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, la supremazia americana si diffonde grazie alle innovazioni tecnologiche, sperimentate in campo militare e portate al consumo dei civili – guidando tutti nella normalità di un dispositivo in grado di fare qualsiasi cosa. È il sogno di Steve Jobs, il futuro di Palo Alto, la parabola dell’eroe della porta accanto con un obiettivo larger than life, se ti impegni davvero, puoi arrivare sulla luna. Come lui, Bill Gates, più di recente Mark Zuckerberg, Elon Musk e Jeff Bezos, tutti personaggi che da noi trovano piccoli e spesso goffi epigoni fedeli alla religione del progresso e dell’impegno, da Salvatore Aranzulla a Marco Montemagno, i “guru” della tecnologia, preti laici della meritocrazia. 

Il mito passa inevitabilmente anche dalla moda: le scarpe Nike, Converse, Yeezy. Sneakers da collezione, Air Jordan, la cultura dello streetwear e del lusso casual, della brand identity e del valore iper-simbolico di una scritta apparentemente insulsa come Supreme che porta in sé il vessillo dello statement. Così come la riscoperta delle nostre antiche firme grazie allo sdoganamento statunitense: se i rapper americani indossano Gucci e Versace, i nostri seguono a ruota. La cultura del cibo poi, con il sushi, che dal Giappone è arrivato a New York negli anni Ottanta e dalla City è rimbalzato fino alla Milano da bere, per poi espandersi in tutta Italia sotto forma di cattedrali dell’all you can eat, formula di consumo alimentare tipica degli Stati Uniti e a noi quasi del tutto estranea, se non nella variante da cerimonia o da crociera del buffet. E poi, il fast food, che da luogo esotico di perdizione momentanea è diventato luogo di istituzione, punto d’incontro, di socialità quotidiana, soprattutto giovanile: in Italia attualmente esistono quasi millecinquecento McDonald’s sparsi tra centri commerciali, stazioni, palazzi storici in pieno centro, drive-in, perfettamente integrati nel tessuto urbano e antropologico. E se negli Stati Uniti il trapper più popolare degli ultimi anni, Travis Scott, ha fatto una collab con McDonald’s, in Italia abbiamo Ghali che pubblicizza il tempio dell’americanità esportata con inclusione – mai sudditi, sempre alleati – grazie a prodotti speciali pensati proprio per noi, come i blocchetti di parmigiano Made in Italy, mentre Sfera Ebbasta lancia un suo personalissimo menù da KFC

Altri miti: le criptovalute, la Tesla, la mindfulness, i baby shower, le app di delivery, le mail di Google, gli ordini da Amazon, le serie su Netflix, il lavoro su Slack, il fitness. Anche nel dibattito pubblico le tracce dell’America sono più di semplici accenni, dal momento che Matteo Renzi parla di cancel culture, Giorgia Meloni di teoria gender, tutti parlano di politicamente corretto; si accusano i woke, si postano su Instagram i quadrati neri per BLM, si dibatte di MeToo, di assalto interno ai valori dell’Occidente libero attraverso, paradossalmente, teorie e valori diffusi nelle università più importanti e costose dello stesso Occidente libero. Come nota Walter Siti, è la French Theory che quarant’anni fa entrava nei college americani e oggi torna da noi tramite i social e l’attivismo, nella cultura di massa, non più solo accademica. Basti pensare che alla manifestazione a Milano nel 2020, dopo l’uccisione di George Floyd, una delle donne italiane più famose nel mondo, Chiara Ferragni, ha sfilato con un cartello che recitava “Fuck racism”. 

Ci sono però degli elementi di disturbo che intaccano la linearità egemonica degli Stati Uniti nel presente. Il cinema, che per quasi un secolo è stato il mezzo della mitopoiesi statunitense per eccellenza – propagato poi nella sua formula di rappresentazione frammentata televisiva che in Italia ha decretato l’enorme successo delle tv di Silvio Berlusconi – oggi vive un periodo di crisi. O meglio, sono i suoi protagonisti a viverlo, dato che l’audiovisivo è al contrario capillare e sempre più estensivamente diffuso. Se guardiamo i risultati del box office americano di settembre 2022, è impossibile non notare il fatto che, di tutti i film in sala, la maggior parte raccontano storie di eroi vecchie di decenni: Spiderman, Batman, Jurassic World, personaggi dell’infinito multiverso Marvel. E poi, in vetta alla classifica da mesi, il grande ritorno del capitano Maverick, il protagonista di uno dei film più simbolicamente pregno del soft power americano degli anni d’oro, Top Gun, che ci viene presentato in una nuova avventura in cui il cattivo non ha identità, un colpo d’accetta al manicheismo narrativo statunitense in stile pellerossa e cowboy che per anni ci ha servito la testa dei nemici su un piatto d’argento. Se Hollywood – oltre a dover far fronte a grossi problemi sul piano produttivo – si rifugia nel porto sicuro del remake, del reboot e delle infinite saghe con variazioni sul tema, è il sintomo che gli Stati Uniti non sono più in grado di produrre nuova epica, nuova totalità narrativa. Siamo infatti nell’era dei prodotti di massa che citano esplicitamente un immaginario passato e mitologico: una serie come Stranger Things, che pur coinvolge anche generazioni nate ben vent’anni dopo i Goonies o E.T., è il risultato di questo nostalgismo spinto da un sentimento post-postmoderno che ha perso la bussola del suo futuro. E la causa di questa crisi interna è l’America stessa.

Internet ha fatto crollare tutte le barriere. Con i social network, non abbiamo più bisogno di Maverick perché Maverick siamo noi: l’apparato iconografico che gli Stati Uniti hanno messo in piedi grazie alle industrie culturali del Novecento – cinema, musica, tv – si è condensato in un unico mezzo di comunicazione che mette a disposizione dell’utente la facoltà di essere auto-rappresentativo. Ciascuno di noi, con il suo smartphone, è un piccolo Spielberg: siamo registi, sceneggiatori e montatori di noi stessi. E le storie che un tempo venivano raccontate da un punto di vista privilegiato, verticale, oggi possono essere raccontate da chiunque indossi l’abito e il costume del luogo, sovranazionale e globalizzato di internet, dove i meme parlano inglese e il tiktoker più seguito del mondo, in testa a una classifica fatta di teenager americani, è un ragazzo senegalese naturalizzato italiano che ha cominciato dalla sua cameretta di Chivasso parlando a gesti. Anche il complottismo, per certi versi, è una deriva del pensiero cinematografico hollywoodiano, con i suoi nemici degni di un fumetto Marvel, i suoi scenari catastrofici da B movie anni Novanta, le sue post-realtà – pensiamo per esempio al cattivo mega galattico per eccellenza: George Soros. “Il fatto che una grande porzione del mondo abbia accettato lo stile di vita americano – automobili, elettrodomestici, supermercati, televisioni, Facebook e Netflix – non vuol dire necessariamente che accetti il diktat di Washington. Cionondimeno, se gli Stati Uniti perdessero la loro supremazia globale, il suo marchio rimarrebbe impresso sulla cultura del pianeta, rimarremmo America anche senza l’America”, spiega D’Eramo. La morte dell’American dream è il sintomo della sua vittoria: quel sogno non è più american, è nostro. E gli Stati Uniti non sono più la terra promessa dal momento in cui internet ci ha dato la possibilità di visitarla ogni giorno.

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