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Data come fatto acquisito con la fine della storia, la globalizzazione sembra sempre di più essere arrivata ad un punto di stallo. Le guerre commerciali, le sanzioni incrociate, le limitazioni agli scambi di merci sembrano essere tutti sintomi di tale tendenza che resta comunque di difficile interpretazione. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aresu – esperto di relazioni internazionali e più volte consigliere ministeriale.

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Negli ultimi anni è entrato in una profonda crisi politica il sistema “Chimerica”, pilastro della globalizzazione così per come si era sviluppata fin dalla fine degli anni ‘70. In cosa consisteva questo modello e quali prospettive esistono per la sua persistenza nel futuro?

Gli Stati Uniti, oltre che il principale fornitore di sicurezza globale, sono il consumatore di ultima istanza, mentre la Cina è la principale potenza manifatturiera al mondo, all’interno dell’Asia Orientale che è il centro di gravità industriale del pianeta. Nel corso dei quarant’anni della stagione di riforma e apertura avviata da Deng Xiaoping, la crescita cinese ha reso il paese più forte e assertivo rispetto al previsto, con un sistema dove le libertà politiche non hanno seguito la forza economica, ammesso che qualcuno ci abbia mai creduto. Quanto agli Stati Uniti, pur primeggiando nelle rivoluzioni tecnologiche ed in particolare nell’informatica, non hanno mai risolto la questione politico-sociale degli anni Ottanta, quella dell’erosione della loro base manifatturiera: la paura del “sorpasso giapponese” su cui si sono formati molti politici statunitensi, tra cui Donald Trump.

Al contrario la Cina, specie dopo la Grande Recessione, si è rafforzata in alcune filiere tecnologiche e ha anche presentato apertamente il suo programma per primeggiare in alcuni settori strategici, Made in China 2025. Pertanto, tra i vari livelli che hanno determinato la crisi del sistema ci sono l’effetto politico del deficit commerciale degli Stati Uniti, con la sua crisi di identità industriale, e la volontà cinese di sostituirli nei settori che ne hanno garantito l’egemonia, sia per servire il proprio mercato con produzioni interne, sia per creare dipendenze all’esterno, sia a fini militari. Tutto ciò determina un profondo contrasto, che tuttavia convive con un’interconnessione economica gigantesca, che si può ridurre ma che non si può cancellare né portare ai minimi termini.

 

Negli ultimi anni, in corrispondenza con questo sviluppo, le sanzioni sono diventate oggetto di sempre più attenzione, problematizzate in libri – vedi ad esempio Mulder, The Economic Weapon. Tu nei tuoi libri hai dedicato molto spazio al concetto di “sanzionismo”, definendolo elemento portante dell’egemonia statunitense sull’economia globale. In che cosa consiste questo concetto, e quanto è rilevante nell’attuale proliferazione di guerre commerciali?

In effetti il tema è stato affrontato negli ultimi anni in varie pubblicazioni, di cui per il respiro storico, soprattutto del periodo tra le due guerre mondiali, proprio il libro di Mulder da te citato è di gran lunga il migliore e spero di essere riuscito finalmente a farlo tradurre in italiano, vista anche la sua analisi storica dell’Italia fascista. Il “sanzionismo”, termine che inizialmente nasce proprio nell’Italia fascista (con senso dispregiativo, portando anche alla pubblicazione di canzoni di propaganda come “Sanzionami questo”, ndr) articola il funzionamento del capitalismo politico, ovvero i vincoli politici all’economia, all’interno del sistema statunitense, sulla base di alcuni strumenti specifici. Questi strumenti vengono utilizzati in modo sempre più intrusivo e pervasivo nello scontro con la Cina: questa è la mia teoria del 2020, poi confermata per esempio dall’operato e dagli interventi del consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, e del segretario al commercio, Gina Raimondo.  

