Quella che si combatte in Myanmar è tra le guerre più rilevanti e ignorate di questi anni. Il conflitto è scoppiato nel febbraio del 2021 quando, dopo qualche anno di aperture democratiche, l’esercito ha ripreso il controllo del paese incarcerando i leader eletti e reprimendo nel sangue ogni forma di dissenso. Per rispondere a questa crisi, i gruppi di opposizione e le milizie etniche storicamente rivali si sono uniti nella lotta contro la giunta militare. Il fotoreporter Giacomo De Stefano è andato in Myanmar a inizio 2025, dove ha passato una settimana tra guerriglieri e attivisti impegnati contro il regime.
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Nel gennaio del 2025, ho varcato illegalmente il confine tra Thailandia e Myanmar attraversando il fiume Moei. Dopo aver contattato combattenti e attivisti anti-regime attraverso i social media – un canale di comunicazione naturale, essendo la gran parte di questi dei giovanissimi molto attivi online – ho ottenuto il contatto di Philip, un tipo simpatico che lavora per il media department della Forza di Difesa Nazionale Karenni (KNDF), il braccio armato dello Stato Karenni. Con lui non è andata in porto, ma sono arrivato a Betty, che mi ha consigliato di appoggiarmi all’Esercito di Liberazione Nazionale Karen (KNLA). Una settimana dopo ero a Bangkok, in Thailandia: appena atterrato mi sono direttamente messo in viaggio per Chiang Mai, nel nord del paese, per andare a incontrarla. Abbiamo cenato insieme, e il giorno dopo siamo partiti in autobus per Mae Sot, una città di confine popolata da decenni da esuli birmani.
Mae Sot è un posto ambiguo, segnato dal contrabbando e da continue tensioni, ma che in superficie riesce ad apparire insolitamente tranquillo. La città si affaccia sul fiume Moei, che segna il confine con il Myanmar. All’alba del giorno dopo, ancora stordito dal jetlag visto che solo la mattina prima ero in Bovisa a Milano, ero su un pick-up insieme a Betty e Saw Moe, un comandante della Karen National Union, diretto fuori città, lungo la riva del fiume. Qui c’era una piccola casetta di legno, nella quale se ne stava seduto un vecchio intento a scrutare il fiume e fumare una sigaretta artigianale lunga venti centimetri. Il suo compito era controllare che non ci fosse la polizia thailandese nei paraggi. Nella lista ufficiale delle “spese” del viaggio – la voce “la quota comprende” – era inclusa anche questa bustarella. Pochi minuti dopo, è apparso dal nulla un uomo con una piccola barca. Mi hanno fatto coprire il volto con una kefiah e abbiamo attraversato il Moi. Sull’altra sponda, in territorio birmano, ci aspettava Saw Saey, armato di M16, a bordo di un Toyota Hilux. Sarebbe stato il mio driver, la mia scorta, la mia ombra: un tipo sveglio, taciturno, ma sempre presente e attento. Ero in Myanmar.
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Ho vissuto una settimana con i soldati della Brigata Sei del KNLA, il braccio armato dell’Unione Nazionale Karen (KNU), che da decenni combatte per l’autonomia del proprio popolo, il terzo più grande gruppo etnolinguistico del Myanmar. Il territorio sotto il controllo del KNLA, concentrato nel Myanmar sudorientale, è suddiviso tra sette brigate, ognuna delle quali è responsabile di una zona specifica. Queste unità sono il cuore pulsante dell’esercito Karen: operano autonomamente, ma sono unite nella comune lotta contro la giunta militare. In particolare, proprio la Brigata Sei ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del Governo di unità nazionale (NUG), il governo ombra formatosi all’indomani del colpo di stato del febbraio 2021 che raccoglie i movimenti democratici ed autonomisti in lotta contro il regime. I paramilitari Karen, infatti, sono stati tra i primi a offrire supporto logistico e addestramento al braccio armato del NUG, le Forze di difesa del popolo (PDF), rendendo così possibile una vera risposta armata alla giunta.
La mia permanenza è stata concentrata sulla linea del fronte di Kawkareik, una città strategicamente importante per la sua collocazione sulla Asian Highway 1, un sistema di collegamenti stradali che collega il continente dal Giappone alla Turchia passando per il Myanmar. Qui, ho vissuto a stretto contatto con due colonne mobili: la Cobra Column e la Black Panther Column, entrambe conosciute per le operazioni particolarmente avventate condotte sul fronte. La prima è specializzata in incursioni rapide di guerriglia nei territori controllati dalla giunta, con operazioni di terra supportate con i droni che hanno anche portato alla conquista di territori, mentre la seconda ha un compito più spiccatamente difensivo, occupandosi in particolare della protezione dei villaggi Karen dalle offensive nemiche.
