Blog

La destra italiana è da anni ossessionata dall’ottenimento di un’egemonia culturale, percepita come qualcosa ancora in mano ai progressisti, e combatte senza sosta per farla propria. Che ce la facciano o meno, però, conta poco: il problema è che in Italia, ad oggi, la cultura è in una crisi senza precedenti e anche se qualcuno detenesse l’egemonia culturale, non se ne farebbe nulla. Ne parla Alessandro Massone, designer e editor di Iconografie.

***

Si è appena concluso Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia che prende il proprio nome da uno dei protagonisti della Storia infinita di Michael Ende, autore legato al movimento pacifista, contrario al riarmo della Germania Ovest, alla corsa nucleare e vicino all’ambientalismo. A dirla tutta, Ende era contrario anche all’uso dei propri testi da parte di partiti politici: qualche giorno fa i proprietari dei diritti d’autore di Ende hanno condannato espressamente l’uso del nome “Atreju” da parte di FdI, dicendo che è “inappropriato e contrario allo spirito e all’atteggiamento dell’autore”. È in qualche modo ironico che sia proprio da quel palco che, ormai da anni, si parla del presunto “sorpasso” culturale della destra, che avrebbe strappato l’egemonia al centrosinistra. O forse è un segno plastico del cambio dei tempi? Il centrodestra deve scippare il personaggio di un autore che si sarebbe opposto a questo uso perché di personaggi di quel periodo storico non ne ha: in compenso, la sua produzione culturale contemporanea è estremamente promettente. Potrebbe essere una tesi. 

Chi controlla davvero la produzione culturale in Italia, e chi ne raccoglie a valle gli effetti positivi in termini di consenso politico — se ci sono? È un argomento complesso di cui discutere, ma non sono certo i teatrini messi in piedi ad Atreju che ci informano sullo stato reale delle cose. Al contrario, Atreju dimostra qualcosa di profondamente diverso: il dibattito politico in Italia è diventato progressivamente sempre più autoreferenziale e statico, con una ciclicità che fatica a spezzarsi. Un esempio così plateale che fa sorridere: il “Posta e risposta”  di Repubblica del 19 novembre 2023, in cui si discute non solo del ruolo dei “film buzzurri in rigoroso romanesco” nel contesto della nuova egemonia della destra italiana, ma anche del fatto che Elly Schlein si era rifiutata di andare ad Atreju, e se questo era un segno di poco coraggio. Suona familiare? La tesi secondo la quale Schlein sarebbe una pusillanime è stata posta anche ai suoi alleati di coalizione, letteralmente nello stesso modo di quest’anno. La brama di strappare l’egemonia culturale alla sinistra è un vero leitmotiv di Atreju, quasi una fissazione: l’anno successivo Marcello Pera è andato a spiegare che “l’egemonia la fa la società civile”, e non, quindi, i libri da intellettuali. In effetti, l’anno scorso la rivendicazione culturale non era Charlie Kirk, ma Paolo Bonolis. Anche i refrain sono sempre gli stessi: un anno ce la si prende con la schwa, un altro anno con il “gufare” della sinistra, quest’anno addirittura si sono spolverate le accuse di essere “comunisti”. Per chi sostiene che Atreju sia un baluardo della nuova egemonia culturale della destra, non deve essere particolarmente incoraggiante vedere che tutti questi temi siano psicologicamente una reazione a produzione di pensiero avvenuta in ambiti progressisti.

Ma abbiamo parlato abbastanza di Atreju, adesso parliamo di cose serie. Cosa vuol dire controllare l’egemonia culturale nel 2025? Negli scorsi decenni, in realtà, si sarebbe potuto dire che fosse la destra in posizione di vantaggio, grazie al grande controllo mediatico esercitato da Silvio Berlusconi su tv ed editoria. Oggi questo dibattito si è fatto più sentito non tanto perché la destra controlli in modo più forte la cultura, ma perché è cambiata la destra stessa: alla destra di Silvio Berlusconi non poteva (mussolinianamente?) fregare di meno di controllare la cultura “alta,” mentre Giorgia Meloni e i suoi, che sognano il ritorno a un passato glorioso e inesistente, vorrebbero davvero avere un grande impianto culturale in cui specchiarsi. 