Nel concreto questo significa che gli Stati Uniti hanno un’economia di guerra pronta per l’uso: alcune leggi approvate soprattutto nel corso della Prima Guerra Mondiale, nella Guerra di Corea, nella Guerra Globale al Terrorismo che intervengono sul mercato in vari modi. Come? Bloccando asset, conti correnti e pagamenti in modo diretto e indiretto, per via della forza del dollaro; forzando alcune produzioni per scopi bellici o pseudo-bellici; imponendo autorizzazioni sugli investimenti esteri e licenze per le esportazioni di miriadi di beni tecnologici (per via della forza statunitense in alcune aree, come quella dei semiconduttori); vincolando i crediti fiscali a una riorganizzazione delle filiere con esclusione di un Paese, la Cina. Gli Stati Uniti possono fare tutto ciò per via della loro forza militare, finanziaria, tecnologica e imprenditoriale, altrimenti queste leggi sarebbero inutili orpelli. Quindi se le capacità statunitensi vengono erose, quest’edificio si indebolisce. Molte delle guerre tecnologiche del nostro tempo, per esempio nel percorso dal caso Huawei all’Inflation Reduction Act del 2022, si possono ricostruire attraverso questi strumenti in modo accurato e preciso.

 

Le guerre commerciali, comunque, non si combattono solo sulle merci trafficabili ma anche su prodotti immateriali. Il caso più eclatante ad oggi è quello del TikTok ban, che in realtà arriva da lontano. Come mai una piattaforma di video brevi che ospita prevalentemente balletti e contenuti non politici è così importante da essere al centro di uno scontro geopolitico? E questo tipo di conflitti sono destinati a divenire la norma?

Ho iniziato a occuparmi di TikTok nel 2019 e ho discusso il caso nel mio libro del 2020 in riferimento alla tesi espressa da tempo da Eric Schmidt, l’ex amministratore delegato di Google divenuto poi uno dei consulenti tecnologici degli apparati di difesa degli Stati Uniti, sulla “separazione” di due Internet, rispettivamente a guida americana e cinese. TikTok è stata analizzata anche in libri di giovanissimi ricercatori come Giuseppe De Ruvo (Da Hegel a Tik Tok, EBS Print, 2022) e Luca Picotti (La legge del più forte, LUISS University Press, 2023). È evidente che in quel mercato delle piattaforme non ci siareciprocità, quindi il fatto che un’applicazione di successo negli Stati Uniti sia di proprietà cinese sarebbe stato inevitabilmente contestato, in un più vasto contesto di nazionalismi tecnologici per cui, ad esempio, TikTok in India è stata vietata già nel 2020.

Nel caso americano, tutto ciò prende le sembianze di un conflitto giuridico che va avanti in varie forme da circa cinque anni, che nel 2022 avevo raccontato fino a quella data, e che ormai comprende di tutto: le accuse di una guerra dell’oppio al contrario, la lotta tra piattaforme che coinvolgeva in particolare Zuckerberg (il quale si incontra con Trump sul tema nel 2020, mentre ora è indicato da Trump come avversario), il ruolo dei capitali americani nel finanziamento sia di imprese cinesi (come la stessa ByteDance, proprietaria di TikTok) che della politica americana, il razzismo evidente espresso nei confronti di manager asiatici da parte di alcuni politici americani, i luoghi e strumenti di controllo degli investimenti, il Partito Comunista Cinese che interviene per dire che bisogna difendere a tutti i costi il buon funzionamento dell’economia di mercato. Insomma, c’è abbastanza materiale per una stupenda serie televisiva, che potrebbe essere forse prodotta e realizzata prima che il “caso” venga chiuso.

TikTok è un caso particolare ma i vincoli politici per chi ha operato e vuole operare sia in Cina che negli Stati Uniti sono e saranno presenti. Riguardano anche, per esempio, alcune società di consulenza occidentali che si sono arricchite facendo slide per i cinesi o imbastendo pseudo-think tank per raccattare altri soldi dal Partito comunista, e ora si trovano a negare il tutto con imbarazzo.

