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La notizia del declino degli Stati Uniti è stata grossolanamente esagerata. Anche se sembrano arretrare a livello globale, non è detto che gli USA siano condannati a perdere il loro ruolo di unica superpotenza. Ne abbiamo parlato con Francesco Costa, giornalista e vicedirettore del Post, che proprio su questo tema ha appena scritto il suo nuovo libro, Frontiera (Mondadori, 2024).

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In una presentazione del tuo libro hai definito gli Stati Uniti come “i migliori al gioco del capitalismo”. Che cosa intendevi con questa definizione?

Dovremmo innanzitutto decidere cosa intendiamo per capitalismo: gli Stati Uniti, l’Italia, la Norvegia e persino la Cina sono tutti paesi capitalisti ma diversissimi fra di loro. Il termine ha infatti un significato molto vasto ma se lo definiamo come il sistema di regole che fa andare avanti la grandissima parte del pianeta e nella fattispecie quella più democratica, libera e avanzata, secondo i dettami della libertà di iniziativa economica, allora possiamo dire che in questo gli Stati Uniti sono particolarmente dotati ad esercitare il proprio dominio. Non è un giudizio di merito ma quello che osserviamo in questo contesto segnato dalla brusca frenata cinese e dalla resilienza americana nonostante un quadro politico sconfortate e preoccupante: l’economia americana va come un treno e anche sul piano culturale possiamo notare come la gran parte dei fenomeni più rilevanti che ci circondano hanno ancora origine negli Stati Uniti, tanto che persino una buona parte di pensiero anticapitalista ed antiamericano nasce nelle università americane. Una centralità che mi sembra abbia a che fare proprio col modo in cui sono fatti gli americani e come lo si diventa, nella loro natura di non-popolo composto quasi solo da persone provenienti da altri paesi. È la prima e ad oggi ancora unica nazione sviluppata al mondo ad aver costruito con successo una società basata sull’integrazione di popoli e culture diverse, la prima ad aver realizzato la separazione dei poteri dello stato: e ci è riuscita anche perché si è sviluppata senza una storia secolare alle spalle, senza avere alle spalle aristocrazie e feudalesimi, e il tutto nello stesso momento in cui nel mondo si sviluppava il capitalismo, che incontrò quindi molta meno resistenza che altrove. Nel libro provo a spiegare il perché in modo più dettagliato. Ma questo è un paese dove le persone, a prescindere dalle idee politiche, hanno un’altissima propensione al rischio e un bassissimo senso del sacro – mentre da noi è sacra anche la pastasciutta, e come sappiamo non è una battuta.

 

Malgrado il momento attuale sia economicamente entusiasmante, gli Stati Uniti hanno perso il primato globale sulla manifattura e patito duramente la crisi del 2008. Come si è ripreso il paese da questo passaggio?

Gli Stati Uniti, come ogni nazione, ha una storia di alti e bassi. Oggi ricordiamo il ‘900 come un “secolo americano” ma in quel periodo abbiamo avuto crisi devastanti come quella del 1929 e quella degli anni ’70, tanto che per lunghi tratti era anche divenuta concreta la possibilità di perdere la guerra fredda. Allo stesso modo, anche questi ultimi anni rappresentano indubbiamente una fase critica per l’America, a livello politico, economico ma anche culturale, ma non si può non vedere che la crisi del 2008 ha lasciato il sistema un po’ più solido, insegnando alcune lezioni alla politica statunitense. Un caso per tutti gli altri: qualche mese fa, quando fallirono la Silicon Valley Bank e successivamente Credit Suisse, si temettero gravi ripercussioni per il sistema finanziario, se non addirittura una reazione a catena più generalizzata. Eppure non è accaduto nulla. Questo è stato merito proprio delle riforme finanziarie apportate all’indomani della crisi del 2008, certo incomplete ed insufficienti come tutti i compromessi che si trovano nelle democrazie ma comunque capaci di evitare una nuova catastrofe. Per fare un altro esempio possiamo ricordare come la devastazione lasciata dalla crisi dei subprime costrinse l’amministrazione Obama ad approvare uno stanziamento di fondi che col senno di poi venne riconosciuto come troppo basso. La ripresa fu costante ma comunque molto lenta e questo è stato da più parti interpretato come una delle cause della vittoria di Trump. Al contrario, per rispondere alla crisi del Covid, gli americani hanno speso ad oggi un totale di 7.000 miliardi di dollari di cui ben 4.000 solo dall’amministrazione Biden in avanti, dieci volte quanto investito da Obama a suo tempo. La differenza è radicale ma si è preferito incorrere in un rischio nuovo, la spesa eccessiva, piuttosto che ripetere l’errore precedente. Io trovo estremamente interessante questa capacità di fare affidamento ad una ricetta ben oltre i classici dettami del liberismo, essendo i soldi stati investiti a debito, senza quindi ricorrere a tagli alle tasse o ai servizi. Insomma, la ripresa che vediamo oggi deve tanto all’esperienza del 2008.

