Nell’ultima settimana, il mondo è stato sconvolto dall’intervento militare statunitense contro il Venezuela e dal rapimento del presidente Nicolás Maduro. Una parte significativa dell’opinione pubblica ha reagito scandalizzandosi, mentre politici e opinionisti liberali si sono schierati a sostegno di Trump, facendo proprio il tormentone per cui bisogna “ascoltare l’opinione dei venezuelani”. I venezuelani, però, non sono un monolite e finora abbiamo sentito solo le voci degli oppositori del regime di Maduro. Ma cosa pensano i suoi sostenitori? Abbiamo contattato i militanti venezuelani chavisti della Colectiva Calistenia Cultural per darvi la possibilità di farvi un’idea, anche critica, delle posizioni “pro-Maduro” all’interno del Paese. Con questa intervista, insomma, non vogliamo mettere un punto al dibattito ma offrire un punto di vista differente sulla complessa storia recente del Venezuela.
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Alla base dell’intervento militare statunitense in Venezuela e della crisi che il paese ha vissuto negli ultimi anni c’è, inevitabilmente, l’opposizione di Washington alla Rivoluzione Bolivariana avviata nel 1999. Tuttavia, questo processo è stato raramente spiegato al pubblico occidentale. In cosa è consistito?
Nel 1999 il comandante Hugo Chávez divenne presidente della repubblica con un sostegno popolare senza precedenti, dopo anni di entreguismo (tradimento nazionale, ndr) e di politiche neoliberali che avevano danneggiato soprattutto la stabilità economica e sociale del popolo a tutto vantaggio dell’imperialismo nordamericano e delle élite nazionali. Con l’arrivo al potere di Chávez, i privilegi delle classi dominanti venezuelane, delle imprese e del governo statunitense furono redistribuiti tra la popolazione e i lavoratori, attraverso la messa in atto di politiche di reinvestimento sociale che generarono alloggi, lavoro, istruzione e sanità pubbliche, un migliore accesso alla terra per contadini e contadine, nonché la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e alimentare. Queste politiche furono accompagnate, nel corso di tutto il suo mandato, da un’intensa critica alle contraddizioni del capitalismo e del modello di Stato liberale borghese, promuovendo al suo posto la “dottrina bolivariana” retta sul recupero dei nostri simboli patrii, della morale e dell’etica, sulla democrazia partecipativa, sul socialismo, sul femminismo e, in conclusione, sul progetto di Stato comunale. Tutto ciò era concepito in aperta opposizione agli interessi dell’imperialismo e, proprio per questo motivo, i governi statunitensi hanno attaccato il governo e il popolo venezuelano con blocchi economici, misure coercitive unilaterali, accuse infondate di terrorismo e narcotraffico, tutto nel tentativo di recuperare i propri privilegi. In questo senso, è chiaro che l’aggressione militare dello scorso 3 gennaio e il rapimento del presidente Nicolás Maduro rappresentano un’espressione disperata del tentativo di riconquistare il controllo sul nostro paese e sulle sue risorse naturali.
Osservando la storia recente del Venezuela, spesso, si sottolinea la rottura tra la presidenza di Chávez e quella di Maduro, che avrebbe rafforzato il carattere autoritario del governo e indebolito gli elementi socialisti. Sei d’accordo con questa visione e come la spiegheresti?
Non è possibile parlare di una rottura tra una presidenza e l’altra: l’elezione di Maduro è stata a pieno titolo espressione della continuità di un processo rivoluzionario che va ben oltre la carica presidenziale e coinvolge l’intera popolazione, avendo come principale obiettivo di dare potere al popolo. La corrente di pensiero che cerca di presentare il governo venezuelano come autoritario entro i parametri della democrazia liberale colonialista, mira unicamente a sminuire il lavoro instancabile e i sacrifici compiuti dal nostro presidente, dal nostro governo e dal nostro popolo di fronte all’intensificarsi della guerra economica e delle guarimbas finanziate dalla destra, al fine di garantire alla cittadinanza sicurezza, stabilità e pace attraverso la democrazia partecipativa e diretta. Durante il governo del presidente Maduro, il processo di transizione verso il socialismo è stato rafforzato attraverso il finanziamento e il sostegno materiale, politico e culturale allo sviluppo delle Comuni e delle Consultazioni Popolari Nazionali, nonché generando processi di scambio economico e formativo a livello internazionale per far conoscere e promuovere lo sviluppo delle comuni venezuelane.
Negli ultimi anni, Maduro ha promosso una serie di riforme di stampo neoliberale che sembrano andare in controtendenza rispetto alla transizione al socialismo – come la concessione di licenze a compagnie come Chevron ed ENI o la creazione della Zona Economica Speciale dell’Arco Minerario dell’Orinoco. Come spieghi queste politiche?
