Negli ultimi mesi, la Serbia è stata attraversata dalle più grandi manifestazioni della sua storia recente. Le proteste – rivolte in primis contro la corruzione del governo – non hanno leader, né un indirizzo politico preciso, rientrando a pieno nel paradigma dei movimenti di piazza del XXI secolo. Eppure, il governo sempre più autoritario del paese non è mai sembrato tanto in crisi. Luca Gringeri – giornalista, militante politico e esperto di movimenti sociali globali – è stato a Belgrado e racconta quello che ha visto nelle strade della città.
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L’anziano autista del bus che fa la spola fra l’aeroporto e il centro di Belgrado ascolta a tutto volume musica tradizionale serba, ed è l’unico rumore attorno a me, mentre una scritta a spray su un ponte mi dà il benvenuto: “Kosovo is Serbia”. Dal finestrino vedo tutto un susseguirsi di bandiere nazionali, cartelloni pubblicitari di Gazprom e murales contro gli Stati Uniti. Malgrado sia passato un quarto di secolo dalle guerre degli anni ’90 conclusesi con i massicci bombardamenti NATO, sembra che qui il tempo si sia fermato. Sui muri, le pubblicità russe e gli avvisi di finanziamenti dell’Unione Europea sembrano sfidarsi a vicenda, un conflitto geopolitico sotterraneo per conquistare i cuori degli abitanti di una terra che, dalla caduta della Jugoslavia, è ambita dagli investitori di entrambi i “fronti” d’Europa. Davanti alla Cattedrale di San Sava, in attesa del bus che mi porterà davanti alla facoltà di filosofia dell’Università di Belgrado, il tempo riprende a scorrere: fischi, prima in lontananza poi sempre più vicini, ed ecco pararsi davanti ai miei occhi un corteo di persone in gilet giallo e fischietto in bocca che, scortati dalla polizia e accolti da strombazzate festanti di clacson, marciano sul lato della strada. Temevo che questo sabato, 29 marzo, fossi arrivato a Belgrado in fretta e furia per niente. E invece eccoli, io sono qui per loro: gli studenti serbi in rivolta.
Il 1° novembre 2024 una pesante tettoia di cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, è crollata sui passeggeri in attesa, uccidendo sul colpo 14 persone – tra cui una bambina di sei anni – e ferendo gravemente tre giovani tra i 18 e i 24 anni. Una di queste è morta il 1° dicembre, dopo un mese di agonia, e il 21 marzo di quest’anno la stessa sorte è toccata a un altro dei sopravvissuti. La massiccia ristrutturazione che aveva investito la stazione a partire dal 2021 sotto l’allora prima ministra Ana Brnabić (oggi presidente dell’Assemblea Nazionale), era apparsa poco trasparente dagli stessi addetti ai lavori: l’ingegnere geologico Zoran Đajić, che ha lavorato alla stazione di Novi Sad fino a marzo 2023, ha rivelato che i lavori venivano accelerati durante le visite politiche, con demolizioni e rifacimenti ripetuti per gonfiare i costi. Nei suoi rapporti dell’epoca, puntualmente ignorati dalle autorità, Đajić aveva chiesto ispezioni strutturali, ma i funzionari si erano limitati a ritocchi estetici, un’omissione che attribuisce a ministri passati e presenti, rammaricandosi di non aver insistito di più. L’ingegnere civile Andrijana Milovanović ha aggiunto che il progetto, approvato da un progettista con licenza per strade e ferrovie anziché per strutture, mancava di documentazione adeguata. Una storia tragica di privatizzazioni a scapito della sicurezza, insomma, dove la ristrutturazione era affidata alle società cinesi China Railway International Co. Ltd. e China Communications Construction Company Ltd, la supervisione alla società ungherese Utiber per la linea ferroviaria e alla francese Egis per l’edificio, e i subappalti alla società serba – pare molto vicina al presidente Vučić – “Starting DOO”.
La tragedia ha generato un effetto domino che sta facendo traballare pericolosamente il potere di Aleksandar Vučić, leader del Partito Progressista Serbo (SNS), la formazione nazionalista di centrodestra che domina incontrastata da 2014. Il 3 novembre si sono dimessi il Ministro delle Costruzioni Goran Vesić, il Ministro del Commercio Tomislav Momirović, e la Direttrice delle ferrovie serbe Jelena Tanasković. Il 22 novembre, la Procura di Novi Sad ha arrestato 13 persone, tra cui Vesić, Tanasković e Nebojsa Šurlan, ex direttore delle ferrovie, per “pericolo generale”. Vesić, rilasciato il 28 novembre per mancanza di prove, e Tanasković, agli arresti domiciliari, si sono accusati a vicenda e hanno tirato in mezzo anche il Presidente Vučić. Infine, sotto la pressione delle proteste, il 28 gennaio di quest’anno si è dimesso il primo ministro e segretario generale del SNS Miloš Vučević, ex sindaco di Novi Sad, costringendo il Presidente a convocare delle elezioni anticipate che si svolgeranno a giugno.
Le manifestazioni di dissenso contro il Governo e un sistema politico percepito come inevitabilmente corrotto, sono partite dai parenti delle vittime di Novi Sad per poi estendersi a gran parte della società, con in testa gli studenti. Davanti alla facoltà di filosofia di Belgrado, occupata come altri 80 complessi universitari della Serbia, ho un assaggio del clima che si respira. Un gigantesco striscione recita: “Blocco. Se non ora, quando?” e su tutte le finestre sono esposti poster con il simbolo ormai comune a tutte le proteste, una mano insanguinata. Di fianco a me, scorgo il murales dedicato a Zoran Đinđić, filosofo ed ex Presidente della Serbia ucciso nel 2003 da un cecchino ultranazionalista, “sfregiato” da getti di vernice rossa, e circondato da scritte di insulti e accuse come “La visione di Đinđić: sfruttare i lavoratori”. Una studentessa mi spiega che il murales non è mai stato restaurato perché si è giunti a un tacito accordo fra gli studenti di sinistra e quelli liberali: i secondi hanno accettato gli schizzi di vernice rossa come un simbolo del suo “martirio”. Già in questo piccolo esempio noto un tentativo di unità fra le varie componenti ideologiche studentesche ostili al Governo. Le proteste sono iniziate in sordina, con blocchi silenziosi del traffico di 15 minuti per onorare le prime 15 vittime (oggi i minuti sono 16 e si svolgono ogni giorno alle 11.52, l’orario della tragedia), evolvendosi rapidamente in scioperi, marce e occupazioni in oltre 276 città e villaggi. Il 22 dicembre 2024, oltre 100mila persone si sono radunate in piazza Slavija a Belgrado, il 1° marzo 2025, a Niš, oltre 200mila cittadini hanno celebrato i quattro mesi dalla tragedia con l’“Editto degli studenti”, una protesta di 18 ore ispirata all’Editto di Milano del 313 d.C., diventando il più grande evento nella storia della città.
Gli insegnanti si sono presto uniti ai loro studenti, con proteste il 19 gennaio 2025 a sostegno di uno sciopero scolastico e uno sciopero generale il 24 gennaio, quando negozi, ristoranti e teatri hanno chiuso con lo slogan “tutto deve fermarsi”. La protesta ha raggiunto il suo apice sabato 15 marzo, con l’immensa manifestazione “15th for 15” che ha radunato quasi mezzo milione di persone per le strade di Belgrado e a cui hanno partecipato oltre agli studenti anche club di motociclisti, sindacati degli agricoltori, degli insegnanti e degli avvocati, ma anche delle brigate paramilitari di veterani delle guerre balcaniche che, a sorpresa, si sono schierati in larga parte a difesa degli studenti (a parte alcuni piccoli gruppi, i “lealisti”, fedeli al SNS e responsabili di violenze contro i manifestanti). Durante il corteo, in buona parte pacifico a parte un lancio di bottiglie contro un presidio di “lealisti”, sembra che la polizia abbia usato un LRAD, un cannone sonico destinato a uso militare, per disperdere la folla – anche se il Ministero della Difesa ha smentito. Le richieste del movimento di protesta includono la pubblicazione dei documenti sulla ricostruzione, punizione per le violenze contro i manifestanti – che sono stati attaccati violentemente più volte da sostenitori del SNS – il ritiro delle accuse agli arrestati e più fondi per le università. Sebbene il governo dichiari di averle soddisfatte, gli studenti sostengono che nulla è stato ottenuto e quindi continuano la mobilitazione.
Per seguire tutte le iniziative, mi viene consigliato di seguire il sito “Kuda na Protest” (Dove protestare), una mappa digitale aggiornata in tempo reale sulle mobilitazioni in corso in tutto il territorio balcanico: il simbolo del cannocchiale indica i blocchi stradali con i 16 minuti di silenzio alle ore 11.52 di ogni mattina; i punti esclamativi informano sui luoghi in cui sono avvenuti attacchi della polizia o dei lealisti; gli omini sotto un tetto indicano le assemblee e quelli più grossi invece le manifestazioni, e quel sabato il simbolo mi indirizza verso la protesta chiamata “(Dez)Informer”, davanti alla sede di Informer TV. Informer è un tabloid scandalistico e una televisione locale fondato dal giornalista Dragan J. Vučićević: di orientamento estremamente filogovernativo, la testata si è distinta nel corso degli anni per la manipolazione di informazioni e gli attacchi personali agli oppositori politici di Vučić. Fin dall’inizio delle proteste studentesche, Informer ha pubblicato nomi e foto degli studenti coinvolti nelle manifestazioni con descrizioni offensive, mentre le mobilitazioni e i blocchi studenteschi sono stati descritti come un tentativo di rivoluzione colorata e di provocazione di una guerra civile. Gli studenti, con in testa quelli della facoltà di Scienze Politiche, hanno deciso di manifestare di fronte alla stazione televisiva dopo che Vučićević, insieme alla giornalista di Novi Pazar, Sajma Dražanin, hanno parlato in diretta delle condizioni di salute della madre dello studente Davud Delimeđac, uno dei partecipanti alla protesta. “Da questo momento in poi, sei il nostro nemico diretto. Questo non è un conflitto ordinario, questa è una guerra mediatica..” hanno scritto gli studenti chiamando al corteo.
Piccoli cortei di studenti in gilet giallo marciano per le strade fra applausi e clacson. Io però decido di approfittare del fatto che dal primo gennaio di quest’anno i mezzi pubblici di Belgrado sono completamente gratuiti – formalmente una misura anti-inquinamento ma, ipotizza qualcuno, anche un modo per placare gli animi – e mi fermo a una pensilina aspettando un autobus che mi porti nei dintorni della manifestazione; l’autobus diretto, ovviamente, è stato cancellato. Un anziano signore dall’abito distinto regge un cartello con slogan a favore delle proteste (“Solidarietà con gli studenti”). Gli si avvicinano un gruppo di giovani giganteschi in bomber nero, cranio rasato e sneakers Adidas: abituato ai confini stilistici occidentali, immagino subito siano dei lealisti pronti a minacciare il vecchio “radical chic”. E invece subito dopo si mettono tutti a scherzare con l’uomo e a creare una sorta di capannello di difesa da eventuali attacchi o fermi della polizia che, dalle camionette in ogni angolo della strada, scruta i volti dei passanti. Salgo su un vecchissimo tram di epoca jugoslava assiepato di gente e arrivo alla mia fermata, dove i passeggeri si riversano nelle strade suonando fischietti e trombe da stadio. L’accesso principale alla manifestazione pare bloccato e, seguendo altri manifestanti, mi infilo in sentierini sterrati che costeggiano austeri palazzi brutalisti frutto dell’edilizia popolare dell’era titina, seguito a vista da alcuni minacciosi uomini vestiti di nero che non sono riuscito a identificare e che mi abbandonano appena entro nel vivo della mobilitazione.
Sono all’interno di una marea umana, ci saranno quantomeno diecimila persone, difese da gruppi di motociclisti che fanno da “barricata” contro eventuali attacchi – poiché in più di una manifestazione i lealisti si sono lanciati in macchina contro gli studenti ferendone gravemente alcuni. Qui tutti, o quasi, hanno fischietti o vuvuzuela in bocca, e reggono cartelli con caricature satiriche di Vučićević e Vučić, mentre un fiume di bandiere nazionali si stende ai nostri occhi. Un palco rudimentale è posizionato proprio davanti alla sede di Informer, protetta da un cancello e lontana un centinaio di metri di distanza, e dalle casse esce, ogni dieci minuti, l’avviso: “La sterilizzazione è in corso. La disinformazione si sta diffondendo rapidamente, stiamo bonificando il terreno, ma c’è troppo lavoro.” Gruppi di studenti in tuta bianca con spazzole e secchi stanno infatti ripulendo simbolicamente la recinzione metallica, mentre altrove è appeso un grosso striscione con un collage dei titoli più scandalistici del tabloid, e a lato si firma una petizione per chiuderlo.
La composizione della mobilitazione è quanto di più variegato io abbia mai visto. Gli studenti che coordinano la protesta, riconoscibili dal gilet, sono ventenni che potremmo vedere in qualsiasi università del mondo, ma intorno a loro ci sono membri di ogni sottocultura esistente, punk, metallari, trapper e ultras. Un cordone di veterani e nazionalisti difende gli studenti, ed è davvero stupefacente vedere questi omoni in basco rosso e mimetica paramilitare stare fianco a fianco a degli zoomers genderfluid, mentre intorno a me si sono radunate persone di ogni età, classe sociale e, probabilmente, ideologia politica. Proprio per evitare strumentalizzazioni e divisioni, gli studenti mi dicono che le uniche bandiere tollerate sono quelle nazionali e quelle delle associazioni studentesche e sindacali, mentre non sono accettate quelle dei partiti politici di opposizione e neanche quelle dei gruppi extraparlamentari che appoggiano la protesta, fra cui le due maggiori organizzazioni comuniste dell’ex Jugoslavia. Noto anche alcuni drappi raffiguranti icone ortodosse, fra cui quella di San Michele Arcangelo, patrono della città, a riprova di una protesta che ha contorni multiformi e generalizzati, fra famiglie con bambini e ottuagenari.
Improvvisamente i fischietti e le trombe tacciono, e tutta la folla comincia a gridare in coro, prima lentamente poi a ritmo sempre più sostenuto e infine gridando e saltando “Pumpaj!”, ovvero “Spingi”, lo slogan più famoso della protesta. Mi inerpico su una collinetta dove giornalisti nazionali e internazionali riprendono la folla, e le casse del palco prorompono in melodie di gruppi punk spagnoli, di “Bella Ciao” nella versione de La Casa de Papel (cantata in coro da tutti i presenti) e da alcune famose band balcaniche come i SARS e soprattutto i bosniaci Dubioza Kolektiv, che recentemente hanno manifestato la loro solidarietà agli studenti con un reel di Instagram. A differenza delle grandi piazze in Georgia, di indirizzo filoeuropeista, e dei recenti scontri anti-euro in Bulgaria, portati avanti da gruppi politici filorussi, fra le migliaia di bandiere di questa protesta non se ne scorge nessuna russa, ucraina o dell’UE. Del resto, sembra che gli establishment che si scontrano in questo clima di pre-guerra siano concordi a non supportare le mobilitazioni contro la corruzione: recentemente Putin ha espresso pieno sostegno al governo serbo e ha tacciato le manifestazioni come un tentativo di “rivoluzione colorata”, mentre il Direttore Generale per l’allargamento della Commissione europea, Gert Jan Koopman, ha dichiarato che l’UE “non accetterà né sosterrà un violento cambio di potere in Serbia”.
Alcuni manifestanti mi confermano che vedono nell’Unione Europea un oppositore ai processi di democratizzazione della Serbia per via dei forti legami fra le imprese europee e il governo, che permette loro di delocalizzare la produzione – e nessuno si stupisce che, quando il 18 marzo Vučić ha incontrato il Commissario europeo per l’allargamento Marta Kos a Bruxelles, questa non abbia mai menzionato le violenze contro i manifestanti. L’Unione Europea pare non essere affatto interessata al costante clima di intimidazione verso gli attivisti che mi riferiscono, prove alla mano, di essere stati intercettati da spyware come Pegasus e NoviSpy, inseriti nei telefoni tramite il software israeliano Cellebrite. Anche l’Italia rimane fredda, se non addirittura ostile, alle proteste. Diversi quotidiani nazionali nostrani hanno messo in dubbio la popolarità della mobilitazione, mentre altri hanno scritto che queste non sarebbero indirizzate contro il governo ma verso segmenti deviati e corrotti. Pochi giorni prima del corteo del 15, l’ambasciata italiana ha diramato una comunicazione in cui imponeva ai cittadini italiani a Belgrado di non partecipare alle proteste, di non uscire di casa e spiegava che non avrebbero dato alcun sostegno ad eventuali persone arrestate.
Dopo sei ore di manifestazione, il corteo si chiude con una veglia di 16 minuti di silenzio in ricordo delle vittime del crollo. Molto spesso, di fronte a proteste che vedono una sinergia fra studenti e lavoratori contro il Governo, si tende a definirle “un nuovo 1968”. L’impressione è che in questo caso l’accezione sia corretta: prendendo le distanze da tutti gli interessi imperialistici che si scontrano in questa fase di tensioni geopolitiche internazionali, le proteste anti-corruzione serbe hanno assunto tali proporzioni che, nell’opposizione compatta ai monopoli governativi, ci danno una immagine delle dimensioni che può raggiungere il conflitto di classe quando ha caratteristiche di massa e non ideologicamente settarie. Per questo, forse, fanno paura sia a est che a ovest.