 

E in effetti le amministrazioni americane hanno più volte dimostrato non solo di saper imparare dai propri errori, ma anche di poter imitare i propri avversari, indipendentemente dalla linea politica ed economica che proclamano di seguire. Quanto influisce questa capacità di adattamento nelle decisioni politiche statunitensi?

La questione è molto interessante e credo che per comprenderla al meglio si debba guardare all’esperienza di Ronald Reagan, senza dubbio il presidente più di destra della storia americana. Certo, tagliò le tasse e i servizi ma comunque lasciò gli Stati Uniti con un debito pubblico triplicato a causa di una massiccia campagna di investimenti pubblici all’epoca senza precedenti, concentrati perlopiù nella difesa. Lo scopo era spingere i sovietici a provare a stare al passo fino al proprio collasso – come effettivamente accadde – ma si trattava pur sempre di liquidità immessa nell’economia a debito. Io apro il mio libro con una citazione dello storico Richard Hofstadter per cui “l’America è l’incubo di ogni ideologo”, a ricordare come gli statunitensi non sono guidati da nessuna ideologia se non l’americanità stessa, ovvero la ricerca del profitto e delle migliori condizioni di vita possibili – un fatto valevole indipendentemente dal persistere del conflitto per chi si debba prendere la fetta più grande. Questa imprevedibilità ed indescrivibilità degli Stati Uniti li continuiamo ad osservare nell’esperienza politica di Donald Trump. Un politico di destra radicale per quanto riguarda l’immigrazione e le politiche culturali ma di tutt’altro stampo per quanto riguarda l’ambito economico, specie se si guarda alla tradizionale collocazione del Partito repubblicano. Basta fare il confronto con Mitt Romney, candidato repubblicano nel 2012, per rendersi conto di quanto Trump abbia spostato verso centro il partito: non ha tagliato le pensioni, né i servizi e continua a rivendicarsi ancora oggi il ruolo di protettore della previdenza sociale. In barba ai falchi repubblicani e riuscendo a rendere tollerabile la convivenza del partito con un grande debito pubblico dopo anni ad ambire al pareggio di bilancio, tema sul quale Trump ha più volte ostentato il proprio disinteresse. Questa capacità camaleontica della politica americana – la vediamo anche, dall’altra parte, nella durezza di Biden verso la Cina – è una delle cose che spesso ci sfugge nella nostra illusione di conoscere davvero gli Stati Uniti.

 

L’egemonia statunitense sul globo si è spesso imposta per mezzi violenti, sintetizzati a fine novecento nel Progetto per il nuovo secolo americano e negli ultimi anni nella retorica sul “vincere il XXI secolo”, ma alla prova dei fatti gli USA sembrano sempre meno capaci di imporre il proprio volere nelle crisi internazionali. Come si concilia questa debolezza nella proiezione globale con l’impressionante ripresa economica sul fronte interno?

È una domanda centrale per capire di cosa stiamo parlando. A me sembra che a volte nel confronto fra l’egemonia statunitense oggi e nel Novecento si finisca troppo spesso per fraintendere la natura della prima. Oggi parliamo molto di un mondo diretto verso il multipolarismo ma questo non è di per sé una novità, la guerra fredda ne è stato un tipo già a suo tempo. E il Vietnam non è forse stato una prova di come gli Stati Uniti non siano riusciti ad imporsi su un paese molto più piccolo e debole? Insomma, il secolo che ricordiamo come l’apogeo dell’egemonia americana ha spesso visto l’incapacità americana di determinare quanto accade nel mondo, una tendenza di cui ad oggi stiamo in un certo senso osservando l’esacerbarsi. Si chiede al presidente Biden di fermare Israele ma lui non ha un pulsante da premere per far scattare il cessate il fuoco, così come sono stati evidenti i limiti della politica americana nella guerra russo-ucraina. Anche in contesti decisamente più limitati gli Stati Uniti hanno fatto fatica ad imporre il proprio volere, pensa alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2 o alla firma del memorandum sulla via della seta. Ci sono limiti nella capacità americana di determinare quello che fanno gli altri e io penso che vada bene così, senza che Washington possa imporre il proprio volere con un tratto di penna. Un singolo fatto più preoccupante per l’America è invece la progressiva perdita di efficacia del proprio soft power, aggravata dalla circolazione sempre più rapida delle informazioni attraverso internet.

 

A tal proposito, possiamo osservare come nella cultura pop abbondino prodotti che, come Nomadland o Shameless, raccontano il lato più debole e declinante degli Stati Uniti contemporanei. Cosa racconta questo fatto circa l’autopercezione che gli statunitensi hanno di sé e della fase attualmente in corso? Ma soprattutto, che cosa ci dice della narrazione che gli americani vogliono restituire al resto del mondo?