Spesso, all’interno della sinistra mondiale, si tende a considerare qualsiasi accordo con il settore privato come una riforma neoliberale; noi, invece, comprendiamo di essere nel pieno di un processo politico nel quale anche il settore privato svolge un ruolo importante. Il Venezuela è sempre stato disposto a stabilire relazioni commerciali con settori privati nazionali e internazionali, purché nel rispetto delle nostre regole e condizioni e in effetti, sia Chevron che ENI sono imprese che hanno accettato questi presupposti. Le risorse generate da questi accordi commerciali sono quelle che permettono di sostenere le politiche sociali, le missioni sociali e i grandi progetti di redistribuzione, finalizzati a rafforzare l’organizzazione popolare nelle Comuni e nei Consigli Comunali. L’Arco Minerario, d’altra parte, era un territorio che, prima dell’arrivo della rivoluzione, era controllato da gruppi paramilitari e da imprese minerarie illegali, consentendo la fuga di enormi quantità di oro e altri minerali strategici. La sua designazione come Zona Economica Speciale ha posto le basi giuridiche per la presa e il controllo politico-militare di quel territorio, permettendo così la tutela della nostra sovranità.
Nel dibattito occidentale, la crisi dei rifugiati venezuelani viene spesso presentata come una prova del “fallimento” del chavismo. Come viene percepito questo fenomeno all’interno del paese e quali responsabilità esterne tendono a restare invisibilizzate?
Piegare un popolo fino a costringerlo a migrare è un’arma della guerra multiforme imperialista e coloniale che abbiamo visto in tutto il Sud globale. Nel caso venezuelano, questo fenomeno emerge come conseguenza delle misure coercitive unilaterali applicate illegalmente dall’impero statunitense a partire dall’ultimo mandato di Obama, quando il Venezuela venne designato come una “minaccia insolita e straordinaria” – una tattica già utilizzata dagli Stati Uniti in altri contesti con l’obiettivo di saccheggiarne le risorse. Ciò ha generato malessere nella popolazione, instabilità politica, soffocamento economico, deterioramento delle infrastrutture statali, senza contare l’intensificazione della guerra mediatica e la massiccia campagna di disinformazione sulla realtà migratoria venezuelana. A partire dal 2014, il Venezuela ha iniziato ad affrontare misure coercitive contro le proprie industrie fondamentali, che hanno reso impossibile la commercializzazione di petrolio e minerali. Sono state inoltre applicate sanzioni contro istituzioni e organismi incaricati dell’importazione di beni essenziali come alimenti, medicinali, parti industriali e attrezzature specifiche. Allo stesso modo, sono state sequestrate al paese ingenti somme di denaro durante le transazioni di importazione, anche attraverso il sistema SWIFT: fino al 2023 le perdite stimate ammontavano a 232 miliardi di dollari, una cifra devastante. Nonostante ciò, il paese è riuscito a riprendersi, risultando per due anni consecutivi quello con la maggiore crescita economica secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi dell’ONU. Si ricorda raramente che all’inizio dello scorso decennio il Venezuela aveva il salario minimo più alto dell’America Latina e che figurava tra i paesi con i redditi più elevati della regione, così come esistevano sussidi per fini di turismo ricreativo. A questo si aggiunge l’elevato numero di lavoratrici e lavoratori venezuelani che sono rientrati nel paese, sia attraverso il piano “Vuelta a la Patria” sia con iniziative autonome, una volta riconosciuta la capacità del paese di offrire una qualità della vita in ripresa e prospettive di prosperità grazie allo sforzo nazionale rivoluzionario.
Qual è stato il ruolo di Cina, Russia e Iran nel sostegno economico e politico al Venezuela, e fino a che punto queste alleanze hanno ridefinito la sovranità del paese?
Il ruolo di questi paesi è stato quello di creare un nuovo equilibrio nella bilancia geopolitica globale. Lavorando sulla base della solidarietà e di relazioni commerciali fondate sul mutuo beneficio e sulla libertà di commercio, il loro sostegno nel riconfigurare i rapporti di forza globali si inserisce nella missione di costruire un mondo multipolare e policentrico e di sviluppare modelli alternativi all’egemonia globale del sistema-mondo capitalista e oligarchico. In questo senso, sostengono attivamente il progetto comunale e socialista venezuelano come parte di una più vasta trasformazione globale che oggi è gravemente minacciata dall’imperialismo statunitense. Queste alleanze, tuttavia, non hanno in alcun modo ridefinito la sovranità del nostro paese e infatti il Venezuela ha sempre espresso la propria disponibilità a stipulare trattati commerciali con qualsiasi paese sovrano del mondo, purché prevalgano il rispetto reciproco e la non ingerenza – come accade nei rapporti con le nazioni menzionate. Russia, Cina e Iran sono tra i nostri principali alleati ed è importante ricordare che si sono espressi pubblicamente per criticare l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e nel resto dell’America Latina, nonché per richiedere la liberazione del nostro presidente legittimo Nicolás Maduro e della primera combatiente Cilia Flores.
