Il Mar Mediterraneo è, da secoli, uno spazio cruciale di incontri e scambi culturali, politici ed economici. Eppure, questa sua natura di condivisione ne nasconde una ben più complessa e violenta fatta di morte ed esclusione – un aspetto che, spesso, conviene dimenticare, ignorando così una comprensione più completa del passato e del presente europeo e italiano. Ne abbiamo parlato con Luca Misculin, giornalista e autore del saggio Mare aperto (Einaudi, 2025).
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Carl Schmitt distingueva le società bloccate sulla terra da quelle legate al mare, ma nel mondo globalizzato le distanze sembrano sempre meno invalicabili – e perfino Katy Perry nello spazio è diventata un’immagine normale. Perché ritieni che sia importante parlare oggi di uno spazio come il Mar Mediterraneo?
Questa domanda coglie un punto importante, perché è vero che tutti gli spazi che non sono la terra ci sembrano effettivamente sempre un po’ alieni, nel senso che non è mai scontato il processo che ci porta a frequentarli con successo, né che poi vengano effettivamente normalizzati. È difficile immaginare come tale rapporto si evolverà nei confronti dello spazio ma intanto si può guardare a quello che è accaduto con il mare: in questo senso, è vero che con la globalizzazione e la nascita del container le distanze si sono ridotte, le merci viaggiano per centinaia se non migliaia di chilometri in maniera tutto sommato sicura – nonostante qualche incidente di percorso soprattutto oggi nella parte sud del Canale di Suez – però permane nei confronti di questo spazio un elemento di scarsa familiarità e anche di paura. Da un lato, oggi il mare ci sembra un elemento assolutamente dominato dall’umanità, sia da un punto di vista tecnologico che di conseguenza anche da quello immaginifico, da un altro è chiaro che se ci spogliamo di tutti quegli elementi tecnologici come appunto le navi, le piattaforme petrolifere o ancora gli aerei allora torna ad essere un elemento che ci spaventa. Dopotutto, nel mare, è in primo luogo il nostro corpo a non sentirsi a suo agio, banalmente perché la pelle umana non è fatta per stare troppo tempo a contatto con l’acqua salata o perché un corpo immerso per diverse ore prima o poi va a fondo a prescindere da quanto sia in grado di galleggiare – tra l’altro, un elemento peculiare del Mediterraneo è che, trattandosi di un mare caldo, i corpi umani rimangono a galla più a lungo e, quindi, ci si mette più tempo ad annegare.
Volendo ridurre il discorso all’essenziale, è chiaro che il nostro rapporto con il mare rimane di fondo incentrato sulla paura. Ovviamente, noi non possiamo sapere che cosa pensavano esattamente i Neandertal o i Sapiens che hanno camminato intorno al mare per migliaia di anni, ma il fatto che non abbiano mai neanche provato a superarlo sembra suggerire quanto terrore incuteva in queste persone. In effetti, ci sono volute migliaia di anni e innumerevoli generazioni prima che anche solo si provasse a mettere in mare una qualche imbarcazione per provare in qualche modo a dominare questo elemento così strano. Per intenderci, si stima che la navigazione nel Mediterraneo sia nata intorno all’8000 a.C. – o un migliaio di anni prima secondo una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature e basata sulla scoperta a Malta di tracce archeologiche riconducibili ad una comunità di cacciatori-raccoglitori –, risultando quindi una delle invenzioni più tarde tra quelle fondamentali nella storia dell’umanità. Credo che anche per questo continui a fare tanta paura a quanti non hanno a disposizione la tecnologia né la cittadinanza che permetta loro di godere della prima, ovvero i migranti. Il mar Mediterraneo è in assoluto quello in cui si muore di più, a pari merito con la rotta tra l’Africa occidentale e le isole Canarie, e non è un caso che la paura sia un elemento prevalente nei racconti e nelle testimonianze delle centinaia di migliaia di persone che in questi anni hanno provato a raggiungere la sponda nord del Mediterraneo partendo da quella meridionale. Il discorso, chiaramente, cambia quando il tragitto segue la direzione opposta.
Il Mediterraneo è da millenni uno spazio di forti contatti e relazioni tra culture, e infatti non è un caso che sia questo il contesto che ha ispirato la prospettiva transregionale di Braudel. E proprio al tema dei contatti interculturali tu stesso hai già dedicato due podcast, La fine del mondo e L’invasione. Come si inserisce questo tema nel tuo libro e nella storia del Mediterraneo?