 

Nel libro Trade wars are class wars viene proposta la derivazione dei conflitti commerciali da precise scelte delle borghesie dei singoli stati rivolte ad affermare il proprio predominio sui ceti meno abbienti, riducendone il potere d’acquisto e dunque riconfermando le disuguaglianze a garanzia della propria posizione. Cosa pensi di questa visione? 

La visione sui deficit e surplus commerciali di quel libro è interessante, ma ritengo comunque inappropriato il concetto di borghesia così utilizzato poiché questa non esiste più. C’è su questo tema un dibattito bellissimo tra Massimo Cacciari e Giorgio Napolitano in occasione della ripubblicazione del volume di un grande pensatore borghese come Thomas Mann, “Moniti all’Europa”.

Le caratteristiche novecentesche della borghesia, culturali come sociali, sono sparite o sono state sostituite, in termini diversi nei vari sistemi politico-sociali: a prenderne il posto sono state o delle oligarchie molto ridotte (cosa ben diversa dalla borghesia!), composte di meri rentier come di imprenditori che per esempio attraverso lo sviluppo di aziende tecnologiche nascono quasi dal nulla, o in altri casi da quello che chiamerei “nuovo modo di produzione asiatico”, per riprendere categorie marxiane. Con quest’espressione oggi possiamo identificare un sistema industriale-manifatturiero che non opera per accentuare le disuguaglianze (anche se in alcuni casi, come per esempio nei conglomerati indiani, la concentrazione di ricchezza è fortissima) ma per aumentare il benessere dei popoli dell’Asia Orientale, generando ancora l’uscita dalla povertà di decine di milioni di persone ogni anno, e rafforzando la centralità produttiva delle loro filiere, tutto ciò non a somma zero ma a scapito di quelle altrui.

 

Cina e Stati Uniti sono senza dubbio i protagonisti delle guerre commerciali contemporanee ma vi prende parte anche l’Europa. Fino ad ora come si è schierato il continente, ha imposto o subito sanzioni da una delle due parti in lotta? In che modo questi processi possono compromettere (o favorire) lo sviluppo di un’autonomia europea? 

Questi processi hanno indebolito e indeboliranno i Paesi europei, che sono da anni i perdenti della fase storica in cui viviamo, soprattutto all’indomani della Grande Recessione. La Germania, cuore economico e industriale europeo, è finita in una trappola cinese: ha aumentato in modo consistente il suo interscambio con Pechino e in questo processo ha seguito l’idea balzana per cui la Cina sarebbe stata indefinitamente il mercato di Volkswagen e altre grandi aziende, mentre la Cina dopo aver portato queste aziende in Xinjiang vuole comprare soprattutto prodotti cinesi. Pertanto, sempre più le auto di BYD e non quelle tedesche. Affrontare questo processo è quindi molto doloroso perché comporta la fine dell’illusione di una specie di Bengodi cinese che i tedeschi con grande stupidità hanno inseguito.  

Nella guerra tecnologica sui semiconduttori, siamo in un’altra trappola potenziale: in sintesi, siccome gli Stati Uniti colpiscono la Cina su certi prodotti, la Cina si concentra sulla sovraccapacità in altri campi, nella fattispecie per usi industriali e automobilistici. E chi li produce, visti anche i mercati di riferimento? Proprio alcune aziende europee, che quindi sono destinate a entrare in difficoltà anche per colpa loro.  

Al di là di questi esempi, l’idea di “potenza delle regole” di Bruxelles si colloca a mio avviso tra l’inutile e il tragicomico. Non esiste nessuna potenza delle regole perché la potenza è militare, tecnologica, industriale, imprenditoriale. Alla fine della storia, anche in termini kojèviani, è vero che c’è lo spazio dell’amministrazione, ma c’è soprattutto il mistero dello “snobismo giapponese” in tutte le sue forme: se la storia è finita, perché dobbiamo perdere tempo a circolare paper e pdf inutili in riunioni-fiume quando possiamo passare il tempo a guardare Dragonball, Neon Genesis Evangelion o sorseggiare una bevanda calda circondati da gufi o vivere come dei capibara in un onsen, tutte attività molto più appaganti e teoreticamente superiori?