Il campo base dei ribelli, ben nascosto tra gli alberi e ulteriormente mimetizzato con teli verdi, reti da pesca e foglie secche, non si vede fino a quando non ci si arriva dentro. Nessuna struttura fissa, solo capanne leggere di bambù, pali e al massimo qualche sacco di sabbia; la guerra qui è fatta di continuo movimento e restare fermi a lungo è troppo rischioso, non foss’altro perché l’incombenza della stagione dei monsoni porta a spostarsi e adattarsi continuamente. Di conseguenza, ci si deve accontentare di dormire su amache tese tra i pali o su tavolati rialzati e di cucinare in una capanna come le altre, senza muri – soltanto nelle seconde linee, più stabili, si costruiscono tetti con le foglie secche raccolte nella giungla. Gli ingredienti – appesi al soffitto per proteggerli dagli insetti e dagli animali – sono pochi e bene o male sempre gli stessi: riso bollito, erbette e, se va bene, pesci dei torrenti o rane. Ogni tanto, dalle retrovie arriva qualche samosa o un po’ di carne fresca, altrimenti si va a caccia di uccelli per poi friggerli. Qui, le giornate dei guerriglieri scorrono lente ma tese, scandite dai turni di guardia, dalla manutenzione delle armi — smontate, pulite e riassemblate su teli di plastica — e dai pattugliamenti lungo sentieri nascosti nella giungla.
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La vita quotidiana si regge su pochi gesti ripetitivi. Si mangia seduti per terra, in un silenzio rotto solo da qualche rara battuta o risata, e per lavarsi occorre riempire un secchio dalle cisterne d’acqua piovana e buttarselo addosso, nello stesso punto dove si lavano i piatti e i vestiti. Un sistema spartano, insomma, senza particolari comodità salvo alcune eccezioni – ad esempio, sebbene la maggior parte dei guerriglieri abbia ai piedi dei sandali di plastica qualcuno può vantare degli scarponi militari lucidissimi, normalmente recuperati dai mercati clandestini al confine thailandese o dai cadaveri dei soldati nemici. Qualcuno, inoltre, può addirittura vantare una zanzariera ma i più vivono esposti agli insetti, protetti solo dal fumo delle braci. Non a caso molti dei miliziani hanno la malaria, e proprio per tutelarsene quasi tutti masticano tutto il giorno noci di Areca — un frutto il cui consumo, nonostante gli effetti nocivi, è estremamente diffuso nella regione e che viene consumato ininterrottamente alternato alle sigarette.
Le armi non si lasciano mai, ci si dorme anche insieme. Kalashnikov cinesi, vecchi M16, fucili artigianali costruiti nelle officine clandestine nascoste tra le montagne Karen. Eppure, nonostante la guerra e la miseria, c’è spazio anche per la leggerezza. Quando è possibile si ride, si scherza, si beve del whisky locale e perfino dopo un funerale o una battaglia vinta può capitare che ci si faccia il bagno tutti insieme nel fiume, usando i gonfiabili come se fosse tutto finito. Una parte di questo spirito viene, forse, dalla cultura buddhista e dall’accettazione della sofferenza come componente necessaria della vita umana. Tuttavia, nel mio campo dormiva anche il leader politico della brigata, un uomo rotondo e di poche parole che ogni mattina, al suo risveglio, veniva massaggiato da due soldati mentre altri gli preparavano la colazione, già apparecchiata di fronte a lui; in mano teneva sempre un trasmettitore VHF con antenna militare. Era lui che prendeva contatto con le zone che volevo visitare, dandomi il permesso e avvisando i vari avamposti. La mattina si rasava i capelli con una lametta, la sera mangiavamo assieme riso e carni gommose molto piccanti, accompagnate da fiumi di alcol e da milioni di sigarette.
Nel cuore della giungla ho anche avuto modo di osservare la preparazione di armi artigianali. In un contesto simile di privazione e di limitatezza delle risorse economiche e militari, infatti, le forze di resistenza devono fare affidamento sulla loro inventiva per costruire armi e munizioni: gli esplosivi, ad esempio, sono realizzati con materiali di fortuna come estintori o bombolette spray. Come dicevano le stesse persone che ho avuto modo di incontrare, “non abbiamo scelta”. Ogni giorno, la resistenza si adatta cercando nuove modalità di combattimento contro un regime che può contare su di una sorprendente potenza militare. Il golpe, infatti, è stato condotto dal Tatmadaw, le forze armate del Myanmar, che storicamente sono sempre state al centro della vita politica del paese, e lo hanno già governato per quasi cinquant’anni a partire dal colpo di Stato del 1962. Anche dopo l’apertura della breve parentesi democratica di qualche anno fa, i militari hanno mantenuto un forte controllo sulle istituzioni, riservandosi il 25% dei seggi in parlamento e il controllo dei ministeri chiave.
