Blog

  • Home

Iscriviti a Tempolinea




Seleziona la casella qui sotto per autorizzarci a inviarti le mail (niente spam)

Puoi annullare l’iscrizione in qualsiasi momento cliccando sul link che troverai in fondo a tutte le nostre mail. Per informazioni sulla privacy, visita il sito.

Usiamo Mailchimp come piattaforma per inviare le mail della newsletter. Premendo “iscriviti”, accetti che le tue informazioni saranno inviate a Mailchimp. Scopri di più sulla tua privacy su Mailchimp.


Nella versione originale del saggio di Eric Hobsbawm sul ventesimo Secolo, Il secolo breve è solo un sottotitolo. Il titolo sarebbe The age of extremes, “l’età degli estremi”, ma l’espressione short twentieth century, formulata originariamente dallo storico Iván Berend, è diventata così diffusa da essersi staccata dall’opera che l’ha resa di uso comune. Non è difficile intuirne il perché, visto che parlare del Novecento come secolo breve è comodo e di immediata comprensione: dalla prima guerra mondiale, momento in cui lo storico inglese fa “cominciare” il secolo, al crollo del muro di Berlino passano appena settant’anni.

In un articolo di Lucio Caracciolo del 2009, compare invece forse per la prima volta l’espressione “decennio breve”: secondo l’autore, il primo decennio del ventunesimo Secolo e in particolare gli anni dal 2001 al 2008, si sintetizzano in una densità e rapidità di azione paragonabile a quelle del secolo che le ha appena precedute. Chi scrive ritiene abbastanza rischioso attribuire ai periodi storici, lunghi o brevi che siano, caratteristiche generali. Non so dire se un secolo è estremo, veloce, violento, ma posso provare a spiegare perché oggi, con una tangibile e costante ricerca di revival, potremmo in effetti parlare di un decennio breve, confinandolo tra il 2001 e il 2011, poco oltre le coordinate di Caracciolo e con un punto di vista più mirato del suo, ossia quello della produzione culturale.

Partiamo da un presupposto scontato: le date sono simboli, il tempo è una convenzione. Eppure, certe volte il tempismo ci regala ottimi assist. Nel caso dell’Italia per esempio, con una precisione perfettamente circolare, il decennio che va dal 2001 al 2011 si apre con Berlusconi e si chiude con Berlusconi. L’Undici Settembre e le proteste del G8 di Genova inaugurano dieci anni in cui i nostri consumi culturali potevano ancora dividersi in due grandi categorie generate dalla verticalità dei prodotti. Dal cinema alla televisione, mezzo di comunicazione per eccellenza di questo decennio, dalla musica alle serie televisive, la distinzione tra mainstream e underground era ancora palpabile per una serie di motivi, uno su tutti l’assenza di internet. O meglio, c’era un internet molto diverso da quello che siamo abituati a frequentare oggi, fatto di sottoculture, forum, download illegali. Era il web del “non ruberesti mai una borsa” e dei 72 minuti di Megavideo, la matrice di Matrix che, non a caso, chiude il Novecento insieme a una serie di film il cui tema è proprio la dualità tra luce e ombra, tra mondo sommerso e mondo visibile – pensiamo a Vanilla Sky, del 2001, o a The Truman Show, del 1998.

La verticalità, che poi sarà spazzata via dalla disintermediazione dei consumi contemporanei, nel decennio breve gode dei suoi frutti più succulenti. La televisione vive il suo ultimo vero periodo di splendore. I programmi diventano sempre più unscripted e l’estetica Mediaset si espande a macchia d’olio, nascono i format di Maria De Filippi, ancora in onda, che cambiano le regole del gioco: hai un talento e fai Amici, cerchi l’amore e vai a Uomini e Donne, vuoi fare pace con tua madre e chiami C’è posta per te. Il filo rosso che lega tutte queste trasmissioni è sempre lo stesso: siamo entrati nell’era della fama a portata di mano, siamo entrati nella casa del Grande Fratello. La televisione non è mai stata così raggiungibile, anche per le persone “comuni” che finalmente possono invadere gli studi fino a quel momento visti solo da casa, un piccolo assaggio di ciò che sarà poi l’era dei social. Intanto, teen drama americani e cartoni animati giapponesi in onda su Italia 1 costruiscono un immaginario collettivo adolescenziale solido e duraturo: puoi non aver mai visto The O.C. o Dawson’s Creek ma sai che facce hanno i suoi protagonisti, così come puoi aver manifestato contro la legge Moratti, marciato con il Popolo Viola, detestato Berlusconi fino alla nausea, ma oggi di quegli anni ti restano gli episodi dei Simpson o di Dragon Ball in tv all’ora di pranzo.

Verticalità vuol dire soprattutto egemonia: il decennio breve è l’ultimo periodo in cui gli Stati Uniti producono mitologia. Una mitologia in declino, però, temporaneamente risollevata dall’Undici Settembre, che cancella un’immagine potente come lo skyline di New York e costringe la Sony a ritirare il trailer di Spiderman in cui compariva il World Trade Center. Ma il cinema riesce ancora a imporsi come la forma di rappresentazione più potente di un paese che sta vivendo il suo primo vero attacco nella sua storia. Sono gli anni in cui i record di incassi li fanno le saghe: Harry Potter (2001-2011), Il Signore degli Anelli, Pirati dei Caraibi, Fast and Furious, Shrek, Twilight. L’industria cinematografica mette in piedi un assetto iconografico che avrebbe generato a distanza di appena vent’anni un effetto nostalgia e riciclo che accartoccia il tempo su sé stesso.

Nell’industria musicale, la situazione si fa pericolosamente anarchica. Scaricare intere discografie illegalmente, con il solo ausilio di un modem e di una rete adsl – arrivata in Italia nel 2000 – è un gioco da ragazzi, letteralmente. Le vendite dei dischi calano in modo vertiginoso nell’arco dei dieci anni che precedono la regolamentazione dello streaming: Spotify nasce nel 2006, ma è nel decennio successivo che diventa il luogo per eccellenza di fruizione musicale. Nella musica la differenza tra ciò che va in televisione, a Top of the Pops o a Total Request Live su MTV e ciò che invece è indipendente, indie nella sua accezione originale inteso come slegato dalle major discografiche, è tangibile, al punto che l’indie diventa un genere a sé e abbandona poi il suo intento iniziale.

Oggi molto nella cultura diffusa suggerisce un ritorno a quel periodo sotto forma di nostalgia vissuta  anche dalle generazioni che non hanno memoria di quegli anni – pensiamo alla moda Y2K. Dai tribali di Elodie ai continui remake, la rivisitazione contemporanea del decennio breve appare però sempre come un’imitazione pallida per chi invece di quel periodo si ricorda bene. Perché nel frattempo tutto è cambiato, dalla vera globalizzazione avvenuta con internet e dalla sterzata che ha dato all’egemonia culturale americana ora staccata dalla sua matrice, dalla moltiplicazione dei contenuti che si ammassano e si dividono nei compartimenti stagni che oggi chiamiamo filter bubble al modo e al tempo in cui ne fruiamo. Forse potremmo dire che quello che c’è stato dopo e che viviamo ora non è il decennio lungo, ma il decennio largo, sconfinato.

Il decennio breve è un podcast di Hypercast scritto e presentato da Maria Cafagna, Stefano Monti e Alice Valeria Oliveri. Si trova su Instagram @ildecenniobreve e si ascolta su Spotify, Apple Music, Amazon Music


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *