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Pochi giorni fa si è celebrato il trentennale del massacro di Srebrenica, il massacro sistematico di più di 8000 bosniaci musulmani riconosciuto dalla giustizia internazionale come un genocidio. All’epoca la vicenda scosse profondamente le coscienze riaprendo la discussione sulla necessità di un diritto internazionale; oggi, davanti agli orrori di Gaza, la situazione sembra essere arrivata ad un punto di arresto e tutti i vecchi equilibri sono ormai in crisi. Ne abbiamo parlato con Lily Lynch, giornalista esperta di relazioni internazionali e di Balcani.

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L’anno scorso, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente riconosciuto Srebrenica come genocidio, in un momento in cui questo termine è tornato al centro del dibattito pubblico. Come è stato accolto questo riconoscimento in Bosnia e in Serbia?

Formulerei la domanda in modo un po’ diverso, poiché la Bosnia è composta da due “entità”: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, composta principalmente da bosgnacchi e croati, e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Chiarito questo punto, è evidente che le reazioni al fatto stesso che passasse una simile risoluzione siano state completamente divergenti, per cui i musulmani l’hanno accolta in modo molto favorevole mentre i serbi sono stati in gran parte contrari. Tuttavia, la reazione al voto effettivo è stata più complessa: i voti dell’Assemblea Generale dell’ONU sono trattati quasi come competizioni nei Balcani, come fossero dei referendum sull’opinione pubblica mondiale. Pertanto, in pochi nella regione si sono concentrati sul voto in sé perché quanto interessava davvero era capire quali paesi avessero votato a favore, quali si sono astenuti e quali hanno votato contro. Da un lato, quindi, l’approvazione è stata un sollievo per i bosniaci che tuttavia sono rimasti delusi per quanto divisivo si sia dimostrato il voto dell’Assemblea Generale e per il tiepido sostegno alla risoluzione, soprattutto nei paesi del Sud del mondo e in alcuni paesi musulmani. Persino altri paesi che hanno vissuto un genocidio, come l’Armenia, si sono astenuti. Alla fine, sono stati di più i paesi che si sono astenuti o che hanno votato contro la risoluzione piuttosto che a favore, in chiaro contrasto con le recenti risoluzioni sulla Palestina, dove il Sud globale si è dimostrato fortemente unito nel proprio sostegno.

Per le stesse ragioni, la Serbia ha interpretato il voto dell’Assemblea Generale come un successo e Vučić è riuscito a presentare il risultato come una propria vittoria politica. Se si ascolta la discussione dell’Assemblea Generale prima del voto, si nota che anche i paesi che hanno sostenuto la risoluzione hanno espresso importanti riserve, sottolineando la natura evidentemente politica del tempismo e l’ipocrisia del ruolo di co-sponsor alla risoluzione giocato dalla Germania – l’ambasciatore tedesco, nel discorso di apertura della discussione, ha affermato che non dovremo “mai più” permettere un genocidio, un intervento percepito da molti serbi come cinico tenendo conto di quanto sta avvenendo a Gaza anche col supporto tedesco. Insomma, in Serbia la risoluzione è stata vista come un modo per l’Occidente di pulirsi la coscienza per il proprio coinvolgimento nel genocidio palestinese. Allo stesso tempo, la maggior parte dei bosniaci ha guardato alla risoluzione come ad un riconoscimento sul palcoscenico mondiale delle proprie sofferenze, pur limitato e criticando il focus esclusivo su Srebrenica; insomma, un buon inizio ma forse non sufficiente. Alla fine, il voto ha rivelato quanto il mondo sia diviso sulla disgregazione della Jugoslavia e l’influenza che Belgrado esercita ancora tra i paesi del Movimento dei Non Allineati, anche malgrado le spedizioni di armi della Serbia in Israele. In molti paesi del Sud del mondo, questo è considerato una necessità economica di un paese povero, quindi lo tollerano. Nel frattempo, Bosnia e Kosovo sono visti come completamente allineati agli interessi degli Stati Uniti e della NATO, proprio come l’Ucraina, un altro paese che ha faticato a ottenere il sostegno dei paesi del Sud del mondo all’Assemblea Generale dell’ONU e per il quale le risoluzioni hanno portato a un numero frustrante di astensioni.

 

L’eredità politica di un genocidio è un fardello tremendo per uno stato: ad esempio, il senso di colpa per la complicità tedesca nell’Olocausto ha portato alla attuale Staatsräson, basata sul sostegno incondizionato e acritico a Israele. Come ha reagito la Serbia al genocidio di Srebrenica?

