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Il 31 maggio 2023, Emmanuel Macron è andato a Bratislava per parlare al forum annuale del GLOBSEC, un think tank di propaganda finanziato dalla NATO. Il viaggio era un’opportunità, come ha scritto un’altra istituzione NATO, per fugare “ogni scetticismo riguardo all’affidabilità francese” in Europa centrale e orientale. La Francia, suggeriva l’Atlantic Council, era diventata pericolosamente intransigente. Apparentemente ancora affetta da un residuo di gollismo, Parigi teneva aperte le sue linee di comunicazione con Mosca, non aveva un atteggiamento chiaro sulle forniture di armi all’Ucraina e il suo sostegno agli aiuti umanitari “per il Sud globale e non direttamente per l’Ucraina” ne infastidiva i vicini orientali.

Solo 20 anni prima, mentre gli Stati Uniti raccoglievano supporto per la distruzione dell’Iraq, Jacques Chirac rimproverava ai suoi alleati orientali l’acquiescenza al militarismo statunitense. “Questi paesi non si sono comportati molto bene”, aveva detto. Ora sono gli europei dell’est a rimproverare le loro controparti occidentali. “Non si negozia con i criminali, li si combatte”, ha detto il primo ministro polacco Mateus Morawiecki a Macron nell’aprile 2022. “Negozieresti con Hitler, con Stalin, con Pol Pot?” Così, a Bratislava, Macron ha cercato di rassicurare i propri vicini. Ha rimpianto l’opportunità perduta di “ascoltare le storie e i destini tragici” dei popoli dell’Europa orientale e ha dichiarato che “oggi la vostra voce è la voce di tutti noi”.

A prima vista sembra strano che un gruppo che tra le sue fila annovera Jarosław Kaczyński parli per il resto dell’Europa. Ma la tanto decantata “voce dell’Europa orientale” ha radici che prendono la recente svolta a destra della regione – e che si addicono a un Europa subordinata all’agenda atlantista. All’inizio del XX secolo, Józef Piłsudski aveva dichiarato che la Polonia si sarebbe posta “l’obiettivo politico di spaccare lo stato russo nelle sue parti costitutive”. Anni dopo, provato dalla guerra mondiale e preparandosi a respingere i fermenti della Rivoluzione d’ottobre, l’antizarismo di Piłsudski si sarebbe trasformato in un travolgente anticomunismo. Nella sua visione, una Germania indebolita e un’Unione Sovietica frammentata avrebbero fatto posto a un nuovo blocco che connettesse il Baltico, il Mar Nero e il Mar Adriatico: l’Intermarium.

Le nuove repubbliche sovietiche brulicavano di élite frustrate dall’emergere di uno stato proletario internazionalista laddove aspiravano alla costruzione di nuovi stati borghesi, per cui molti dei loro membri andarono in esilio. Grazie agli sforzi di Piłsudski, erano confluiti in un movimento che sarebbe diventato noto come Lega Prometeica. Questa Lega, come l’ha descritta lo storico Timothy Snyder, era “un’internazionale anticomunista, progettata per distruggere l’Unione Sovietica e creare stati indipendenti dalle sue repubbliche costituenti”. Nel 1926 Piłsudski aveva preso il potere con un colpo di stato. A quel punto, con il sostegno dello stato polacco, i Prometeici avrebbero costruito istituzioni per dare vita alla loro visione: l’Istituto dell’Est di Varsavia, riviste a Helsinki e Parigi, borse di studio universitarie da Harbin al Cairo. Piłsudski credeva che “senza un’Ucraina indipendente, non ci può essere una Polonia indipendente”. E la stimolazione del nazionalismo in Unione Sovietica sarebbe diventato un perno chiave della grande strategia Prometeica. 

I Prometeici non erano i soli a tenere d’occhio l’Ucraina. Adolf Hitler vedeva la regione come una chiave per l’espansione verso est del Lebensraum tedesco e non a caso, durante la guerra, esponenti della Lega Prometeica sarebbero diventati collaborazionisti del nazismo. Il progetto sarebbe continuato anche dopo la guerra, con la CIA al posto dell’Abwehr tedesco a reclutare attivamente collaboratori fascisti da Bielorussia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina – assorbendoli nelle agenzie di sicurezza e stabilendo centri intellettuali in esilio miranti ad alimentare la reazione in patria. Documenti desecretati della CIA rivelano l’intenzione di “sfruttare le tendenze culturali nazionaliste e altre tendenze dissidenti in Ucraina” e “sfruttare la questione della nazionalità delle minoranze in Unione Sovietica” mettendola al servizio di un progetto anticomunista globale. Con la sconfitta del socialismo in Europa orientale, queste tendenze sono riemerse alimentando una feroce ondata reazionaria, e gli echi a lungo soppressi del Prometeismo hanno cominciato a risuonare in tutta la regione. 

Ma tutto ciò è stato ignorato. La “fine della storia” era piena di elucubrazioni sulla pace ma, al di là dei discorsi e degli impegni sulla carta, gli Stati Uniti nutrivano progetti diversi. L’amministrazione Bush aveva insistito sul continuare la presenza militare statunitense in Europa, sia per garantire agli Stati Uniti “una posizione centrale nella politica europea”, sia per sostenere la proiezione “del potere americano in altre aree come il Medio Oriente”. Il dormiente movimento Prometeico si sarebbe rivelato centrale in questa strategia. 

