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Si è aperta ieri la COP28, la conferenza annuale sul contrasto al cambiamento climatico, che quest’anno si tiene a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, sesto produttore mondiale di petrolio e uno dei paesi a più rapida desertificazione al mondo. Lorenzo Tecleme, giornalista e attivista di Fridays for Future, parla delle ambiguità del Sud globale quando si parla di crisi climatica.

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Abdul Qahar Balkhi ha 35 anni, la barba lunga ma curata, gli occhi scuri. Veste con il turbante e gli abiti tradizionali afghani, la sua terra d’origine, e oltre al pashtu parla un eccellente inglese. È il portavoce del Ministero degli esteri del governo talebano. Il 23 agosto 2021, a due settimane dalla presa di Kabul, Balkhi ha rilasciato un’intervista al magazine statunitense Newsweek, in cui chiedeva ai governi di tutto il mondo di riconoscere il nuovo governo de facto dell’Afghanistan, che era  ansioso di dare il suo contributo su sfide globali come “la lotta al terrorismo e il cambiamento climatico”. Talebani contro il riscaldamento globale, dunque. Già qualche anno prima, il gruppo jihadista somalo al-Shabaab aveva annunciato di aver messo al bando i sacchetti di plastica nei territori sotto il suo controllo.  La questione climatica non è una storia che nasce e finisce in Occidente.

Nella percezione come nella narrazione mediatica europea e statunitense, la transizione ecologica è un processo che riguarda le due coste dell’Atlantico settentrionale. A quanti non rientrano nell’Occidente allargato sono riservati due ruoli alternativi e comunque ancillari: la vittima o il ribelle. Il primo caso è quello della copertura riservata agli eventi meteorologici estremi che sempre più spesso colpiscono Paesi che non hanno le risorse per porvi rimedio. Dall’alluvione che ha sommerso un terzo del Pakistan nel 2022, all’apparentemente irrefrenabile espansione del Sahara fino alla devastazione dei territori indigeni in Amazzonia, ampie parti del pianeta sono raccontate alle nostre latitudini quasi esclusivamente come vittime passive. Il ruolo del ribelle, invece, è affidato alla Cina e, in misura minore, all’India, nazioni accusate di essere grandi inquinatrici e che l’Occidente attento all’ambiente è costretto a tirare per la giacchetta in faticosi processi di decarbonizzazione.

In entrambi questi stereotipi c’è un fondo di verità. Da sinistra non si sbaglia a raccontare gli effetti della crisi climatica nel Sud globale, e a denunciare come nazioni prive di welfare e sistemi di protezione forti siano più esposte. E chi da destra punta il dito sulla Cina sa di riferirsi a quello che è, da anni, il primo emettitore mondiale. Ma questi due ruoli non esauriscono da soli le tante posture che ciò-che-Occidente-non-è sta assumendo di fronte al tema del riscaldamento globale. Soprattutto, queste due immagini non danno conto di un fenomeno evidente per chi segue la diplomazia climatica: quando si parla di crisi ecologica, le persone e i governi, a Nairobi come a Santiago del Cile, sono sempre più arrabbiati con noi.

Nel settembre 2021 si sono incontrati a Tianjin, nel nord della Cina, gli inviati speciali per il clima dei governi di Pechino e Washington, rispettivamente Xie Zhenhua e John Kerry. Lo scopo dell’incontro era ristabilire un dialogo proficuo sul clima dopo mesi di dazi, sanzioni e schermaglie diplomatiche. Byford Tsang, analista del rispettato think-tank E3G, ha commenta così: “Gli Stati Uniti potrebbero fare marcia indietro sulle loro politiche climatiche in caso di cambio di leadership nel 2024. Dovrebbero rassicurare la Cina con una legislazione interna che preveda azioni per il clima”. 

È esattamente la retorica del ribelle di cui sopra, ma rovesciata. Siamo noi cinesi, sussurra la diplomazia di Pechino, la guida affidabile della transizione. Abbiamo una leadership stabile, programmiamo in ottica decennale, selezioniamo la nostra classe dirigente per merito e la manteniamo al suo posto fino a che il lavoro è compiuto. Non come l’Occidente, è il prosieguo del ragionamento, dove chiunque può entrare nella stanza dei bottoni e ogni cinque anni si cambia direzione. 

