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Sabato scorso, migliaia di persone hanno manifestato a Roma per una maggiore integrazione europea, rispondendo ad un appello lanciato sulle pagine di Repubblica da Michele Serra. Eppure, tra gli organizzatori come tra i presenti, non c’era nessun vero indirizzo comune, né era chiaro cosa si stesse chiedendo o a chi. Tra i presenti c’era il ricercatore Bruno Montesano che ha scritto un reportage dell’evento.

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L’impressione di aver assistito ad un intervento di esorcismo, in cui però a volte il diavolo parlava dal palco. Questa la sensazione che ho avuto il 15 marzo in Piazza del Popolo alla manifestazione chiamata da Michele Serra, dopo tre ore che mi trovavo lì. La piazza è stata infatti un rito di rassicurazione – con momenti deprimenti in cui quello che si diceva di voler combattere compariva sotto altra forma con il microfono. E, dal momento che viviamo in un paese governato dagli eredi del MSI, non giudico negativamente l’obiettivo antinazionalista e consolatorio sotteso. Ma non è neanche molto, purtroppo. La “marea blu” romana ha segnalato che c’è una parte di questo paese che si sente europea, qualunque cosa significhi. E questa è una buona notizia – almeno a metà. Fa infatti piacere che il senso di appartenenza non debba per forza coincidere con il nazionalismo xenofobo. Ma sarebbe ancora meglio se si evitasse di esaltarsi come civiltà luminosa contro le armate delle tenebre che incombono da est e da ovest dimenticando tutto l’orrore prodotto in loco. I nemici della piazza infatti erano fuori, altrove. Pochissimi sono stati i riferimenti all’Italia meloniana. Più rassicurante è stato scagliarsi contro Trump e Putin e rinfrancarsi della propria virtù, nell’orgoglio di essere europei.

Antonio Scurati, reduce dei suoi articoli belligeranti, ad esempio, ha attaccato chi deporta i migranti in mondovisione e, al contempo, ha taciuto dei morti ai confini d’Europa o della detenzione arbitraria a cui sono sottoposti i migranti che arrivano qui. L’Europa, in tanti discorsi, è stata identificata con valori positivi – libertà, democrazia, diritti, diversità – come se l’estrema destra non fosse ancora arrivata qui. E che il centro liberale e, spesso, anche il centro-sinistra siano del tutto estranei alle parole d’ordine e alle politiche dei nazionalisti. In molti discorsi si ha avuto l’impressione di un neo-nazionalismo su scala regionale. Così come, nell’elogio del welfare europeo, non si è mai fatto riferimento al suo indebolimento o all’austerità imposta con violenza ai paesi dell’Europa meridionale.

Certo è positivo identificare l’Europa con la tutela della diversità, con l’accoglienza, con lo stato sociale. E a sua volta identificarsi con questi valori e principi. Ma sono discorsi indistinti, in cui si confonde l’Europa che si desidera con l’Unione Europea o, ancora più spesso, l’UE che si pensa che esista con quella che purtroppo c’è. In questo orgoglio europeo ci sono tratti di suprematismo – come nel discorso di Roberto Vecchioni: “Noi abbiamo Hegel e Spinoza e gli altri?”. La figlia Francesca, assieme a Formigli, è stata una delle poche a parlare dell’estrema destra non altrove ma in Europa, in Ungheria e Polonia, dove ci sono le LGBTA+ free zones. Ma anche in Italia non ce la si passa bene, ha aggiunto. In questo intervento non è mancato il richiamo alla ricchezza sprecata dalle discriminazioni: quanto capitale umano sperperato! Il diversity management è certo meglio degli slogan “io sono donna, sono una madre, sono cristiana” – motteggiato in vari interventi. Ma non è molto.

Renata Colorni, nel migliore intervento del pomeriggio, ha ripreso le parole del padre Eugenio, di Altiero Spinelli, di Ursula Hirschmann (“donna, ebrea, socialista, europeista”) e dello spirito del Manifesto di Ventotene, tanto evocato (e regalato con i quotidiani nazionali), quanto depurato del suo tratto socialista, oltre che anti-nazionalista. Il suo è stato uno dei pochi interventi in cui è ricorso non solo il termine “classe” ma addirittura l’espressione “lotta di classe” (era una citazione d’epoca). L’altro grande assente della piazza è stata l’economia, rievocata rispetto alla diseguaglianza e all’esigenza di una tassazione europea giusto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri e da quella di Perugia Vittoria Ferdinandi – per un pomeriggio, socialdemocratici. Ma non si è mai andati al di là di ciò. Al contempo, in piazza, militanti della CGIL distribuivano volantini per i referendum contro Jobs Act e per la riforma della cittadinanza – due gambe di un’idea intersezionale di diritti, contro la loro gerarchizzazione e divisione che tanto piace ai populisti di sinistra. 