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Sul piano economico, la Rivoluzione Bolivariana si è fortemente basata sull’aumento dei prezzi delle materie prime di cui il Venezuela è ricco, senza diversificare la propria economia, finendo così per aggravare l’attuale crisi economica. A cosa sono dovuti questi errori?
Come la maggior parte dei paesi colonizzati dalle potenze imperialiste, siamo stati attraversati da una politica fondata sulla divisione del mondo tra un centro (le grandi potenze) e delle periferie (i nostri popoli) globali. In Venezuela, questo processo ha avuto inizio con la distruzione della nostra cultura agricola e delle famiglie produttrici all’inizio del XX secolo, finendo così per generare una dipendenza da prodotti statunitensi a basso costo. Questo ha innescato una cultura economica fondata sulla rendita e sostanzialmente incapace di promuovere un’industria diversificata in grado di consolidare una sovranità alimentare e tecnologica. Con la conquista del potere politico e militare, la Rivoluzione Bolivariana ha avviato molteplici processi di industrializzazione, espropriando imprese parassitarie che vivevano dei petrodollari generati dalla nostra stessa industria petrolifera e che avevano contribuito al sabotaggio economico, alla penuria di beni e al blocco produttivo. Insomma, ci siamo dovuti confrontare con la precedente presenza di un rentier state ben radicato da oltre un secolo in tutti i livelli della società venezuelana. Al contempo, i progetti politici volti alla costruzione di una sovranità economica sono stati duramente colpiti dal blocco, dall’inoculazione di focolai di corruzione e dal sabotaggio di diverse catene di produzione sotto il regime di proprietà sociale.
Le sanzioni statunitensi, di fatto un embargo, hanno aggravato ulteriormente la devastante crisi economica e sociale venezuelana, già provocata dal crollo dei prezzi del petrolio. In che modo questa crisi ha cambiato l’esercizio del potere in Venezuela e quale impatto ha avuto sull’opinione pubblica nazionale?
Fin dall’inizio della crisi multidimensionale che ha colpito il paese, il potere venezuelano si è profondamente trasformato consolidandosi attorno alla difesa della sovranità nazionale di fronte a quella che abbiamo definito una “guerra economica”. Dopotutto, è chiaro che l’aggressione esterna, concretizzatasi nelle già citate sanzioni illegali contro diversi settori così importanti per l’economia nazionale, richiedesse una ristrutturazione della gestione dello Stato. Di fronte alla drastica riduzione delle entrate, si è resa necessaria una maggiore centralizzazione del processo decisionale e un controllo strategico delle risorse, al fine di garantire la stabilità nazionale e orientare gli sforzi verso i settori prioritari nella transizione al socialismo. Lungi dal piegarci, questa sfida ha contribuito a sviluppare la capacità di resistenza e di innovazione del popolo venezuelano e del suo governo di fronte alle sanzioni statunitensi. La crisi, insomma, ha trasformato l’esercizio del potere, forgiando un modello di governo di resistenza e in questo senso l’obiettivo principale del governo è di blindare l’indipendenza nazionale e riattivare l’economia attraverso i 14 motori economici del Piano della Patria, il potere comunale e le alleanze strategiche al di fuori dell’asse di dominazione tradizionale. Nell’opinione pubblica nazionale, questo processo ha rafforzato la coscienza dell’autosufficienza e la determinazione a non tornare mai più schiavi di alcuna potenza straniera. La narrazione dell’aggressione esterna non è un semplice artificio retorico, ma una realtà vissuta che ha unito una base organizzata, attiva e pienamente mobilitata in difesa della patria. Si è diffusa nella cittadinanza una ferma convinzione: il Venezuela si difende, si riprenderà e avanzerà di fronte a qualsiasi avversità.
L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Machado – un’ultraliberista con così poco sostegno che persino Trump ha dovuto riconoscerne la debolezza – ha nuovamente messo in luce le contraddizioni dell’opposizione venezuelana. In definitiva, chi guida oggi questo movimento e quale visione ha per il futuro del paese?