Altro scenario, altro ruolo: a cavallo del nuovo millennio, negli anni di Seattle e di Porto Alegre, di Naomi Klein e Noam Chomsky, del movimento No Global, una delle richieste della sinistra radicale, nonché la principale rivendicazione dei governi di buona parte del Sud globale in quegli anni, è la cancellazione dei debiti contratti dai paesi di Africa, America Latina, Sud-est asiatico con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Vent’anni dopo lo scenario ha iniziato a mutare. A Sharm El-Sheik, nel 2022, l’Egitto sta ospitando COP27, la conferenza negoziale delle Nazioni Unite sul contrasto al riscaldamento globale. Col mondo distratto da crisi energetica e guerra in Ucraina, le aspettative sono basse. E invece, a sorpresa, le novità arrivano eccome. I Paesi del Sud globale, riuniti nel cosiddetto G77, si impongono nelle trattative, grazie anche all’appoggio fondamentale della Cina. Il loro obiettivo è l’istituzione del cosiddetto fondo “Loss & Damage”, la cui idea di fondo è che le catastrofi naturali causate dalla crisi climatica colpiscono le nazioni meno industrializzate ma sono colpa di chi, storicamente, ha emesso di più. Per questo, quando un tifone colpisce il Bangladesh o la siccità affama il Mali, sono i paesi industrializzati a dover pagare i danni. Non è una proposta nuova: le Nazioni Unite ne parlano da anni, e l’Occidente si è sempre opposto. A Sharm El-Sheik, però, qualcosa cambia: Africa, America Latina e buona parte dell’Asia si rifiutano di proseguire nei negoziati se non si arriva ad un accordo su questo tema. Il fronte dei contrari scricchiola, temporeggia e poi, all’ultimo, crolla. L’accordo sul fondo è realtà.

Certo, tra la firma di un pezzo di carta in sede ONU e l’effettiva messa in funzione di un meccanismo simile corre una grossa distanza. Ancora non è chiaro né chi metterà i fondi, né chi li riceverà, né chi gestirà il tutto. Ma già solo l’aver trovato un consenso globale sul tema è un fatto storico, fantapolitico fino a pochi anni prima. La crisi climatica è arrivata laddove il movimento no-global nemmeno riusciva ad immaginare: sul tavolo non c’è più il condono del debito, ma il risarcimento dei danni. Per la prima volta il Sud globale sogna di appropriarsi di un ruolo che non gli è mai appartenuto: quello del creditore.

L’idealizzazione dell’Altro è pericolosa quanto la sua demonizzazione. La “civiltà ecologica”, il termine con cui il Partito Comunista Cinese definisce la propria idea di transizione, è tutto sommato simile allo sviluppo sostenibile di cui parlano le Nazioni Unite e i governi occidentali. La Cina è prima sia nell’installazione di energie rinnovabili sia nell’apertura di centrali a carbone, e le sue contraddizioni ricordano molto le nostre. Come ha scritto il giornalista Ferdinando Cotugno su Il Tascabile “al di là di generici propositi di sobrietà, è difficile individuare le differenze filosofiche sostanziali rispetto alla cultura occidentale della sostenibilità”. Lo stesso vale per Africa e America latina, dove lo iato tra le rivendicazioni ecologiste dei governi e le policy è ancora più evidente. Il leader venezuelano Hugo Chavez, che coniò il fortunato slogan “se il clima fosse una banca lo avreste già salvato”, ha guidato fino alla morte una nazione retta dai proventi del petrolio. Yoweri K. Museveni, presidente e dittatore de facto dell’Uganda, ai meeting internazionali rimprovera ai vecchi colonizzatori le loro colpe in termini di emissioni, ma in patria reprime le proteste di chi si oppone all’oleodotto di produzione franco-cinese Est-eacop.

Abbandonare le lenti eurocentriche che ancora indossiamo quando parliamo di crisi climatica e transizione ecologica non significa sposare acriticamente le narrazioni dei governi del Sud globale. L’esercizio che dobbiamo iniziare ad imporci è semmai quello di prendere sul serio anche le voci che vengono da posti per noi lontani. Quelle dei governi non-occidentali, certo, ma anche quelle dei loro attivisti, della loro stampa, della loro società civile. Crisi climatica e transizione ecologica sono storie i cui confini superano ampiamente quelli dei pochi Paesi che siamo abituati a tenere in considerazione. Il Sud globale ci ritiene, a buon ragione, responsabili del riscaldamento globale. La Cina, continuamente additata dalla nostra stampa come unico colpevole di ogni disastro ambientale, controlla quasi tutta la filiera dell’energia pulita. Se davvero vogliamo salvare il mondo, dobbiamo accettare che non ne siamo più il centro.


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