Al di sotto del discorso politico, la dimensione culturale dell’evento è stata, per così dire, abbastanza mesta – assieme all’età media dei relatori, intorno ai settant’anni – all’incrocio tra l’inserto di Robinson, la fiera “Più libri più liberi” di Chiara Valerio e i concerti sulle spiagge di Jovanotti. Gli scrittori, in interventi ora più ispirati, ora svogliati come se avessero accettato l’invito di Serra per amicizia, hanno evocato l’Europa contro le tenebre del mondo esterno, invocato la necessità della lotta, fatto paragoni tra condomini e spazi regionali (De Giovanni), celebrato le virtù guerriere della democrazia che deve difendersi (Carofiglio, oltre che Scurati). Fabrizio Bentivoglio ha fatto una lettura sulla democrazia ateniese che ricordava Alessio Boni che legge e imita le ultime parole di George Floyd prima di morire. È stato proiettato un video di Ferie d’Agosto 2 che sembrava una parodia della piazza stessa: i fantasmi di Colorni e Spinelli in dialogo con Silvio Orlando, vecchio comunista ormai preoccupato dall’accusa di essere radical chic e sinistra ztl. Il fatto che la scena fosse ambientata a Ventotene deve esser sembrato più importante (e divertente?) del rischio dell’effetto grottesco che ha raggiunto. Solo superato dalla comparizione sovraeccitata di Jovanotti, sempre allegro e contento, non si sa bene perché – doppio del marziale Scurati che sembra sempre nell’ora fatale.

La guerra è stata evocata in diverse salse e nella piazza coesistevano bandiere della pace e della UE. Gustavo Zagrebelsky ha affermato che a morirvi siano sempre i poveri e a volerla sempre gli oligarchi, lasciando alla piazza l’interrogativo su a chi appartenga l’Europa tra i due. Serra, d’altronde, aveva affermato all’inizio del pomeriggio che la piazza era composta da anime diverse e aveva fatto intuire che anche sul riarmo la posizione non fosse univoca – e, in fondo, alla piazza, pacificamente, uno accanto all’altro, erano appesi due striscioni, a favore e contro il riarmo. La piazza ha domande, non risposte, diceva Serra. E serve a stare insieme, a uscire dalla solitudine. In questo senso non si può dire che la piazza fosse “con l’elmetto”, come tanti critici hanno sostenuto – nonostante la presenza di Calenda e Italia Viva. E Matteo Renzi, che non era in piazza, per opportunismo si oppone a ReArm Europe. 

Le essenzializzazioni sono state frequenti – e anche le amnesie, Gaza su tutte. Scurati, ad esempio, ha affermato che l’Europa non ammazza i civili bombardando perché dopo il fascismo tutti quanti siamo diventati migliori. I rapporti con chi queste cose le fa sono stati lasciati fuori, le coalizioni dei volenterosi e le guerre giuste legittimate da minacce atomiche inventate pure, così come le guerre balcaniche. Ma, soprattutto, in quasi tutti i discorsi il soggetto è collettivo, l’Europa e gli europei, e non ci sono minoranze e maggioranze politiche, lotte e conflitti, avanzate e retrocessioni: è una lineare marcia verso il paradiso. E il paradiso, essendo luogo di beatitudine, va difeso, armi in pugno.

L’altezza di questi discorsi poi è stata riportata a quello che sembra essere ciò che più scalda dell’Europa – “il mostro buono di Bruxelles”, diceva Enzensberger – l’Erasmus. Tobagi, Jovanotti e Virzì (spero di non sbagliarmi ma a tratti gli interventi diventavano indistinguibili) lo hanno evocato. E, ripeto, fa piacere sapere che i confini non siano un valore per tutti in un paese dove l’estrema destra ha più del 40% dei consensi ma ha il sapore di una favola per pochi e che non fa i conti con la durezza del tempo presente. Il livello di indeterminatezza dei discorsi ha imposto un piano apparentemente neutro – quello della bellezza della democrazia e dell’Europa (son sinonimi, pare) – dove convivono così le parole di una ragazza iraniana, Pegah Moshir Pour, – discriminata fino al momento che non ha ottenuto la cittadinanza – con quelle dei vari europeisti del palco che ignorano la persistenza del razzismo istituzionale proprio in quella sublime democrazia che elogiano.

Questo insieme di problemi è in parte spiegabile nella dimensione razziale, selettiva, della solidarietà – di una parte ormai – dell’occidente con l’Ucraina invasa da Putin. La mancata solidarietà con i palestinesi bombardati da Israele parla di ciò. Il rovescio della medaglia è nelle posizioni campiste di chi sta con i palestinesi ma non con gli ucraini, secondo l’antica massima per cui il “nemico del mio nemico è il mio amico” per cui la Russia diventa una forza anti-imperialista e non neo-imperialista e Hamas una forza di liberazione e non una diversa declinazione dell’oppressione. La posizione degli ucraini nell’immaginario dei paesi forti della Ue è stata risignificata dall’aggressione russa. Se prima questi erano dei lavoratori poveri da destinare alle mansioni meno qualificate e da trattare come un problema di sicurezza, dal momento che si sono trovati al confine del campo occidentale, hanno vinto un posto nel gradino superiore di quell’idea razziale, dotata di gerarchie interne, che è la bianchezza. Dopo anni passati a parlare di occidente, compatto e unito contro la barbarie orientale di Putin, l’imporsi della consapevolezza che anche nel faro del mondo libero, gli Stati Uniti, albergasse l’autoritarismo è stato uno shock. Il fronte delle democrazie si è rotto e Zelensky è stato abbandonato agli europei. 

L’Europa si trova così davanti alla possibilità di scegliere se accelerare l’integrazione, superare l’attuale configurazione di unione di stati sovrani, e iniziare a mettere in comune la difesa, e poi, si spera, anche il governo economico-politico o morire attraverso l’interna disgregazione postfascista. Tradizionalmente, moneta ed esercito sono gli strumenti principe della costruzione della sovranità. E, si è visto, dopo lo strangolamento della Grecia e la fase suicida dell’austerità, che le crisi accelerano la ricerca di strumenti comuni per governare il continente europeo. In questo senso, il sussidio di disoccupazione SURE e il Next Generation EU, con il COVID, sono stati un positivo passo in avanti europeo, ma poi non sono stati ancora realizzati né il debito comune né un sistema di tassazione unitario.

Il rischio maggiore è però che l’Europa continui a essere uno stato nazione dai confini più ampi, con un’economia gerarchicamente organizzata, e comunque con un regime discriminatorio dei flussi migratori. L’esternalizzazione dei confini e gli accordi con Libia, Turchia e Niger mostrano come la violenza della gestione delle migrazioni di uno stato nazione possa essere solo più violenta se sostenuta dalla potenza di fuoco di 27 paesi intenti a difendere le loro risorse dalla possibilità di una parziale redistribuzione ai membri dei paesi precedentemente colonizzati. La detenzione arbitraria di chi è colpevole di aver varcato un confine senza averne l’autorizzazione – anche solo per mancanza di possibilità legali di attraversamento – compendia la brutalità della polizia schierata a difendere le frontiere europee.

Il sogno sovranazionale di Ventotene è rimasto tale, dal momento che, purtroppo, non bastano le rare giuste sentenze della Corte di Giustizia Europea a realizzarlo, né le parole sul Pilastro sociale europeo o l’apparente ostilità ai giganti tecnologici amici di Trump. Ma non è una buona ragione per rimanere nell’incubo degli stati nazione, sempre più autoritari e razzisti, data l’estensione dell’estrema destra nei parlamenti e nei governi nazionali europei. In questo senso la piazza del 15 marzo ha rappresentato tutte le ambiguità di cui sopra, sospesa com’è tra le miserie dell’Unione Europea attuale e le possibilità dell’Europa che potrebbe essere. Un’Europa i cui confini dovrebbero essere porosi, per congiungere fuori e dentro e non per rinserrare i confini della fortezza che per ora è. Potenza di pace per un diverso ordine multipolare dovrebbe accettare la fine dell’egemonia statunitense non per sperare di diventare ciò che non può essere, ma per cercare di divenire un soggetto regolatore dell’economia contro i giganti della Silicon Valley e i poteri globali della finanza. Fuori dalle fantasie della geopolitica, che vedono popoli e culture sempre uguali e definiti in modo metafisico, e dentro la necessità di un riequilibrio del potere globale, che non può che spostarsi verso Est e verso il Sud del mondo – senza illudersi su una altrettanto astratta e ingiustificata superiorità di chi un tempo fu dominato e ora vorrebbe dominare. 

Il dibattito su questa piazza non è stato all’altezza di questi problemi. È stato al contrario l’occasione per rispolverare spiriti guerrieri e identitarismi tronfi delle sempre evocate (ma poco dimostrate) origini giudaico-cristiane dell’Europa, altrettanto eternamente raccontate senza affrontare le fratture razziali e politiche interne ed esterne a questa tradizione. È stata l’occasione per flettere i muscoli e ritrovare l’orgoglio contro gli Stati Uniti, trovando in sé l’autonomia che non si osava desiderare per spirito di servizio alla potenza che si voleva amica. 

Ed è stato ovviamente un dibattito sulle poco entusiasmanti forze politiche che si contendono lo spazio pubblico. Su Meloni che gioca a fare l’americana per affinità ideologica ma senza strafare come il suo più truce e principale alleato di governo. Su Schlein che osa volere un’integrazione europea all’altezza della sfida e non un’ulteriore spinta nazionalista armata. Sui cosiddetti riformisti sempre pronti a trovare per le armi risorse altrimenti irreperibili per la spesa sociale e la regolazione economica – l’impossibile diventa possibile solo in campo bellico e solo nel nome dei sacri valori della civiltà occidentale. La sinistra radicale si è avvitata nel balletto della moltiplicazione delle piazze, della partecipazione a metà e dell’interrogarsi sulle ragioni della propria subalternità a una chiamata fatta dall’autore di una rubrica chiamata L’amaca.


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