Per scrivere questo libro mi sono mosso da una premessa molto precisa, cioè che diversi studiosi contemporanei del Mediterraneo, animati da una prospettiva al contempo storica, geografica, sociale ed economica, ritengono che una caratteristica unica e significativa di questo mare è la sua eterogeneità. Questo elemento è stato rilevato da esperti come lo storico britannico David Abulafia o l’archeologo Cyprian Broodbank, i quali hanno in primo luogo sottolineato come il Mediterraneo sia uno spazio eterogeneo intanto dal punto di vista geografico, essendo pur sempre il mare chiuso più grande al mondo. Al contempo, è l’unico su cui si affacciano tre continenti e quindi dei contesti molto diversi dal Mar Nero fino alla Penisola Iberica, a sud c’è il deserto più grande del mondo e le coste nord sono piene di catene montuose; perfino il suo fondale è fra i più diversi che esistano: il punto più profondo del Mediterraneo è l’abisso di Calipso, che potrebbe contenere l’intero Monte Bianco, ma in varie zone i fondali sono molto poco profondi e infatti durante l’ultima era glaciale erano terre emerse. Tutta questa eterogeneità geografica poi si trasfigura in una eterogeneità umana, ulteriormente favorita dal fatto che il Mediterraneo è per lunghissimo tempo stato percepito come un passaggio invalicabile – l’Homo Sapiens, per passare dall’Africa all’Europa, ha dovuto camminarci attorno ed è ancora adesso di fatto un cimitero, per i migranti come per i navigatori che si ritrovano improvvisamente dentro una tempesta. Sottolineo tutto questo perché invece una certa storiografia, a partire proprio da Braudel, ha invece cercato di sottolineare i punti di contatto tra i vari luoghi che si affacciano sul Mediterraneo e a mio avviso questo ha condotto a diversi errori – tra l’altro sempre più sottolineati dalla storiografia nell’ultimo ventennio. La sua prospettiva, infatti, era chiaramente quella di uno studioso occidentale, bianco, con una carriera molto tradizionale alle spalle e una prospettiva eurocentrica nei propri studi; in questo senso, per lui, individuare caratteristiche comuni tra tutti i luoghi che si affacciano sul Mediterraneo era un po’ un modo per trovare un legame tra le due sponde e legittimare progetti egemonici su quella meridionale. Forse questa intenzione non era esplicita in Braudel ma non c’è dubbio che il suo discorso sia stato utilizzato in tal senso da altri che miravano proprio alla giustificazione del colonialismo in Africa del nord. Gli studi più recenti, invece, si concentrano sulla pluralità della regione, anche solo facendo riferimento alla continua successione di regni, etnie e comunità che vi si sono succeduti.
Su questo punto si innesta anche un discorso politico: mettere in risalto soltanto gli aspetti che uniscono il Mediterraneo dalla Provenza alla costa turca in uno spazio assolutamente immaginario in cui siamo tutti fratelli e sorelle, ci si capisce a gesti e dove i pescatori soccorrono da sempre le persone in difficoltà, finisce invece per farci dimenticare come un luogo così eterogeneo sia stato al contempo luogo di slanci di solidarietà assolutamente apprezzabili – come le ONG che soccorrono le persone in mezzo al mare – ma anche di progetti di colonizzazione sanguinari, come quello francese in Tunisia e in Algeria e quello italiano in Libia. Sono chiaramente esistite società multietniche e tolleranti, come la Sicilia durante il dominio degli arabi o Cartagine nei secoli immediatamente precedenti alle guerre puniche – esempi di un Mediterraneo di vita contrapposto a quello di morte. Resta il fatto che il primo resti al centro dei discorsi su questo mare e si finisce spesso per ignorare il secondo, togliendo tridimensionalità alla storia di questo mare. Proprio questo può essere visto come il filo conduttore fra i podcast che ho realizzato e questo libro: già tra il 1500 e il 1200 a.C, infatti, il Mediterraneo era diventato un luogo di scambio di merci, di persone e di idee anche a lunga distanza, ma tale equilibrio finì poi per collassare su sé stesso nei secoli successivi con conseguenze devastanti – al punto che sparirono la scrittura e l’arte figurativa, mentre in Grecia arrivò perfino a diminuire la statura delle persone. Il fatto che questi due periodi di massimo splendore e invece di collasso e di implosione si siano succeduti in maniera conseguente, uno dopo l’altro, nel Mediterraneo mi sembra molto rappresentativo per capirne la storia.
Naturalmente, oltre ai rapporti pacifici, il bacino del Mediterraneo è stato attraversato anche da violenti conflitti e, quasi paradossalmente, da una feroce divisione razziale che ha legittimato il colonialismo prima e le stragi di migranti oggi. In che rapporto si colloca questo elemento con quanto detto prima?
