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Negli ultimi anni è successo di tutto – pandemia, guerra, genocidio – eppure allo stesso tempo ogni escalation rimane castrata, lo scenario peggiore viene sempre evitato, insomma: non succede niente. Team “It’s Happening” o team “Nothing Ever Happens”? Mattia Salvia – managing editor di Iconografie – sui due meme che spiegano il presente.

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Quattro anni fa, per un breve momento, tutto internet si è convinto che stesse per scoppiare la terza guerra mondiale. Nella notte del 3 gennaio 2020 il generale iraniano Qasem Soleimani, capo della Forza Quds dei pasdaran e principale architetto dell’intervento di Teheran nella guerra in Siria, era stato assassinato all’aeroporto di Baghdad da un drone americano. Nelle ore seguenti, l’hashtag #WWIII era diventato virale su Twitter mentre milioni di utenti di tutto il mondo commentano la notizia a colpi di meme, per la maggior parte teenager che esorcizzavano la loro ansia alla prospettiva di essere chiamati militari scherzando su come la Gen Z sia drammaticamente impreparata a una guerra vera nonostante si rovini gli occhi sui videogiochi sparatutto. Ansia e volontà di sdrammatizzare, certo, ma c’è anche altro: l’idea inconfessata che sì, stava per succedere qualcosa di tragico e di terribile (letteralmente la terza guerra mondiale)… ma almeno stava per succedere qualcosa. Una dinamica simile, anche se con toni più bassi, è quella che ha avuto luogo nella notte tra sabato e domenica quando, per la prima volta nella storia, l’Iran ha attaccato direttamente Israele con centinaia di droni kamikaze e missili. 

In questo caso, ansie sull’imminente terza guerra mondiale a parte, si è trattato di un attacco puramente dimostrativo, atteso, con obiettivi militari e probabilmente comunicati in anticipo, che non ha causato danni rilevanti. Insomma, è stato nello stesso tempo un evento storico spartiacque e una cosa da nulla. Negli ultimi anni la convivenza di questi due aspetti all’interno dello stesso evento è sempre più frequente, tanto che la comparsa della dicitura +++BREAKING NEWS+++ fa ormai scattare negli osservatori il riflesso pavloviano di dividersi in due squadre, o due scuole di pensiero: quelli che, eccitati, pensano di star assistendo a qualcosa di grosso e quelli che, annoiati, negano che stia succedendo alcunché.

Le due attitudini sono sintetizzate da due meme. Il primo è “It’s Happening”. È un meme molto vecchio, preistorico per i tempi di internet, una serie di  immagini e GIF che vedono protagonista l’ex politico americano Ron Paul, candidato senza speranza alle primarie del Partito repubblicano prima delle elezioni del 2012 che tuttavia era riuscito a vincere in alcuni Stati: sulla sua faccia, in formato top text/bottom text veniva scritto semplicemente “It’s Happening”, sta succedendo. Con intento ironico, certo, ma dietro l’ironia c’era la speranza nascosta che succedesse finalmente davvero qualcosa – in quel caso, che un outsider ribaltasse una storia politica già scritta. Qualche anno dopo ciò sarebbe effettivamente successo: il più grande “it’s happening” collettivo è stata la vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016. E lo strato di ironia con cui veniva usato il meme è andato progressivamente perso: oggi “It’s Happening” è il grido di chi vede finalmente succede qualcosa – ad esempio dei missili iraniani su Israele. 

Il secondo meme, comparso per la prima volta nel 2017 su /pol/, la sezione di 4chan dedicata alle discussioni politiche, consiste nella frase “Nothing Ever Happens”, usata per commentare qualsiasi notizia rilevante ci faccia dire “It’s Happening”. Il ciclo delle notizie è visto come una sorta di Aspettando Godot, un’attesa infinita e un perenne accumulo di tensioni senza sfogo. “Every single happening has been CANCELLED” afferma un altro post di 4chan sull’argomento, del 2021, che elenca tutti gli eventi apparentemente epocali degli ultimi anni – ad esempio le proteste di Black Lives Matter, o l’assalto al Campidoglio e il rischio di guerra civile negli Stati Uniti – prima di concludere che non succede mai niente. Questo “non succede mai niente” non va preso in senso letterale o come una negazione della realtà: Trump è stato effettivamente presidente, Putin ha effettivamente invaso l’Ucraina. Va inteso in modo più sottile e metaforico: ok, Trump presidente, ma poi siamo tornati alla normalità con Biden; sì, è scoppiata una guerra interstatale, ma nessuna delle previsioni più fosche – escalation, terza guerra mondiale, guerra nucleare – si è avverata. Il meme è sembrato smentito dai fatti, ma alla fine ne è uscito confermato: le cose succedono, ma solo come mutamenti minimi e temporanei che non cambiano l’ordine delle cose. Sono un’illusione prospettica. E infatti nemmeno i missili iraniani su Israele hanno fatto scoppiare la terza guerra mondiale.