La Serbia non riconosce i fatti di Srebrenica come un genocidio, quindi la reazione politica è stata molto diversa da quella che ebbe a suo tempo la Germania. Anzi, quanto si registra nel caso serbo è proprio l’assenza di una vera reazione, come una sorta di amnesia imposta dallo stato. Tuttavia, ci sono state alcune eccezioni che credo valga la pena menzionare perché illustrano il deterioramento della retorica politica nel corso dell’ultimo decennio. Nel 2010, il parlamento serbo ha adottato una dichiarazione che condannava “nei termini più forti il crimine commesso nel luglio 1995 contro la popolazione bosgnacca di Srebrenica”, accompagnata dalle scuse alle famiglie delle vittime. Da allora, questa è rimasta la linea sostenuta dai politici serbi, che usano espressioni come “crimine terribile” per descrivere Srebrenica, facendo sempre attenzione a non usare la parola genocidio. Vučić è un nazionalista conservatore che è stato ministro dell’informazione di Slobodan Milošević negli anni ‘90 e comunque nel 2015 partecipò alla commemorazione del genocidio tenuta annualmente a Potočari incontrando il gruppo di sopravvissute delle “Madri di Srebrenica”, pur essendo poi stato costretto a fuggire dopo essere stato colpito con delle pietre.

Oggi è impossibile immaginare qualcosa del genere. C’è stato un costante deterioramento del discorso pubblico, un ritorno alla bruttezza in stile anni ’90 osservabile nella politica ma perfino nei tabloid serbi. Inoltre, i cambiamenti all’interno dell’Unione europea ne hanno alterato l’atteggiamento nei confronti dei paesi candidati, ridimensionando nettamente le richieste circa la condivisione dei “valori europei” – in questo caso espresse nel bisogno che i serbi “facciano i conti con il loro passato”. Ora l’UE ha abbracciato un concetto di “Europa geopolitica” che avrebbe imparato a parlare “il linguaggio del potere”, soprattutto in risposta alla guerra in Ucraina. Vučić è stato in questo senso capace di dimostrare il proprio valore, ad esempio inviando armi a Kiev, ma al contempo lo stato di crisi semipermanente dell’UE ha reso sempre meno appetibile l’adesione alle istituzioni europee, il che ha dato alla Serbia meno incentivi ad usare una retorica che potrebbe piacere a Bruxelles.

 

Le tensioni interetniche persistono in Bosnia, al punto che il presidente bosniaco-serbo Dodik ha minacciato di separare il comando militare locale da quello nazionale e quest’estate la Republika Srpska ha partecipato come entità autonoma ai BRICS Games tenuti l’estate scorsa in Russia. Come sono oggi le relazioni tra le nazionalità? È possibile immaginare un futuro di riconciliazione o l’appartenenza etno-religiosa è destinata a rimanere un fattore centrale?

L’ex direttore della CIA William Burns aveva visitato i Balcani e aveva inviato un messaggio a Dodik che ha prodotto risultati immediati, arrivando a twittare che la Republika Srpska ha sempre rispettato la sovranità della Bosnia. Questo dimostra che con il giusto tipo di pressioni, Dodik può essere costretto a una posizione più pragmatica, ben più di quanto non possano fare le sanzioni già imposte a lui e ai suoi alleati dall’amministrazione Obama. Quindi si trova in una posizione di debolezza, aggravata dalla sua dipendenza da quello che è il volere di Vučić – un elemento non a caso ben apprezzato dai funzionari statunitensi. Quindi, non credo che accadrà nulla di drammatico in assenza di un cambiamento significativo nel calcolo geopolitico, ad esempio, un’importante escalation nello scontro tra la Russia, la Cina e l’Occidente.

Per quanto riguarda la riconciliazione, penso che la situazione sia al tempo stesso peggiore che migliore di quanto non si creda. È peggiore perché al momento non sembra ci sia alcuna possibilità che i serbo-bosniaci accettino mai che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio; è passato troppo tempo e nel frattempo il mondo si è spostato su conflitti sempre più grandi e globali. Alcuni analisti ritengono che questo negazionismo possa essere combattuto abolendo la Republika Srpska e imponendo un nuovo sistema educativo, ma sottovalutano il grado di resistenza dei serbi a ciò che vedono come l’imposizione di una narrazione parziale sulla guerra. Inoltre, il multipolarismo avvantaggia la Serbia e tanto più avrà un ruolo essenziale per le grandi potenze, quanto meno sarà incentivata – e forzata – a discutere degli anni ’90. Eppure, per quanto nella società serba si assiste ancora alla glorificazione del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić e di altri criminali di guerra condannati, questo non mi sembra rivelare una volontà di tornare in guerra ma piuttosto come un rifiuto di accettare una “narrazione occidentale” della guerra e del ruolo preminente della Serbia in essa.

D’altro canto, per quanto riguarda la riconciliazione, la vita va avanti. Serbi e bosgnacchi vivono ancora nelle stesse città e negli stessi paesi. Come mi ha spiegato una persona lì, “è come certi matrimoni: tesi, ma si convive comunque sotto lo stesso tetto”. Sono stato a una conferenza stampa tenuta dal sindaco serbo di Srebrenica diversi anni fa, e aveva bosgnacchi che lavoravano nel suo staff. Storie simili esistono in tutto il Paese, creando una realtà che coesiste tranquillamente con la retorica volgare in stile anni ’90.

 

Il caso della Serbia e di Srebrenica può fornire lezioni su come coloro che commettono un genocidio sopravvivano a esso. Quali lezioni possiamo trarre da questo per il futuro di Israele dopo Gaza?

Occorre ricordare ancora una volta che la Serbia non riconosce Srebrenica come un genocidio ma come un “crimine” deplorevole, commesso nel contesto della guerra civile. È anche importante sottolineare che Serbia e Israele si trovano, in un certo senso, in posizioni opposte: la Serbia era un nemico dell’Occidente, come lo è oggi la Russia. Ciò significa che la guerra e le sue conseguenze sono state trattate in modo molto diverso dall’Occidente, dai media occidentali e da istituzioni come il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, progenitore della Corte penale internazionale. Israele è allineato con quei Paesi dell’Occidente “illuminato”. Mentre la Serbia è stata costantemente pressata per consegnare i suoi imputati per crimini di guerra all’Aia, oggi sentiamo i politici occidentali ripetere che Israele “ha il diritto di difendersi” e che la giustizia penale internazionale è improvvisamente ingiusta e “politica”. Israele e Serbia sono anche diametralmente opposte in termini di forza economica, essendo il primo una ricca potenza nucleare, sostenuta dai Paesi più potenti del mondo, mentre il secondo alla fine della guerra era in condizioni disperate. Menziono tutto questo a causa dell’enorme ruolo che l’Occidente ha giocato nel plasmare il terreno politico post-bellico dell’ex Jugoslavia, compresa la riconciliazione e gli sforzi per portare quanti sospettati di crimini di guerra davanti alla giustizia internazionale. In assenza di queste pressioni da parte dell’Occidente, i crimini israeliani cadranno presumibilmente nella totale impunità. In alternativa, gli Stati Uniti potrebbero sostenere l’invio di alcuni rappresentanti israeliani all’Aia, nel tentativo di rilanciare l’“ordine basato sulle regole” e dimostrare che sostengono il diritto internazionale.

Per quanto riguarda la percezione delle persone comuni, invece, l’impatto è davvero minimo in uno scenario in cui non si crede che il genocidio abbia davvero avuto luogo. Sarà semplicemente inquadrato nella categoria più ampia delle “cose brutte accadute durante la guerra” e del trauma bellico generale. Si vedranno come vittime piuttosto che come perpetratori e coltiveranno un senso di risentimento per essere stati “fraintesi” o singolarmente presi di mira quando le corti internazionali definiscono genocidarie le loro azioni. Gli israeliani, come i serbi, si vedono come vittime storiche di genocidi piuttosto che come autori di essi e non riescono a immaginarsi in entrambe le posizioni. La Serbia mantiene in piedi un sistema di negazionismo di Stato nonostante le enormi pressioni della “comunità internazionale” (ovvero l’Occidente) per convincerli ad accettare le proprie colpe. Forse l’unica lezione, quindi, è che l’accettazione del passato deve venire dall’interno e non può essere imposta dall’alto.

 

Il termine “genocidio” non è rilevante solo a causa degli eventi di Gaza: negli ultimi anni è apparso frequentemente nella politica internazionale. Putin accusa l’Ucraina di commettere genocidio contro la minoranza russofona nel Donbass, l’Occidente accusa la Cina di genocidio contro gli uiguri nello Xinjiang, e in Italia persino gli eventi al confine orientale alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono stati rappresentati dall’estrema destra come un “genocidio istriano”. Cosa ci dice questa ossessione sulla politica internazionale contemporanea?

Prima di Gaza, ritenevo sempre più inappropriata la facile applicazione di questa categoria e pensavo che il termine “genocidio” avesse bisogno di una definizione aggiornata – o che dovesse essere abolito del tutto. Croazia e Serbia avevano iniziato ad accusarsi l’un l’altra di genocidio e se ne è parlato perfino nella disputa sul nome della Macedonia. Ma il genocidio di Gaza e il caso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia me ne hanno ricordato l’importanza. Capisco che per gli attivisti che cercano di attirare l’attenzione del mondo, il crimine di genocidio sia il crimine supremo, quindi ha senso usare quel linguaggio; facendone uso vengono mutati drammaticamente i termini del dibattito e chiunque metta in dubbio la tua posizione diventa un negazionista del genocidio. È quindi un’arma retorica molto potente, soprattutto in momenti di forte polarizzazione in cui le persone traggono potere dallo status di vittime. Detto questo, quanto più dovrebbe preoccupare è il futuro di questa parola e non l’uso imperfetto che se ne fa oggi. La guerra sta cambiando così rapidamente, con l’introduzione di droni e intelligenza artificiale e potenzialmente di “slaughterbots” – macchine in grado di uccidere autonomamente, senza coscienza umana – che mi chiedo quale sarà il futuro del genocidio in guerra, dove “l’intento” è così centrale per stabilire la colpevolezza.


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