Chiaramente, nell’immaginare un libro del genere è naturale imbattersi nella questione del colonialismo e della sua problematizzazione storiografica, con la messa in discussione di elementi che abbiamo sempre dato per scontato sul rapporto tra le due sponde del Mediterraneo. Il caso della Libia, in questo senso, è particolarmente chiaro: l’occupazione prima dell’Italia liberale, poi di quella fascista è costata la vita a decine di migliaia di persone libiche e solo negli ultimi anni si sta davvero studiando la repressione violentissima operata dal criminale di guerra Adolfo Graziani, quando Benito Mussolini pretese che si ristabilisse il controllo sulla Libia contro i gruppi di resistenza e i partigiani locali. Graziani applicò quest’ordine ammazzando migliaia di persone e lasciandole morire di stenti in campi di concentramento, che all’epoca furono una specie di novità ma che divennero poi un modello negli anni successivi. Ebbene, per quanto questo resti un angolo ancora un po’ oscuro della storia, resta un’esperienza che tutto sommato conosciamo abbastanza bene. Al contrario, sappiamo molte meno cose, per esempio, su Cartagine, perché arriviamo da generazioni di una tradizione che ci racconta come eredi fisici e anche un po’ ideali dell’Impero romano; non è soltanto una questione geografica, ma anche di natura editoriale e politica, un po’ come tutti i prodotti che titillano il nostro orgoglio nazionale e infatti gli scaffali delle librerie pullulino di saggi sull’antica Roma che fanno leva su di un nostalgismo un po’ sciovinista. La conseguenza è che ne abbiamo derivato anche la visione per cui i cartaginesi sono il nemico. E non sono un nemico astratto, ma uno reale in cui riconosciamo tutte le caratteristiche che sono il negativo dei valori che vogliamo promuovere in quanto società. I cartaginesi, detta molto semplicemente, erano per gli intellettuali e gli storici romani delle persone sanguinarie governate da una dittatura autoritaria in cui i cittadini non erano debiti alle attività che si confanno ai veri uomini – come la guerra o l’agricoltura – ma al commercio, la pratica che più di ogni altra è stata usata nella storia per rappresentare in maniera negativa il nemico.
Questa narrazione stereotipata, sintetizzata nella figura di Annibale, fu a lungo perfettamente funzionale a motivare il cittadino romano, il capofamiglia maschio, a mollare l’aratro, riprendere l’elmo e lo scudo dalla propria cantina e imbarcarsi per andare combattere i cartaginesi in giro nel Mediterraneo. Come ogni racconto propagandistico, anche questo conteneva pochissimi aspetti legati alla realtà e numerose mistificazioni, volte ad incolpare una certa categoria di essere un ostacolo allo sviluppo della propria comunità. Per i romani i cartaginesi erano il nemico per eccellenza proprio perché impedivano che Roma si allargasse ancora di più e diventasse l’unica potenza egemone nel Mediterraneo e proprio per questo ne venne costruito questo racconto che solo oggi si sta molto lentamente decostruendo, proprio per via anche di quello spirito di decolonizzazione sulla storia di cui parlavo prima. Per capire quanto sono duri a morire questi stereotipi, basta pensare al fatto che negli anni appena precedenti alla seconda guerra mondiale alcuni intellettuali fascisti tracciarono un paragone diretto fra Cartagine e le potenze democratiche mercantili dell’epoca, quindi i Paesi Bassi, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti; per esempio, negli scritti di Ettore Pais, uno degli speechwriter di Mussolini, il confronto segue gli stessi binari della narrazione romana sui cartaginesi. Questa volontà della propaganda di Stato di appiccicare etichette a intere categorie di persone per perseguire i propri scopi tra l’altro esiste ancora oggi in Italia e lo vediamo nei tentativi del governo di dare alle persone non bianche la colpa di tutto che non funziona, estromettendole così dal corpo sociale.