Nell’opposizione venezuelana non esiste una leadership chiara e definita, né tantomeno unificata. Il suo panorama attuale è segnato da una frammentazione che dà luogo ad almeno tre fazioni principali, ognuna con strategie politiche molto diverse. Alcuni sono disposti a seguire un processo lungo e parlano di una “transizione democratica legittima” che non ha alcuna base o forza politica alle proprie spalle, mentre altri propongono una visione più pragmatica, centrata sulla gestione locale per costruire un’alternativa politica e sulla partecipazione alle istituzioni, compresa l’Assemblea Nazionale. Mentre una fazione privilegia un orizzonte idealista di transizione, l’altra si concentra sulla prassi istituzionale, generando un messaggio contraddittorio e confuso per la cittadinanza. La visione futura dell’opposizione è profondamente divisa; la conseguenza principale è l’incapacità di offrire all’elettorato un progetto nazionale coerente, il che la condurrà progressivamente alla scomparsa a causa della sua inefficacia e delle sue ambiguità politiche.
Le fila dell’opposizione, senza dubbio dominate da settori conservatori e filo-statunitensi, includono anche numerosi militanti socialisti e persino chavisti critici nei confronti di Maduro – come nel caso della dirigenza del Partito Comunista Venezuelano. Cosa ne pensi?
Analizzando storicamente diversi processi rivoluzionari nel mondo, è possibile riconoscere che una delle tattiche utilizzate è la creazione di false sinistre che, direttamente o indirettamente, alimentano le matrici di opinione egemoniche. Una prova evidente di ciò è il fatto che molti di questi settori chiedano la liberazione di giovani che hanno bruciato persone e distrutto istituzioni governative, definendoli prigionieri politici nonostante abbiano condotto azioni terroristiche. Allo stesso tempo, queste medesime persone tacciono di fronte alla detenzione, all’estradizione e al sequestro di cittadini venezuelani nelle prigioni di El Salvador, al furto di beni statali e alla lotta contro la corruzione portata avanti dal presidente Nicolás Maduro che ha portato all’arresto di un gran numero di funzionari pubblici.
Esiste oggi in Venezuela uno spazio reale per una ricomposizione dal basso del campo popolare e socialista, oppure il conflitto politico è ormai totalmente polarizzato tra élite contrapposte?
Questa domanda è posta in modo errato fin dalla sua impostazione, dal momento che, per poter parlare della questione, dovrebbe in primo luogo esistere la necessità di tale ricomposizione. Il Venezuela è un paese, un progetto, uno Stato possibile e al servizio della base popolare venezuelana. Siamo nel pieno di un movimento rivoluzionario: abbiamo quasi 250 mila strade del paese integrate in Comandi di base integrali del Partito Socialista Unificato di Venezuela, una forma di organizzazione politica di base che nasce in seno alle singole comunità; le comuni sono più forti che mai, al punto da essere divenute l’asse centrale della transizione al socialismo. La patria appartiene al popolo, e chi ne dubita può guardare le mobilitazioni di massa per il ritorno di Nicolás Maduro e di Cilia Flores. Per evitare questi bias così dannosi per la solidarietà della sinistra internazionale, vi invitiamo a leggere testi fondamentali come Resistencia comunal frente al bloqueo imperialista della comune El Panal e il Libro Blu di Hugo Chávez, oltre che a conoscere la realtà venezuelana attraverso i nostri mezzi di comunicazione e non quelli dell’imperialismo assassino, oligarchico e asservito al capitale.
Alla luce dell’aggressione statunitense, quali sono le prospettive future per i movimenti che sostengono la Rivoluzione Bolivariana? E quali lezioni può trarre la sinistra latinoamericana dall’esperienza del Venezuela, sia nei suoi successi sia nei suoi limiti?
Consolidare lo Stato comunale, promuovere la rivoluzione popolare in tutto il mondo e rendere l’intera umanità parte di una sola Patria Grande attraverso il progetto bolivariano, con la speranza del ritorno in Venezuela di Nicolás Maduro e Cilia Flores. Vivere ciò che abbiamo vissuto il 3 gennaio non è stato facile per il popolo venezuelano e per i movimenti rivoluzionari; ma dal dolore di quell’attacco di una guerra non dichiarata, dall’allerta massima del Popolo in Armi e dal profondo amore tra compagni in ciascuno dei nostri spazi, prendendo esempio dalla dignità dimostrata dal nostro presidente di fronte alle viscere del nefasto impero statunitense, vediamo nel futuro la forza totale per avanzare con ancora più convinzione nella difesa della nostra patria e dell’intera regione dal modello imperialista di morte. Come ha detto il sociologo Paulo Freire in Il diritto e il dovere di cambiare il mondo (Il Margine, 2021): “il cambiamento è difficile, ma possibile”. Credete nel cambiamento, nel sostenere una rivoluzione a qualunque costo, e vi assicuro che condivideremo errori, conquiste e il cammino del mondo verso un’umanità realmente umana in un futuro prossimo.