“It’s Happening” è figlio della “fine della Storia”. Compare nel 2012, cioè nel momento immediatamente successivo alla crisi del 2008, quando tale nozione ha subito un colpo decisivo ma prima che le conseguenze di questo colpo diventino visibili. E rappresenta proprio il mood di quel momento: c’è il desiderio che qualcosa cambi, ma è inconfessato e inconfessabile perché apparentemente irrealizzabile, e dunque è nascosto sotto uno strato di ironia. La crisi della “fine della Storia” è diventata visibile ma ci ha ancora nel suo incanto: non crediamo a ciò che vedono i nostri occhi. “Nothing Ever Happens” invece, è più maturo. Non è casuale che entri davvero nell’uso comune nel 2021-2022, vale a dire subito dopo la pandemia. Al termine, cioè, di un periodo di enormi dislocazioni che però, paradossalmente, lascia come lezione la sostanziale inconsistenza di tali sconvolgimenti. A distanza di pochi anni, il blocco totale della circolazione planetaria di merci e persone è una specie di sogno sbiadito: la più grande interruzione della normalità di cui abbiamo mai fatto esperienza nelle nostre vite è stata seguita molto rapidamente da un ritorno proprio a quella normalità a cui dicevamo di non voler tornare perché “era il problema”. Si tratta di apparenze, certo, ma sono quelle che producono il giudizio: la lezione è che la normalità ha una sua inerzia. Le cose succedono, sì, ma poi passano e si ritorna allo status quo, come se non fossero successe.

Anche “Nothing Ever Happens” è figlio della “fine della Storia”. Nel periodo in cui siamo cresciuti e ci siamo formati il mondo era piatto, le grandi questioni relative alle forme di organizzazione sociale erano state risolte con la fine della Guerra fredda e il crollo dell’URSS, non restava che goderci il presente, perché al presente non c’era alternativa – there is no alternative. I due meme sono due diverse reazioni a questa supposta assenza di alternative: da una parte la negazione, dall’altra l’accettazione. “It’s Happening” ci dice che no, l’alternativa c’è, tant’è che sta succedendo qualcosa. Mentre “Nothing Ever Happens” rappresenta un passaggio ulteriore: abbiamo visto che ciò che è successo non ha cambiato niente, quindi no, non c’è ancora alternativa. Osservarli uno accanto all’altro ci fa osservare il percorso che abbiamo fatto nel corso dell’ultimo decennio nel tentativo liberarci dall’incanto dell’epoca; il fatto che oggi coesistano ci dice che questo percorso è arrivato a un punto morto. 

Lo spirito del presente è un pendolo che oscilla tra “It’s Happening” e “Nothing Ever Happens”. Ma, come ha scritto giustamente il giornalista Aris Roussinos, il problema del concentrarsi sui due poli entro cui oscilla questo pendolo è che così facendo perdiamo di vista il movimento che vi avviene in mezzo. Il vero significato di quest’oscillazione è infatti il costante aumento del livello base del disordine internazionale e della nostra soglia di tolleranza verso tale disordine. “Il trend è in costante ascesa, ma sul momento ogni escalation ci sembra deludente”, ha scritto Roussinos. Mentre aspettiamo il grosso “It’s Happening” accettiamo come normale un grado di instabilità globale che è già di per sé storico. Forse se non succede mai niente è perché tutto sta avvenendo costantemente. Che detto in altri termini vuol dire: la “fine della Storia” è come il gatto di Schrödinger: né viva né morta finché qualcuno non apre la scatola.


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