Il crollo del contrappeso socialista al potere statunitense ha scatenato una serie di guerre che hanno distrutto ogni illusione sul fatto che l’epoca “post-storica” avrebbe portato la pace. L’assalto alla Jugoslavia e le invasioni di Afghanistan e Iraq hanno ricordato all’Europa la realtà della sovranità statunitense. Ma se i governi dell’Europa occidentale a volte salutavano queste guerre con una decisa, anche se debole, protesta, i loro vicini orientali non avevano scrupoli di questo tipo. Nel 2003, la guerra in Iraq aveva trovato sostenitori entusiasti in tutti i paesi dell’Europa orientale appena entrati nella NATO. “Il centro di gravità si sta spostando verso est”, aveva detto all’epoca il Segretario della Difesa statunitense Donald Rumsfeld.

È stato in questa congiuntura che gli stati della cosiddetta “Nuova Europa” hanno ottenuto la loro adesione all’Occidente, seguendo un processo che si è svolto su due binari. Su uno c’era l’assorbimento nell’Unione Europea: gli stati dell’Europa occidentale vedevano nei loro vicini orientali sia un cuscinetto di sicurezza che una fonte di manodopera a basso costo. Per un certo periodo, un nuovo sistema di adesione “a due livelli” ha negato ai nuovi membri alcuni diritti, inclusa la libera circolazione dei lavoratori. Questo trick è stato accompagnato da massicci investimenti che hanno trasformato gli stati dell’Europa orientale in centri di esportazione per i mercati dell’Europa occidentale. L’Europa “a due livelli” rifletteva una forma di imperialismo intra-europeo mascherato dalla retorica sulla “famiglia europea” allargata.

Sull’altro binario c’era la NATO. Il progetto atlantista non è arrivato solo con i fucili, ma anche coi burocrati e i dogmi neoliberisti accelerando i processi di “terapia d’urto” già in corso. In tutta l’Europa orientale, la produzione industriale era già crollata nel periodo post-socialista. Le nostre istituzioni culturali erano già state de-finanziate. L’educazione era già stata “depoliticizzata” sostituendo un curriculum di sinistra critico del capitalismo e dell’imperialismo con uno intriso di ideologia borghese. Quando Joe Biden aveva delineato le condizioni per l’adesione della Polonia alla NATO nel 1997, le sue prescrizioni erano arrivate a paesi già ben allenati. In cambio della concessione di quello che molti reazionari esteuropei consideravano come il loro destino – l’appartenenza all’Europa cristiana civilizzata – l’egemone avrebbe richiesto un pegno. 

Per gli Stati Uniti, questo accordo si sarebbe rivelato fruttuoso. Per decenni, gli Stati Uniti avevano mirato al controllo dell’Eurasia – il “principale premio geopolitico” come l’aveva descritta lo stratega polacco-statunitense Zbigniew Brzezinski nel 1997. L’Ucraina, aveva scritto, era uno “spazio importante sullo scacchiere eurasiatico” e “un perno geopolitico” in grado di contenere la Russia e assicurare il controllo degli Stati Uniti sulla vasta massa continentale. Ma i deboli tentativi franco-tedeschi di costruire quella che a volte viene definita “autonomia strategica” dell’Europa minavano l’avanzata verso est degli Stati Uniti. I gasdotti Druzhba e Nordstream, progetti di integrazione eurasiatica, minacciavano di minare il progetto egemonico statunitense.

La “Nuova Europa” sarebbe diventata dunque un veicolo importante per contenere questi impulsi. E le sue strategie riecheggiavano sempre più quelle dei Prometeici di un secolo fa. Nel 2015 il presidente croato Kolinda Grabar-Kitarović e il presidente polacco Andrzej Duda hanno lanciato la Three Seas Initiative – la versione NATO dell’Intermarium di Piłsudski. Si trattava di un tentativo di spostare il commercio attraverso la massa Eurasiatica da un asse est-ovest a un asse nord-sud, portando avanti l’obiettivo statunitense di disaccoppiare l’Europa dalla Russia e dalla Cina e assicurando un certo grado di forza politica per gli stati che erano stati vittime dell’Europa “a due livelli”. Appoggiando l’iniziativa nel 2017, il presidente statunitense Trump aveva detto che “trasformerà e ricostruirà l’intera regione e assicurerà che anche le vostre infrastrutture, come i vostri impegni per la libertà e lo stato di diritto, vi leghino tutti all’Europa e all’Occidente”.

Con l’escalation della guerra in Ucraina nel febbraio 2022, quella trasformazione ha preso ancora più forza. Incoraggiati dall’ombrello nucleare degli Stati Uniti ed elevati politicamente all’interno di un ordine in via di dissoluzione che continua a svantaggiate le proprie periferie, i Prometeici sono emersi come i cardini di una nuova Europa militarizzata e vassalla. Morawiecki ha di recente avvertito che la ricerca dell’autonomia strategica da parte dell’Europa “significa sparasi in un ginocchio e fare con la Cina lo stesso errore fatto con la Russia”. I nuovi Prometeici trascineranno l’Europa in uno scontro miliare potenzialmente terminale, assicurandone la fine? O il loro movimento farà la fine dei suoi predecessori, ritirandosi nei covi della reazione?


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