Intanto ricordiamo che l’arretramento del soft power americano avviene in un contesto in cui nessuna potenza ha ancora la capacità di prenderne il posto, nemmeno la Cina. La causa va appunto ricercata nell’influenza dei social media, tale per cui oggi possiamo vivere in un mondo in cui il social più utilizzato non è americano, così come può non esserlo il film che vince il premio Oscar – magari promuovendo perfino un certo messaggio anticapitalista, come Parasite. Insomma non ci sono dubbi che ad oggi il nostro orizzonte culturale vada molto oltre gli Stati Uniti, essendosi stabilmente esteso all’Asia e in futuro magari anche all’Africa, così come non ci sono dubbi che la perdita del monopolio novecentesco in tale ambito possa produrre notevoli conseguenze negative per gli americani. Per comprendere a pieno questo processo, però, credo si debba guardare anche alle vicende interne all’America: quando l’economia cresceva sotto Trump i media conservatori non facevano che ripetere all’unisono quanto questo fosse merito del presidente. Oggi con Biden la situazione è perfino migliore ma i media progressisti non fanno la stessa cosa, anzi, si concentrano a sottolineare tutto quello che resta da fare. È una tendenza umana, ma comunque aggravata dai social media. Il risultato è che gli americani, che siano di destra o di sinistra, sono tutti d’accordo su una cosa sola: sta andando tutto a rotoli, vuoi per il cambiamento climatico o per la dittatura della cancel culture. È vero al contempo che gli americani stanno imparando a problematizzare il racconto di sé stessi e questa è anche una conquista rispetto a certi livelli di infantilismo che si potevano vedere negli anni passati ma questo si traduce spesso in una difficoltà nel riconoscere in primis i risultati ottenuti. Una persona progressista dovrebbe celebrare il momento ma una volta convintasi che il clima o le forze illiberali abbiano compromesso irrimediabilmente il destino del paese finirà per essere sfiduciata.

 

Gli Stati Uniti appaiono e si percepiscono come un paese sempre più polarizzato sul piano politico, al punto che le fantasie di una seconda guerra civile sono ormai una presenza fissa nel dibattito pubblico e nell’immaginario popolare. C’è del vero in questa narrazione e da dove nasce questa spaccatura?

Fino ad una ventina d’anni fa, gli Stati Uniti erano un paese più eterogeneo di quanto non siano adesso, non perché ora ci sia meno diversità ma a causa della profonda trasformazione sociale a cui la nazione è andata incontro. Le città non erano così grandi, né gli unici spazi in cui si concentrava la crescita economica. Questo rendeva possibile una certa competizione economica ma anche culturale con le campagne, instaurando un dialogo costante da cui derivava anche una notevole varietà dentro i partiti, costretti ad una continua mediazione fra segmenti diversi della popolazione potendo quindi vantare una certa varietà fra le proprie fila e nei propri elettorati. Il caso più eclatante in tal senso è forse quello del Partito democratico che fino agli anni ’60 e ’70 è stato al sud il partito dei razzisti e al nord quello dei pacifisti e dei progressisti. Un’altra conseguenza di questo fatto era anche che i partiti tendessero ad assomigliarsi, al punto da risultare quasi intercambiabili. Oggi, invece, la popolazione sente in modo molto netto le divisioni politiche e ne fa un fatto identitario: i laureati, anche quelli conservatori, votano democratico, gli operai sindacalizzati del New Jersey per i repubblicani e delle venti città più popolose degli Stati Uniti i repubblicani ne controllano appena due. Queste due Americhe sono sempre esistite ma se fino a qualche anno fa potevano convivere, oggi la comunicazione è sempre più ridotta. Si frequentano locali diversi, si guardano film diversi e ci si considera ognuno la negazione dell’altro. Tutto questo può avere conseguenze gravi, certamente non una guerra civile ma non dobbiamo sottovalutare la diversa tolleranza per la violenza che hanno gli americani: quello che si è visto il 6 Gennaio o gli stragisti che pubblicano online manifesti di estrema destra, rischiano di diventare fenomeni sempre più frequenti. Ma possiamo assistere anche ad altri tipi di scelte autolesioniste come nel caso della messa al bando dell’aborto che ha finito per marginalizzare gli stati abolizionisti, ritrovatisi meno invitanti per persone ed investimenti. Niente è inesorabile, io parlo nel libro di un nuovo secolo americano per quello che vedo in questo momento ma poi bisogna vedere cosa succede. Una vittoria di Trump a cui seguono l’abbandono della NATO, una riforma economica senza senso e una guerra contro l’Iran comprometterebbe eccome il predominio americano.


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