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Tra i guerriglieri birmani con cui mi sono interfacciato c’è una soldatessa del PDF che mi si è presentata soltanto con il suo nom de guerre, Mango. Mango fino a pochi anni fa faceva la commessa, e dopo la pandemia di Covid aveva aperto un negozio online. Dopo il colpo di stato ha cominciato a partecipare alle proteste pacifiche contro la giunta militare, ma dopo che queste sono state represse con la violenza ha deciso di aderire alla resistenza armata. All’inizio è rimasta in città, ma quando la polizia ha tentato di arrestarla è scappata e si è unita ai gruppi che combattono nella giungla. Il suo obiettivo è semplice: vedere il ritorno della democrazia in Myanmar e, a rivoluzione conclusa, riprendere il proprio sogno di diventare una stilista. Un altro combattente, Androus, mi racconta invece di venire da un’esperienza manageriale nel settore dei trasporti e che, nel marzo 2021, ha scelto la lotta armata dopo essersi definitivamente disilluso circa l’efficacia delle proteste nonviolente contro un regime tanto sanguinario. Da parte sua, è convinto della gravità della situazione ma si dice speranzoso e convinto del fatto che la collaborazione tra le milizie etniche e i vari partiti di opposizione porterà ad effetti positivi.
Tra i vari combattenti impegnati con le milizie Karen, ho incontrato anche un foreign fighter occidentale. Il combattente, al suo terzo viaggio in Myanmar, alterna i periodi al fronte a fasi in cui rimpatria per lavorare e sostenere in questo modo le spese proprie e quelle delle unità con cui combatte – ad esempio fornendo mascherine anti-gas e altre attrezzature necessarie, come i visori termici; ho promesso di proteggere la sua vera identità e provenienza, ma mi ha raccontato di avere già fatto esperienza di combattimento con le Farc in Colombia e con le Autodefensas in Messico e che sul campo sono presenti altri volontari stranieri, tra cui un argentino ancora impegnato al fronte e due anglosassoni morti proprio a Kawkareik, vicino a dove mi trovo io, appena poche settimane prima del nostro incontro. A suo dire, questa esperienza si sta rivelando più tranquilla delle altre; in uno dei suoi viaggi precedenti, infatti, era stato inviato a combattere già il giorno dopo il suo arrivo nel tentativo di occupare Kawkareik. La battaglia è però terminata in una grave sconfitta per i ribelli, un po’ per i loro errori strategici ma anche per il massiccio uso dei bombardamenti aerei da parte del Tatmadaw.
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La maggior parte dei combattenti è pesantemente tatuata e porta sul corpo messaggi e simboli legati alla resistenza. I volti che si vedono più spesso sono quelli di Che Guevara, Buddha, Gandhi e di Aung San, il padre dell’indipendenza birmana assassinato nel 1947. Figura ancora venerata nel paese, l’uomo è anche il padre di Aung San Suu Kyi, “la Lady” a lungo icona della lotta nonviolenta contro il regime militare nel paese e premio Nobel per la pace, poi caduta in disgrazia agli occhi della comunità internazionale per il suo silenzio davanti alla persecuzione dei Rohingya da più parti denunciata come un genocidio. Il governo-ombra del NUG, alla guida della resistenza armata, è formato in gran parte da membri del suo partito, e lei – nonostante sia stata messa agli arresti – continua a essere considerata la leader morale del movimento. Tra i tatuaggi, però, si trovano altri simboli più smaccatamente pop come il logo di Hunger Games, divenuto l’emblema della Spring Revolution che nel 2021 ha visto una massiccia sollevazione popolare contro la giunta. E poi sono numerosi anche i riferimenti ai musicisti birmani d’opposizione come i Rebel Riot o i Nitric Acid (un gruppo rap fondato dall’attivista Phyo Zeya Thaw, morto in carcere), in un continuo rimescolarsi di riferimenti politici e culturali che favorise l’universalizzazione della rivolta birmana.