Inoltre, non dimentichiamo che lo stile di vita europeo non attira comunque talenti dall’esterno come fanno e continuano a fare gli Stati Uniti. Quindi, cosa bisogna fare, a parte evitare di buttare le risorse rifacendo le facciate dei palazzi? Per me dobbiamo smettere quasi del tutto di occuparci di regole, che dobbiamo ridurre, cercando di frenare questa mentalità da barzelletta per cui tutto il mondo o quasi ci ride dietro. Per esempio, si potrebbe passare la prossima legislatura europea con l’obiettivo di legiferare un decimo di quella che si sta concludendo, e concentrarci invece sul rafforzamento delle nostre nicchie industriali e tecnologiche e dell’interconnessione di mercato con gli Stati Uniti, che sono temi organizzativi, operativi e di formazione prima che di accumulo e confusione di legislazione. Credo che per gli europei sia utile dal punto di vista culturale studiare le loro, le nostre storie di ricerca e imprenditorialità e supportarle. Personalmente, mi dedico a spiegare a quante più persone possibili, compresi i più giovani, che anche in questo relativo declino che viviamo dalla fine della guerra fredda in Europa abbiamo costruito qualcosa di indispensabile, di cui l’azienda olandese ASML (prima produttrice al mondo di semiconduttori) è la punta di diamante. L’autonomia, pertanto, dipende dalla presenza di aziende e di tecnologie indispensabili e non sarà mai realizzata da nessun regolamento, da nessun discorso programmatico.

 

Negli ultimi anni si è parlato con sempre più insistenza di un mondo diretto verso la “globalizzazione-arcipelago”, la divisione del globo in isole economiche non comunicanti fra loro. Crede che questo scenario sia verosimile e quali implicazioni rischia di comportare? E soprattutto: è davvero qualcosa di diverso dalla divisione del mondo in blocchi dopo la crisi della globalizzazione ottocentesca, che ha portato all’imperialismo e alla prima guerra mondiale?

Penso che un elemento sottovalutato sia la soggettività di altri attori dell’Asia orientale che, ripeto, è il centro dell’industria mondiale e non smetterà di esserlo. Non è un blocco ma una sfera di interconnessione economica tra attori diversi che vanno conosciuti, e questo è il principale deficit cognitivo europeo visto che ancora guardiamo troppo spesso dall’alto in basso la gente senza alcuna ragione.

In quest’area decisiva del mondo, l’Asia orientale industrializzata, l’organizzazione in blocchi è difficile perché ci sono attori già importanti, come Giappone e Corea, attori che approfittano del conflitto USA-Cina e diventano sempre più rilevanti nella geografia del commercio, come per esempio Vietnam e Malesia, c’è la questione di Taiwan, c’è ovviamente il Paese più popoloso del mondo, l’India, che vuole il suo spazio nell’adattamento delle filiere. Spostandoci geograficamente, abbiamo poi attori con enormi forzieri di risorse che sono letteralmente proprietà di famiglie che vogliono utilizzarle, le monarchie del Golfo. Nel mentre altri, come Turchia e Russia, vogliono in qualche modo ricostruire i loro vecchi imperi. Ci sono promesse mancate, come alcuni attori sudamericani e africani. Ovviamente c’è la possibilità di ulteriori estensioni delle guerre.

La situazione è quindi più complicata di quella della globalizzazione ottocentesca, oltre a essere radicalmente diversa per la posizione relativa degli europei: abbiamo il blocco variabile americano / Five Eyes / G7, il blocco cinese (piuttosto debole in termini di coesione interna) e poi effettivamente un arcipelago di chi si fa in vario modo i fatti propri.


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