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Il conflitto a Gaza è senza dubbio il più mediatizzato nella storia: mai come oggi abbiamo avuto modo di seguire 24 ore al giorno tutti i giorni lo sviluppo di una guerra, né (cosa ancora più importante) dei massacri indiscriminati ai danni dei civili. Se noi siamo spettatori di questo contenuto, però, significa che esiste qualcuno che lo crea. Maria Chiara Franceschelli – ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa – su come si guarda un genocidio su TikTok.

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In base alla viralità di un contenuto e alle interazioni che raccoglie, TikTok garantisce agli utenti un margine di guadagno. Da diversi mesi, quindi, succede che molte persone da Gaza usano TikTok come fonte di reddito: chi riesce ad avere elettricità, crea contenuti. Questi contenuti, chiaramente, fanno leva sullo shock emotivo e sullo sconvolgimento visivo. Mettono l’orrore in primo piano, giocano sull’empatia di chi guarda e, talvolta, sul senso di colpa: “aiuta la mia famiglia” “cosa penseresti se questi fossero figli tuoi?” “non ti perdonerò mai se scrolli senza aiutarci”, e così via. Un’altra tattica molto comune tra i creator gazawi è quella di usare clickbait o contenuti che stimolano piacere in chi guarda (ASMR, mukbang) per metà della durata del contenuto, e poi passare in maniera improvvisa all’appello del creator.

TikTok premia i creator attraverso il Creator Rewards Program sulla base di diversi criteri, tra cui video della durata minima di un minuto, visualizzazioni effettive (con almeno 5 secondi di watch time), commenti, condivisioni, like, potenziali di ricerca e tutte le altre forme di coinvolgimento attivo. Quindi, dall’altra parte dello schermo, chi vuole sostenere il popolo palestinese nel genocidio in corso commenta, salva, lascia like, condivide questi contenuti. Nei commenti abbondano i “tea or coffee?”, “what time is it?”, e anche le parole che possono contribuire a portare il contenuto nei Per te (la “home” di TikTok), in genere riferimenti pop: Super Bowl, Taylor Swift, Chappell Roan, Kendrick Lamar, e altre amenità. Un equivoco molto comune è il commento “copy link proof: si crede che copiare il link al contenuto ne gonfi l’engagement, dunque si invitano gli utenti a interagire copiando il link al TikTok e incollandolo nei commenti. Pare che copiare il link di per sé non abbia granché peso sull’engagement del contenuto, purtroppo. Ma comunque si commenta, quindi va bene lo stesso.

Di tutti i genocidi nella storia, con quello in corso a Gaza abbiamo il legame più intimo. Non è il primo genocidio a entrare nelle nostre case: parte del dramma umanitario dell’assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica, ad esempio, ci è stato trasmesso in diretta grazie alla televisione. Questa volta però è diverso: grazie a TikTok stiamo instaurando un legame profondo e ambivalente con Gaza e la popolazione gazawi sotto assedio. Centinaia di migliaia di utenti, me compresa, commentano sempre nella speranza di poter contribuire così ad aiutare una famiglia gazawi a comprare del cibo, anche se il cibo a Gaza è finito, l’inedia è una delle armi che il governo israeliano sta usando contro la popolazione gazawi, e ormai non è più “solo” una questione di soldi. Sono certa anche che molte persone si approfitteranno di questo fenomeno, ed è una cosa che ho già visto fare in parecchi casi: creator che non si trovano a Gaza, e che apparentemente non hanno raccolte fondi in corso, che producono contenuti in linea con quanto descritto finora e collezionano migliaia di interazioni. Ma non importa: a chi guarda non costa niente, e se qualche palestinese sotto assedio può guadagnare qualcosa ben venga nutrire anche gli sciacalli. Ma il senso di straniamento è quasi insopportabile e i layer sono troppi per sviscerarli tutti.

L’algoritmo di TikTok è ossessivo e circoscritto, basta un like a un contenuto che subito ne vengono proposti molti altri dello stesso tipo. L’internet contemporaneo ha smesso da tempo di essere uno strumento esplorativo: su TikTok non è possibile cadere casualmente nel “rabbit hole”, quel meccanismo per cui da un tema, seguendo concatenamenti spontanei, ti ritrovavi invischiata in contenuti e dibattiti su temi completamente diversi e altrettanto di nicchia, come poteva capitare nei forum degli anni Dieci o nel vecchio YouTube. Le logiche algoritmiche invece premiano la ripetizione e la prevedibilità a discapito dell’ignoto. Il risultato è che molti utenti di TikTok hanno un’esposizione al genocidio di Gaza che non ha precedenti nella storia: più supportiamo i creator palestinesi attraverso la piattaforma, più siamo esposti a contenuti simili. Siamo legati a filo diretto alle famiglie che stanno morendo di fame, ai bambini scheletrici, ai genitori mutilati e ai parenti disperati, senza l’intermediazione storica dei reporter e dei telegiornali. 