Uscito dal paese, ho passato una settimana a Chiang Mai, in Thailandia, a rivedere il materiale raccolto in una villetta con un piccolo giardino nella periferia della città. Qui si riuniva un gruppo di esuli birmani in qualche modo coinvolti nella rivoluzione, a passare serate intime e leggere, fatte di risate, birre, canne e chiacchiere. Nonostante provenissimo da mondi apparentemente lontani, ci capivamo perfettamente. Condividevamo le stesse letture, gli stessi riferimenti, lo stesso sguardo critico sul mondo. Erano ragazzi che avevano attraversato esperienze nei movimenti antifascisti, conoscevano bene la questione palestinese, le YPG, Orwell e cantavano canzoni come L’Internazionale. Tra loro c’erano anche soldati, combattenti della resistenza che, nei momenti di pausa dal fronte, trovavano ospitalità, affetto e protezione in questi spazi sicuri. Altre serate le trascorrevamo in un bar-ostello chiamato The Commune, un luogo sempre legato alla resistenza, gestito da birmani.
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Lì viveva e lavorava uno dei membri dei già citati Rebel Riot, un gruppo di cui ho conosciuto alcuni esponenti: si tratta di una band punk nata nel 2007 a Yangon durante la “Saffron Revolution”, la sollevazione pacifica dei monaci buddisti contro il regime militare. La loro musica è una risposta diretta alla repressione, alla corruzione e alle ingiustizie sociali che affliggono il Myanmar. Fin dall’inizio, il gruppo ha utilizzato il punk come strumento di resistenza e di lotta, trasformando i propri palchi in un megafono per i diritti umani e la libertà. Il loro impegno, tuttavia, non si è mai limitato alla sola musica: i Rebel Riot sono attivamente coinvolti in iniziative sociali come Food Not Bombs, distribuendo cibo ai senzatetto e supportando comunità marginalizzate e, dopo il colpo di stato del 2021, hanno sostenuto apertamente il movimento di protesta. Musicalmente, la band si ispira al punk classico degli anni ’70 e ’80 e nel 2017 sono stati la prima band punk birmana a tentare un tour nel Regno Unito — un’avventura raccontata nel documentario No Spicy No Fun che è valso loro l’attenzione dei media internazionali.
La loro filosofia si potrebbe definire come una forma di anarcho-punk buddhista: rifiutano il regime militare, ma anche l’ipocrisia di certi leader religiosi complici della dittatura. Promuovono un messaggio di solidarietà tra le diverse etnie del Myanmar, contro il nazionalismo tossico e la Costituzione imposta dai militari nel 2008. I Rebel Riot, insomma, rappresentano oggi molto più di una semplice band, divenendo la dimostrazione vivente che la musica può costituire una forma concreta di sostegno alle lotte sociali — al punto che uno dei membri della band è stato imprigionato e ucciso. Le loro canzoni sono tra le più ascoltate dai combattenti, come la loro versione punk di Bella Ciao, che ha preso piede durante le proteste del 2021 e il cui video è stato girato clandestinamente per le strade di Yangon includendovi scene reali delle proteste di piazza. La musica si è trasformata in una potente arma simbolica che, come il saluto a tre dita preso da Hunger Games, si ricollega ad una più vasta ripresa di un linguaggio universale che unisce tutti in un ideale di antifascismo e lotta per la libertà.
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Oltre a loro, sempre a Chiang Mai, ho incontrato numerosi attivisti e giornalisti birmani che frequentano il giro di rifugi della resistenza. Tra loro c’era Ye, un fotografo la cui immagine è diventata la copertina della versione ebook di Narcotopia, il bestseller di Patrick Winn incentrato sulla decennale semi-indipendenza del popolo Wa nel nord del Myanmar. Ho incontrato anche Zin Ko Ko, un giovane attivista che lavora con Myanmar Witness, una piattaforma che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani nel paese con tecniche OSINT e animata da militanti politici in esilio con lo scopo di smontare la propaganda del regime e creare un archivio di prove che possano essere poi utilizzate dalla giustizia internazionale.
Mentre i nostri nonni e quelli di Betty, Mango, Androus e Ye sembrano provenire da universi paralleli, le nuove generazioni birmane ci somigliano più di quanto crediamo. Leggono Orwell, sognano di studiare moda alla Marangoni, suonano punk e si tatuano Che Guevara. Entrando in Myanmar, pensavo di arrivare in un mondo remoto, con 135 etnie, otto varietà di mango e auto con il volante a destra che guidano a destra. Ma nel cuore della Spring Revolution, ho incontrato giovani le cui aspirazioni parlano un linguaggio globale, davvero uguali a noi in tutto e per tutto, anche nelle nostre peggiori contraddizioni.