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Nel Museo della Vittoria di Mosca, uomini armati chiedono in modo invadente i documenti ai visitatori. Ma questi soldati, in uniforme da partigiani sovietici del 1941, sono degli attori; le guide turistiche consegnano ai visitatori dei documenti finti e poi li accompagnano in una stanza dove possono scrivere lettere ai coscritti russi che oggi combattono nel Donbas. Come spiega Volodya Vagner, il museo vuole mobilitare il richiamo emotivo della Grande guerra patriottica per l’attuale sforzo bellico russo.
Il cosplay di quella lotta è una caratteristica chiave della propaganda putiniana per la sua cosiddetta guerra di “denazificazione”. Ma l’evocazione di una lotta contro l’hitlerismo non è limitata a una sola parte: voci diverse, dallo storico Timothy Snyder a gli utenti di Twitter che inveiscono contro “Putler” e “RuZZia”, sostengono che siamo di nuovo di fronte ad una lotta generazionale per la libertà contro la tirannia. Che è anche una lotta per il passato stesso: in gran parte dell’Europa orientale, l’invasione russa aiuta i nazionalisti ad attaccare ulteriormente la narrazione antifascista della Seconda guerra mondiale, e lo scorso 25 aprile molti liberali italiani hanno insistito sul fatto che il modo migliore per sostenere l’eredità dei partigiani fosse sostenere chi starebbe combattendo oggi la stessa lotta in Ucraina. Si tratta di un’analogia che ha molti limiti fattuali – l’assenza di una guerra civile o di classe, il protagonismo di un esercito regolare – ma un chiaro orizzonte politico e morale: “noi” – i democratici, l’Occidente, l’Europa, la comunità internazionale – dovremmo favorire la resistenza contro la tirannia piuttosto che accettare la sottomissione in nome della pace.
Dall’altra parte, molte critiche di sinistra agli aiuti militari a Kyiv si basano su un’altra analogia: quella con la Prima guerra mondiale. La guerra come conflitto inter-imperialista di cui il sud-est dell’Ucraina è solo il campo di battaglia, “Joe Biden vuole combattere fino all’ultimo ucraino”, l’idea che l’espansione della NATO post-1991 abbia provocato una “risposta” russa. L’idea della resistenza ucraina e il linguaggio della difesa della libertà sono subordinati al realismo dell’analisi di una lotta di potere geopolitica. Esiste oltretutto anche una versione di destra di questa critica: l’invito di Tucker Carlson a fare della Russia un alleato contro il vero nemico, la Cina.
Entrambe le analogie sono fuorvianti e non riescono a vedere tutte le difficoltà del momento attuale. Il semplice fatto che un conflitto specifico e regionale preveda una posta in gioco anche a livello globale non era una novità delle due guerre mondiali. Un conflitto come la Guerra dei Sette Anni (1756-63) integrava teatri e alleati lontani nella battaglia centrale per l’egemonia tra Gran Bretagna e Francia; ci sono molti esempi, anche prima del XX secolo, di rivolte nazionali e anticoloniali sostenute da potenze imperiali rivali rispondendo ai loro propri motivi opportunistici, anche se non sostenevano principi generali di autodeterminazione, democrazia o simili.
La differenza tra le due letture si basa sull’identificazione di una “contraddizione primaria” diversa in ciascuno dei due casi, anche se ciascuna guerra mondiale era multiforme nelle sue cause (e conseguenze) politiche. La Prima guerra mondiale ha comportato anche guerre di difesa nazionale, ma in ultima analisi pochi storici vedrebbero lo sforzo bellico dell’Intesa come una lotta per difendere la Serbia o il Belgio. Nella Seconda guerra mondiale gli Alleati hanno sconfitto il fascismo genocida, ma si lottava anche per la definizione di nuove sfere di influenza imperiale.
Potremmo quindi essere portati a discutere della “contraddizione primaria” della guerra in Ucraina – se la difesa ucraina vada compresa nei suoi propri termini, oppure vista in chiave più “geopoliticizzata”. È un’operazione che di recente è stata tentata da Susan Watkins rifacendosi all’analisi della Seconda guerra mondiale dello storico leader trotskista Ernest Mandel. Mandel aveva sostenuto che il periodo 1939-45 aveva combinato elementi di “cinque guerre in una”: una guerra tra potenze imperiali, una guerra di autodifesa sovietica e una cinese, le guerre di liberazione anticoloniali, le guerre di liberazione antifasciste. Per Watkins anche la guerra in Ucraina possa essere intesa come una sovrapposizione di vari conflitti: la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ma anche una guerra “difensiva” russa contro la NATO e la nuova Guerra fredda USA-Cina.
L’analisi ha provocato resistenze dalla parte filoucraina che vede l’imperialismo solo da parte russa, ma il suo problema più eclatante è che non riesce a identificare altre forze nel conflitto attuale che non siano gli stati belligeranti stessi. Non siamo in un momento di ascesa della mobilitazione sociale come nel 1945 o nel 1918. Sia chi immagina i difensori ucraini come una nuova versione dei partigiani del 1945, sia chi ci rivede gli interventisti del 1914 trova pochi punti d’appoggio nella mobilitazione popolare nei due paesi più interessati, realmente capace di cambiare la situazione; più che “trasformare la guerra imperialista in guerra civile” abbiamo una guerra civile che si è trasformata in guerra imperialista rendendo le pressioni dal basso un fattore molto esiguo. Più sensata la speranza di un intervento diplomatico esterno, che sia della Cina, del Brasile o magari di un’Unione Europea interessata a distinguere la propria posizione da quella di Washington.
Quando il 1° settembre 1939, il comunista jugoslavo Milovan Djilas seppe dal suo compagno Vladimir Dedijer che la Germania aveva invaso la Polonia, si dimostrò ottimista: i conflitti imperialisti del passato non avevano forse portato a svolte come la Comune di Parigi e le Rivoluzioni russe del 1905 e del 1917? In questa versione, il rifiuto di Djilas di farsi allarmare dal particolare, di mantenere l’orizzonte a lungo termine di una vittoria finale, è convalidato dal trionfo jugoslavo nel 1945. Ma la sua fede nel futuro, è una risposta molto poco plausibile alla situazione attuale.
Pur parlando in un momento buio del suo movimento – quello del patto Molotov-Ribbentrop, prima della formazione del fronte antifascista – e in cui il suo partito rimaneva molto minoritario, Djilas poteva pur sempre citare esempi recenti e rifarsi al credo leninista dell’epoca della Prima guerra mondiale: rivolgere i fucili contro tutti gli alti comandi. Anche così, però, la sua vittoria sarebbe dipesa da quella complessiva degli Alleati sull’altro campo imperialista, si sarebbe basata sulla sconfitta totale dei regimi nemici e l’ascesa di due nuove potenze egemoniche rivali – non sul ritorno allo status quo ante.
Una simile soluzione non è oggi plausibile, e non solo perché il conflitto è finora rimasto limitato ai due belligeranti iniziali. Se dopo il 1914 Lenin e Woodrow Wilson offrirono versioni contrapposte di un nuovo ordine di pace mondiale, almeno retoricamente basato su principi di giustizia, oggi faticheremmo a individuare iniziative di questo tipo, anche da parte di nuovi aspiranti egemoni, mentre chi evoca una qualche mediazione difficilmente riesce ad andare oltre il congelamento del conflitto in atto: Xi Jinping sta ancora sondando l’opinione degli alleati e leader più diffusamente ammirati come Lula non sembrano nella posizione di fare proposte concrete di nuovo ordine securitario globale. Sul piano militare la resistenza ucraina, sventato il piano di invasione, potrebbe riuscire a riportare la linea del fronte a prima del 24 febbraio 2022, ma anche in quel caso, non saremmo nello stesso mondo di prima. Per quanto riguarda il dopo, processi di “verità e riconciliazione” o processi per crimini di guerra all’Aja, appaiono molto difficili. Possiamo giusto sperare che questa guerra non si trasformi in un conflitto globale, ma non illuderci che sia possibile una pace duratura.
Editor europeo di Jacobin. Il suo ultimo libro è Mussolini’s grandchildren (Pluto Press, 2023).