Le conseguenze di tutto ciò sono difficili da soppesare, e probabilmente riusciremo a capirle solo in un futuro prossimo. Da un lato è possibile che queste dinamiche alimentino il coinvolgimento, lo sdegno, la rabbia e altre emozioni spesso necessarie a chiedere conto ai propri governi del supporto al governo genocida israeliano; dall’altro, richiamando ciò che teorizzò Susan Sontag sulle immagini di contesti di guerra e povertà, non è impossibile che questa esposizione prolungata e ripetuta a sofferenze spettacolarizzate contribuisca, al contempo, a una normalizzazione del genocidio e a una desensibilizzazione al dolore. L’accumulazione crea saturazione. Non è impossibile, insomma, che ricominciamo a scrollare, dopo una frazione di secondo, pregando che il prossimo TikTok sia un contenuto di intrattenimento scemo e non l’ennesima testimonianza di un orrore indicibile. 

E mentre noi facciamo i conti con la viscerale sensazione di ridicolo e di vergogna che accompagna i nostri like e i nostri commenti messi comodamente dal divano di casa, a Gaza centinaia di persone sotto assedio sono costrette a escogitare strategie di comunicazione efficaci e coinvolgenti, a fare balletti, a usare gli audio virali nel tentativo disperato di guadagnare un po’ di soldi da un algoritmo che non fa differenze. È difficile non vedere nella costrizione a piegarsi ai dettami della viralità l’ennesimo sberleffo alla dignità dei palestinesi, già costretti a vivere in condizioni di totale indigenza, senza nessun tipo di sicurezza, esposti quotidianamente a violenza letale, in una situazione in cui i loro diritti umani sono sistematicamente violati da Israele. E ciò si traduce anche in una crescente distopia per lo spettatore. “Nothing beats a Jet2 holiday”, sento, mentre un ragazzino mi mostra un quartiere raso al suolo dalle rovine del suo terzo piano. Nella striscia di Gaza è diventato impossibile anche scegliere come vivere il proprio dolore e il proprio lutto: questi contenuti non sono solo la denuncia e l’urlo di chi vuole fare sì che tutto il mondo veda i crimini di guerra israeliani, ma sono anche l’ultima disperata risorsa di chi è costretto da Israele prima, e dall’algoritmo poi, a monetizzare la propria tragedia collettiva e personale per avere la speranza di sopravvivere. 

In tutti i contesti di conflitto si instaurano microeconomie informali adattive e di sussistenza, ma a Gaza siamo davanti a un fenomeno inedito. La microeconomia del genocidio è legata a doppio filo alle dinamiche algoritmiche, creando una nuova connessione fra dimensione locale e dimensione globale. La popolazione sotto assedio è privata anche del controllo sulla microeconomia locale, che invece ora co-dipende dai colossi tecnologici. La microeconomia di sussistenza di Gaza – dove sussistenza è già una parola grossa, visto che com’è noto gli approvvigionamenti alimentari concessi da Israele sono largamente al di sotto della soglia minima per la sopravvivenza della popolazione – non riguarda solo Gaza, ma sottostà a regole che non sono state formulate a Gaza e che con Gaza hanno, tutto sommato, poco a che vedere. 

Sono nuove implicazioni di vecchi fenomeni, coerenti con quanto già sappiamo bene sui social, sugli algoritmi, e sul crescente potere economico e politico delle aziende del tech. Vanno studiati dal punto di vista economico, mediatico, sociale e antropologico, e impongono la formulazione di un’etica nuova in grado di osservare il disastro da vicino senza scadere nel simil-sciacallaggio tipico del cinismo accademico (“sto provando a entrare a un dottorato, ho mandato una proposal su TikTok nel genocidio in Palestina”). Dopo Gaza non è più possibile salvare la faccia davanti alla storia, ma è imprescindibile guardare l’orrore da vicino e dissezionarne le implicazioni. Nel frattempo l’orrore distopico a Gaza continua, il genocidio non si ferma e per vederlo ci basta scrollare TikTok.


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