Nonostante fin dalla scoperta delle Americhe la centralità del Mediterraneo si sia sempre più ridimensionata, la regione continua ad essere al centro dei più svariati interessi politici e commerciali: progetti espansionistici turchi e israeliani, l’intento russo di difendere le proprie basi nell’area e gli investimenti cinesi nei porti greci e italiani sono lì a dimostrarlo. Come lo spieghi
Secondo me questa è una tipica presa di posizione di chi guarda quello che succede nel mondo soltanto con gli occhiali della geopolitica. Dopotutto, prendendo in mano una cartina del mondo, il Mediterraneo sembra soltanto un mare qualunque, una porzione chiusa che contiene appena l’1% dell’acqua salata nel mondo – niente rispetto a quanto invece sono grandi la Cina, l’India, il Sud America, gli Stati Uniti e così via.Eppure, la realtà è molto più sfumata di quanto non suggerisca questa prospettiva e infatti non è un caso che due delle guerre che ci stanno riguardando più da vicino e che stanno attirando l’interesse di mezzo mondo hanno luogo proprio sulle coste del Mediterraneo. La striscia di Gaza, dopotutto, si affaccia sul Mediterraneo e il conflitto israelo-palestinese nel suo complesso può essere riassunto in una questione mediterranea che coinvolge le intenzioni del continente più ricco del mondo, cioè l’Europa, nei confronti di paesi emergenti che hanno valori e anche economie diverse dalla propria. È una questione di convivenza, prima di tutto. La guerra in Ucraina è un altro esempio, tanto che uno degli spazi più contestati al mondo negli ultimi anni è stata la penisola crimeana. Insomma, a me sembra evidente che il Mediterraneo sia uno spazio molto più complicato di quanto non suggerisca uno sguardo un po’ superficiale a una cartina fisica. Anche perché poi a volte basta cambiare la cartina per capire meglio di cosa stiamo parlando: se si guarda un planisfero è normale che il canale Sicilia paia una distesa di mare aperto senza isole. Ma consultando una delle mappe che vengono date ai pescatori per evitare che le ancore delle loro barche trancino i cavi sottomarini che portano internet in giro per il mondo, ci si accorge subito che questo tratto è così affollato di questi cavi che sembra di guardare una pianta della metro di Londra. A volte basta davvero cambiare la prospettiva e uscire da quella geografica per accorgersi di molto altro circa a quello che sta succedendo nel mondo. A questo proposito, in tutto il libro cito una sola volta la parola “geopolitica” e la uso con accezione negativa; non siamo condannati dalla geografia del posto in cui viviamo, anzi, il fatto che spesso questa sia tanto eterogenea ci lascia molta libertà rispetto al futuro che vogliamo costruire.
L’Italia ha legato il proprio racconto nazionale alla sua posizione al centro del Mediterraneo – tanto che il simbolo della Marina Militare include le bandiere delle quattro repubbliche marinare e che l’operazione di soccorso dei migranti lanciata dal governo tra 2013 e 2014 si chiamava “Mare nostrum”. Eppure, questa centralità sembra essere solo geografica, tanto che già il fascismo fallì miseramente nel proprio progetto di colonizzazione della Libia, mentre ad oggi ci siamo ridotti a carcerieri dei migranti. Come spieghi questa contraddizione?
Sono abbastanza convinto che la complessità della posizione dell’Italia, sia da un punto di vista geografico, sia da quello politico e anche da quello storico, ci abbia consegnato un’eredità troppo difficile da gestire. Dopotutto, l’Italia è un paese molto giovane dal punto di vista storico e questo implica anche che vi sia una scarsa stratificazione di conoscenze e di approcci nei confronti del Mediterraneo – e, in effetti, l’Italia è un paese in cui molti dei territori che dipendono direttamente dal Mediterraneo per ragioni sociali ed economiche sono tra i territori più marginalizzati e meno industrializzati, tagliati fuori dal benessere e anche dal racconto che si fa nel resto del paese. Oltretutto, proprio il fatto che l’Italia sia al centro di questo mare rende molto difficile trovare un equilibrio ed un ruolo adatti a questa posizione, lasciandoci così puntualmente legati ad una sola delle infinite possibilità che ci troviamo davanti grazie al Mediterraneo. A mio avviso è in questo contesto che si colloca la decisione dell’attuale governo che il Mediterraneo non debba più essere un luogo in cui allargare le nostre prospettive, i commerci e i rapporti con tutti i paesi che vi si affacciano, ma che vada utilizzato soltanto come barriera invalicabile. Insomma, ci stiamo ispirando al solo Mediterraneo di morte di cui parlavamo all’inizio, sfruttandone le caratteristiche soltanto per respingere le persone che vogliono arrivare qui. Non mi sembra ci sia nessuna strategia più ampia e anche il cosiddetto “piano Mattei” non è che la solita ricetta paternalista volta a depredare le risorse dei paesi partner ma comunque ammantata di una retorica della fratellanza mediterranea. Come dicevo, non siamo ancora riusciti a sfruttare al meglio le opportunità che derivano da questa posizione geografica, forse troppo troppo difficile da gestire per un paese come il nostro.