Dire che questo passato non sia mai esistito non è un commento maligno da zecca, ma un aspetto fondamentale per capire questa dinamica. In questi anni, cosa sarebbe mancato alla destra per arrivare all’egemonia culturale? Avevano il loro grande editore e pure le proprie grandi reti televisive, con annessa enorme produzione di contenuti originali. Nelle istituzioni il caso è analogo: il centrodestra e poi la destra hanno controllato il ministero della Cultura per 14 degli ultimi 25 anni, con Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione, Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi, Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli. Insomma, se la destra doveva arrivare all’egemonia culturale con le risorse economiche o con l’occupazione dei centri di potere, sarebbe già successo. Il fatto stesso che, dopo un quarto di secolo, si stia ancora cercando di “rivendicare” il proprio ruolo preminente nella cultura alta e popolare testimonia che per la destra italiana c’è un problema di fondo che va oltre le operazioni politiche. È il caso del clamoroso fallimento dell’occupazione della Rai da parte dei fedelissimi della presidente del Consiglio, e dell’epurazione delle voci anche lontanamente riconducibili al progressismo – Fabio Fazio, Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer. La nomina di dirigenti come Giampaolo Rossi e l’inserimento di conduttori “di area” – Pino Insegno, Nunzia De Girolamo – miravano a costruire una nuova narrazione sovranista e conservatrice, trasmessa direttamente nelle cucine degli italiani. 

Eppure, i flop del Mercante in fiera, di Avanti popolo e dell’Altra Italia hanno dimostrato un netto rifiuto da parte del pubblico dei volti legati al governo – anche in un momento in cui il governo godeva di un forte consenso da parte dell’opinione pubblica. A volerne fare un’analisi tranchant, si può dire che gli spettatori non hanno riconosciuto l’autorevolezza degli host meloniani, sia nell’intrattenimento che nei programmi di approfondimento – anzi, quasi dimostrando il dato materiale opposto, ovvero che non ci fosse proprio a monte una domanda per questo tipo di contenuti, anche da parte delle persone che Meloni se l’erano votata e che probabilmente la rivoteranno. Unico vero caso di produzione culturale di destra che ha avuto un effettivo successo e un impatto indiscutibile è stato la pubblicazione di Il mondo al contrario di Roberto Vannacci, che fin da subito è stato difeso da numerosi intellettuali d’area come un atto di ribellione (sic) contro il presunto conformismo dettato dall’egemonia culturale progressista. Il caso editoriale, in realtà, può essere citato sia da chi crede che ci sia una nuova egemonia culturale, e anche da chi pensa l’esatto opposto: è fattualmente vero che Vannacci ha venduto tantissime copie ed è capace di far parlare di sé, con le proprie dichiarazioni avventurose e i propri gesti infelici, ma non ha saputo tradurre quelle vendite in un traino politico rilevante, ed è a dir poco guardato con sospetto dal partito che lo ospita.

Ma se la destra potrebbe aver titolo di dire che ha l’egemonia culturale da almeno 25 anni, si può anche affermare il contrario, ovvero che il centrosinistra l’ha persa da altrettanto tempo? Si tratta, in effetti, di una tesi ancora più difficile da sostenere: i luoghi dove si produce valore “simbolico” a livello culturale, che portano prestigio internazionale e riconoscimento critico, sono stati praticamente impermeabili ai cambi di governo. La controversia tra il ministro Giuli e il Premio Strega, espressione degli Amici della Domenica (cuore della giuria del premio letterario, nonché gruppo da cui la destra lamenta da sempre di essere escluso) dimostra come nonostante anni di controllo politico e pressioni economiche, il “vero” settore culturale sia andato avanti fondamentalmente per la propria strada, anche solo per inerzia. Il ministro Giuli sembra aver interiorizzato che la letteratura è un forte inespugnabile, e, infatti, quest’estate ha spostato la propria attenzione su un altro obiettivo: il cinema. In questo caso, il primo istinto del ministro è apparso più distruttivo che propositivo, preferendo soffocare la produzione di pellicole d’area progressista piuttosto che cercare di coltivare una nuova offerta a lui più congeniale. Giuli ha messo il proprio cappello anche sull’operazione tax credit avviata da Sangiuliano, utilizzando così la leva economica per scardinare il sistema di potere del cinema romano. Il risultato è stato il soffocamento delle produzioni più piccole e indipendenti, proprio quelle in cui trovano spesso spazio le voci più attente al sociale.

L’inefficacia di 25 anni di potere dimostra che il problema è a monte, o meglio: la destra dovrebbe avere l’egemonia culturale, ma al contrario si sente ancora non in controllo – e non solo per la propria dipendenza dal vittimismo. Il fatto che solo quest’anno ad Atreju si sia tentato di rivendicarsi “le egemonie che ci piacciono”, da Guglielmo Marconi a Sammy Basso, da Pier Paolo Pasolini a Charlie Kirk, non segna un cambio di passo del controllo della cultura da parte della politica di destra, ma solo la necessità di affermare una dignità culturale che sa benissimo di non avere. Fuori dalle trovate da troll di Fratelli d’Italia, l’attività culturale conservatrice italiana si riassume più o meno in solo due categorie. La prima è il recupero di alcuni autori dimenticati o di retroguardia, pensiamo a Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini, Leo Longanesi. La seconda è la produzione di tutto un corpus di saggistica polemica, in cui alla fine si colloca anche Vannacci stesso, ma per cui possiamo citare anche Francesco Borgonovo e Daniele Capezzone, che però fanno poco più che mobilitare nel breve periodo l’elettorato. L’unico altro esempio recente che viene alla mente è Oi Vita Mia, di Pio e Amedeo, e la cosa si commenta abbastanza da sola.

Insomma, non è cambiata la produzione culturale progressista, sempre presidiata dagli stessi nomi del giornalismo, della letteratura e del cinema che conosciamo d anni, ma proprio il paese. Il dato più immediato da citare è quello raccolto nel 59esimo rapporto Censis, che ritrae il paese nel corso di una “età selvaggia” con una spesa culturale delle famiglie che cola a picco (-34,6% in vent’anni). L’imminente cambio di proprietà di Repubblica potrebbe essere visto come uno dei più forti indicatori di un’egemonia della destra, ma la crisi del gruppo Gedi va guardata nel contesto di una flessione del 48,3% della spesa per i giornali negli ultimi due decenni – in pratica, un dimezzamento della spesa per la carta stampata. Allo stesso modo, le cose non vanno molto meglio per l’editoria libraria: in due decenni la spesa delle famiglie italiane in libri è scesa del 24,6%.

Si comprano meno libri e meno giornali, ma, ad un’analisi più attenta, emerge che il problema è ancora più grave: non ci sono proprio persone che li leggano, e, molto presto, non ci saranno le persone a scriverli. Nel 2024 hanno lasciato il paese 155 mila persone, con un aumento drastico rispetto all’anno precedente. Gran parte delle persone che lasciano il paese hanno tra i 18 e i 39 anni, e l’aumento è tale che lo scorso anno hanno lasciato il paese più persone in quella coorte che la totalità degli italiani che sono emigrati nell’anno precedente. La fuga è tale che la popolazione di persone straniere residenti in Italia non è sufficiente a pareggiare i flussi. Altro che piano Kalergi (a proposito di un altro dei capisaldi della cultura di destra), il problema è quello opposto: il paese non riesce a trattenere i propri giovani e, nella situazione attuale, non ci sono abbastanza persone disposte a viverci per pareggiare i conti.

Questo scenario, di un paese da cui si scappa, con un panorama culturale e artistico inaridito – che vuol dire che non si pensa, non si crea, non si cresce come società – porta a concludere l’ovvio: la destra non detiene l’egemonia culturale e lo sa, altrimenti non avrebbe bisogno di giaculatorie e pensiero magico al riguardo. Quello che è vero, però, è che il paese sta subendo un drastico e rapido impoverimento culturale e anche materiale: questo fa sì che la produzione “culturale” della destra sia più preminente rispetto a solo qualche anno fa. In un contesto di rinnovata fragilità, le operazioni di propaganda sostenute dal governo, le piccole case editrici che vivono di militanza e non di lettori, ma anche le aggressioni alle voci progressiste, hanno un impatto amplificato: perché c’è meno, quello che c’è è fatto peggio, ed è consumato da meno persone, avendo di conseguenza una rilevanza nettamente inferiore. 

Vale la pena fare anche una ulteriore considerazione: la produzione culturale e mediale in questi anni si è fatta così frammentaria, e ne è cambiato così tanto il consumo, che forse, semplicemente, non ha più senso parlare di egemonia culturale. Già nel 2019, Giuliano Da Empoli – che nel 2006 lavorava al ministero dei Beni e delle Attività culturali di Rutelli – ipotizzava che la politica non avesse più bisogno di costruire egemonia e consenso, ma che funzionasse ormai interamente per divisione e polarizzazione. Questo contesto, amplificato negli anni successivi dall’esplosione dei social network gestiti da timeline algoritmiche, fa sì che ogni persona sia all’interno della propria camera d’eco personalizzata, dove entrano solo produzioni con cui si sarà d’accordo. L’unica vera eccezione a questa nuova regola è quella dei contenuti pop di massa – che però in Italia vengono quasi interamente importati dagli Stati Uniti – il cui consumo culturale è per lo più slegato da dinamiche di identità politica rigida. Non a caso, infatti, in Italia come all’estero le grandi produzioni tv e cinematografiche pop sono uno degli ambiti in cui la destra è più critica e aggressiva.

Di solito, quando si scrive l’espressione post-egemonia ci si riferisce al declino della grande potenza di Washington ma in questo caso vale chiedersi se non si possa tracciare uno scenario in qualche modo analogo per la produzione culturale italiana: in cui la destra celebra la propria vittoria tra le macerie.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *