L’assurdo è sempre più diventato una parte integrante delle nostre vite, al punto che facciamo sempre più fatica a riconoscerlo come tale – e, anzi, ci interessa sempre meno farlo perché tanto tutto è ormai ridotto ad uno scherzo infinito. Abbiamo parlato di questa situazione grottesca con un esperto in materia, il comico Alessandro Gori, “lo Sgargabonzi”, che il 27 maggio sarà ospite del tour estivo di Iconografie al Malpighi Hub di Arezzo.
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Come dimostrato da Adam Curtis in Hypernormalisation, ad un certo punto verso la fine del secolo scorso, le istituzioni hanno rinunciato a modificare il mondo reale per rifugiarsi in un livello parallelo, dove la complessità viene sacrificata a vantaggio dell’assurdo. Tu in un’intervista hai parlato del tuo lavoro come “fantasia senza giudizio”. Non trovi che la realtà assomigli sempre di più ad un tuo spettacolo?
Il mio panorama sulla realtà è sempre stato volutamente ristretto, non ho mai dedicato molto tempo a guardare fuori dalla finestra. Da figlio unico felicemente viziato, non penso di dovermi adeguare io al mondo che mi circonda e ho sempre preferito il piacere e l’utopico alle responsabilità e al contingente. Provando a rispondere alla tua domanda, mi sento di dire che non mi è mai capitato di interrogarmi davvero su questo punto, ma ad occhio non ritengo che la realtà somigli più di tanto ai miei racconti. Fosse anche per un semplice fatto: mi vengono nel momento in cui non mi guardo intorno. O meglio, mi guardo intorno distrattamente e a occhi socchiusi, per registrare un’immagine della realtà ovattata e che sia il meno fedele possibile a se stessa. È a quel punto che riesco a trovare quelle crepe dove poi posso inserire i semi che facciano germogliare le idee – o gli streptococcus mutans per farla cariare.
Nella politica contemporanea abbiamo accettato l’assurdo ed il surreale come parte delle nostre vite e perfino i grandi eventi che ci succedono intorno ci lasciano la surreale sensazione di continuare una vita normale mentre fuori il mondo è in fiamme. Già nei titoli dei tuoi libri si capisce come il tuo stile surreale ed estremo si inserisca perfettamente in questa dinamica. Pensi che la tua comicità sia surreale perché il mondo è così tanto surreale, o perché paradossalmente non lo è ancora abbastanza?
A dirla tutta, non credo nemmeno che il mio gusto per il surreale sia per me effettivamente un gusto. Direi piuttosto che è la mia unica scelta possibile una volta che l’immaginazione incontra la scrittura. Ho l’occasione di sovvertire la logica e le leggi della fisica, di azzerare lo scorrere impietoso del tempo; posso far sì che siano i tulipani a cibarsi dei leoni, che dentro una microscopica albicocca vi siano racchiusi tutti i seminterrati del mondo o che i nostri genitori resteranno sempre giovani. Davanti a questa immensa scelta di possibilità, perché non dovrei usare l’immaginazione? Se parlassi di questa sedia e di questo tavolo, del costo della vita e del lavoro sottopagato, della situazione in Ucraina e di questo benedetto patriarcato, semplicemente mi annoierei. Già lo fanno in tanti, sono sicuro che non se la prenderanno se mi defilo.
Nel senso di continuo smarrimento che ci circonda, tante persone hanno semplicemente smesso di provare a capire come funziona il mondo. Allo stesso tempo, succedono talmente tante cose che niente sembra più così serio e uno dei commenti più comuni è “farebbe ridere se non facesse piangere”. Se prima uno andava a “perdersi” leggendo un tuo libro o venendo ad un tuo spettacolo, non hai paura che ora quella sensazione arrivi dal telegiornale?
Ne so molto poco. Non guardo il telegiornale né la tv in generale, ormai sono tanti anni che non guardo film nuovi né telefilm – piuttosto riguardo quelli che già amo. Non ascolto podcast, non seguo pagine, ho letto a dir tanto venti libri in vita mia e non leggo più nemmeno i fumetti che amavo, rigorosamente bonelliani. Non ho mai seguito lo sport, la politica, il costume e neanche i comici. Invece la musica, i giochi da tavolo, nonché le serate e le vacanze con gli amici sono le mie vere passioni – che pure vivo con grande intensità, tanto che ventiquattrore in una giornata mi paiono sempre essere troppe poche. Nei miei racconti, se c’è uno sguardo al mondo esterno, è perché capita che mi rifaccia a quello che resta impigliato nei miei neuroni; mi ritengo un buon orecchiante, ecco, ma ho coscientemente scelto di non approfondire mai un argomento prima di scriverne al riguardo. Mi piace essere l’equivalente di un marziano che si finge giornalista o radiocronista fino a quando, a causa di un delay di troppo o di un difetto di lucidità, non si capisce che è soltanto un ultracorpo con la barba a elastico.
Pensi che saper maneggiare il surreale sia una marcia in più anche politicamente, in un mondo sempre più assurdo?
Penso più in generale che questa abilità possa essere una marcia in più per chi ce l’ha, e questo a prescindere dall’aria che tira. Essere capaci di avere un rapporto in qualche modo intimo con l’assurdo finisce per metterti in contatto con una sorta di entità aliena che ti abita e che è più difficile venga fuori quando sei troppo impegnato ad occuparti della mera e triste logistica del vivere. La realtà è spesso dolorosa o, se va bene, noiosa, proprio per questo non mi ha mai interessato troppo comprenderla. E mi va benissimo così, non è un libro di testo obbligatorio. È molto meglio rifugiarsi nella propria stanza piena di giochi e dischi, insieme alle persone che ami e che la pensano un po’ come te piuttosto che adattarmi a un mondo che non mi interessa. Ad ogni modo non mi piace nemmeno vendermi come una persona più sensibile di quanto io effettivamente sia e ti confesso che se l’emergenza climatica mi regalasse un’estate lunga tutto l’anno, io ci metterei la firma.
Nel tuo repertorio artistico c’è un eterno ritorno: la figura di Pietro Pacciani e più in generale della vicenda del Mostro di Firenze. Descritta da te, però, la vicenda del mostro non è un noir ma un condensato di tragedia umana e assurdo, tanto che in Gruppo di leprecauni in un interno gli dedichi l’unico capitolo drammatico di un libro comico. Se niente di Pacciani fa ridere perché è tanto ricorrente nel repertorio di un comico?
Pietro Pacciani, ammesso che sia mai stato una persona per l’opinione pubblica, oggi è diventato un meme, se non una figurina tirata fuori per strappare fuori qualche risata a poco prezzo. Quando mi è capitato di proiettare una sua foto ad un mio spettacolo, il pubblico ogni volta è esploso a ridere in automatico e a me questa cosa ha sempre fatto incazzare. Trent’anni fa non andava certamente meglio, quando Pacciani era stato elevato a male assoluto, quell’orco in famiglia che faceva schifo a tutti e che nessuno avrebbe mai voluto toccare, da cui emergeva il tacito assenso collettivo di volerlo vedere in carcere come colpevole certo di sedici delitti che non aveva commesso. Il Mostro di Firenze resta in realtà senza un nome e le indagini sul caso continuano tutt’oggi, ma per il pubblico da casa non c’era storia e andava bene così: era il trionfo tutto teorico della giustizia. Era un modo semplice e indolore per sentirci migliori, mentre eravamo impegnati a sbranare la Spinacina Aia davanti a Un giorno in pretura. Visto che non sono mai stato parte di quel pubblico, mi piaceva l’idea di restituirgli qualcosa come persona. Del resto se Pacciani non fosse stato quell’orco che è stato in famiglia, per le cui colpe aveva tra l’altro già pagato col carcere (ma questa cosa non sembra mai fare davvero alcuna differenza), oggi gli dedicherebbero le piazze in quanto vittima di malagiustizia. Per tutte queste ragioni, non poteva che farmi da sempre molta simpatia.
La società attuale è attraversata da due tendenze principali: la spettacolarizzazione – da cui nascono trasmissioni come Un giorno in pretura – e l’atomizzazione – che ci spinge a ridere di un uomo sconfitto e patetico, quale a conti fatti era Pacciani. Allora cosa ci dice questa vicenda sulla nostra società?
Più che per dinamiche sociali, il mio interesse per la vicenda-Pacciani è relativo anche a questioni che definirei emotive. Se vedo una folla di brave persone circondare un pedofilo con l’intenzione di farsi giustizia da soli, io mi sento di diventare il miglior amico di quello che è finito lì in mezzo – e questo a prescindere dai crimini che ha commesso. Non è nemmeno una cosa che riesco a decidere coscientemente da me, semplicemente mi viene naturale proprio per come sono fatto e quindi mi limito a seguire la mia indole.
Un altro grande protagonista della tua comicità è il cosiddetto trash. È ricorrente nei tuoi monologhi o testi la presenza di celebrità dallo statuto ambiguo e dal valore nullo che vengono tirate in ballo perché anche solo nominarle è divertente, spesso delle meteore che hanno goduto dei “15 minuti di successo” e che sono presto finite nel dimenticatoio. Cosa fa ridere di questi Signor Nessuno, il fatto che abbiano avuto successo o che quel successo fosse così evanescente? Insomma, si ride di nervosismo per un mondo al contrario o di sollievo perché il mondo è tornato ad avere senso?
In realtà io non cito mai nessuno semplicemente in ragione del fatto che si tratti di “meteora”, anzi in realtà non amo queste categorie, buone solo a farci sentire migliori degli altri. Se faccio un riferimento ad una celebrità è semplicemente perché ci trovo qualcosa che m’incuriosisce, mi stimola. Insomma, perché sono riuscito a vedere delle increspature in cui posso infilarmi per poterla raccontare in maniera laterale. L’ossatura di Confessioni di una coppia Scambista al figlio morente consiste nell’epistolario fra il dottor Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, e Ana Matronic, la cantante degli Scissor Sisters. Mi venne chiesto perché avessi utilizzato il primo, quando era chiaro che la gente se ne sarebbe progressivamente dimenticato una volta che erano finite le dirette delle 18:00 del primo lockdown. Beh, semplicemente perché era ed è perfetto al mio scopo. Lo trovavo un personaggio affascinante e misterioso, sul quale mi sarebbe stato stimolante creare una storia. Se avessi usato chiunque altro non ne sarebbe uscita la stessa cosa e ad oggi non credo che mi piacerebbe rileggerla. Non c’è nessun problema se il lettore non conosce alcuni dei nomi che cito. Primo perché può serenamente andarseli a cercare, ma soprattutto perché io stesso sono decisamente più affascinato da quello che non capisco del tutto rispetto a quello che invece comprendo e contengo perfettamente. Penso che non esista sensazione più sterile della sazietà.
In un paio di occasioni sei stato coinvolto in polemiche sull’impatto delle tue battute: Daniele Luttazzi ti ha definito “il campione dello sfottò fascistoide”, mentre Piera Maggio, la madre della bambina scomparsa Denise Pipitone, ti ha addirittura denunciato per diffamazione. Questo ci porta nel campo del free speech, ovvero la risposta della destra ai paletti che la sinistra culturale ha provato a mettere nel discorso pubblico. In un mondo che sembra avere problemi decisamente più grandi, la libertà di poter dire quello che si vuole è sorprendentemente una priorità: perché?
Ecco un ennesimo argomento su cui non mi sono mai interrogato. Se però devo mettermici a riflettere, ti direi che banalmente questa questione sembra toccarci direttamente, mentre alla fine i problemi più grandi sono spesso e volentieri problemi di altri e ci riguardano fino ad un certo punto. Per dire: una delle mie sofferenze tutt’ora più vive è il fatto che la serie a fumetti Napoleone di Carlo Ambrosini, la mia preferita in assoluto, abbia chiuso prematuramente nel 2006 col numero 54. E qualcuno di ben più sensibile di me, inorridito dalle mie parole, mi direbbe: “va beh, ma nel 2019 sono usciti tre speciali”. Troppo poco, gli risponderei.
Per chiudere il discorso su assurdo e immaginazione, non si può non fare riferimento ai meme brainrot italiani, ormai onnipresenti e conosciutissimi soprattutto all’estero. Cosa ne pensi? Come ti spieghi questo successo?
Non conoscevo questa ennesima moda. Adesso che gli ho dedicato qualche minuto penso siano le solite cose noiosissime e bolse che non m’ispirano la minima voglia di approfondimento. Anche perché non amo chi fa un punto d’orgoglio del proprio essere sempliciotto, post-ironico e fieramente incline a qualsiasi becera missione LOL. Più in generale non amo chi fa un happening sul proprio vuoto, sulla propria miseria, sull’ambizione tarata a zero, così come anche non amo chi apre i salotti sulle proprie sfighe e su questi famosi “traumi”, che sono la cosa meno interessante che abbiamo e che sarebbe di buon gusto tenere per noi e non ammorbarci il mondo.