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Luigi Mangione – sospetto dell’assassinio del CEO Brian Thompson – ha attirato un’inedita e inaspettata simpatia da parte del pubblico che, come scrivevamo già l’anno scorso su Tempolinea, tradisce un ritorno memato della lotta di classe nella nostra società. Nicolas Framont, sociologo francese, ha di recente scritto un libro su questo tema: Saint Luigi (Les Liens qui Libèrent, 2025). Framont sarà al festival di Iconografie a Milano il prossimo 20 settembre – per chi viene, RSVP qui. Per chi non ci sarà, l’abbiamo intervistato.

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Partirei con una domanda secca: l’attentato a Brian Thompson è definibile come una forma di lotta di classe? C’è stata a tuo avviso una coscienza di classe alla base delle sue azioni?

Un gesto politico può essere al tempo stesso una forma di lotta di classe e un atto populista. La lotta di classe è un fatto e poi ci sono delle strategie – alcune più marcatamente politiche, altre appunto più populiste, alcune più individuali, altre più collettive. Ma l’attentato, per come lo conosciamo in questo momento, sembra inscriversi in un’analisi in termini di lotta di classe. Vale a dire: c’è un individuo che rappresenta una classe possidente la cui azione nuoce alla maggioranza delle persone – le classi popolari come la classe media – e sul quale si è esercitata una vendetta per ottenere degli effetti politici e per denunciarne l’operato. Dunque sì, l’attentato a Thompson si situa chiaramente in un’analisi in termini di lotta di classe, anche se non è necessariamente rivendicata come tale. Allo stesso tempo, si configura chiaramente come un’opposizione netta e chiara rispetto ad una questione, quella sanitaria, che è particolarmente sensibile negli Stati Uniti dove più che altrove è evidente come un certo gruppo di possidenti ha modo di fare soldi sulle sciagure altrui. Per quanto riguarda la strategia la questione è più complessa e più difficile da descrivere, non foss’altro perché per il momento l’autore dell’attacco non è ancora conosciuto: c’è un sospetto, ma non lo si è ancora sentito parlare e c’è un manifesto che gli è stato attribuito, ma la difesa sostiene che potrebbe essere un falso. Ma ancora una volta non importa chi ha fatto cosa o se il documento sia autentico oppure fabbricato dalla polizia, resta pur sempre un documento interessante che porta avanti tematiche riconducibili alla lotta di classe e alla vendetta sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al ritorno dell’omicidio mirato come forma di lotta politica – basti pensare all’attentato a Shinzo Abe, agli attacchi falliti contro Trump e Fico e al recentissimo omicidio di Charlie Kirk. Secondo te ha senso parlare di una tendenza generale nella quale rientrino anche i gesti di Mangione?

Io non parlerei di una tendenza generale. Senza dubbio ci sono stati vari fatti eclatanti, ma se si guarda al modo in cui la lotta politica ed in particolare quella di classe sono condotte in Europa dai partiti politici e dai sindacati si osserva una pacificazione o persino una neutralizzazione della conflittualità sociale. Questo significa che, al contrario, ciò che si è visto negli ultimi vent’anni sono modalità d’azione sempre più innocue, simboliche e incapaci a rivolgersi concretamente contro la classe borghese: il ricorso ad azioni come scioperi e blocchi è decisamente limitato e si rispettano in ogni contesto le forme legali di protesta, limitandosi a cercare la negoziazione, la discussione o, come si dice in Francia, il “dialogo sociale”. Piuttosto che essere riconducibile ad una tendenza, insomma, un fatto di questo tipo – che io trovo rilevante proprio perché solleva la questione del ruolo della violenza politica – ci spinge a interrogarci circa la necessità di aumentare l’intensità della nostra risposta.

 

Mangione sembra aver mostrato, come già avevano fatto i gilet gialli o BLM, che per il pubblico una certa dose di violenza politica può essere tollerabile. Questo elemento sembra però abbastanza assurdo in una società liberale che ha fatto il possibile per limitare la conflittualità  interna. Come lo spieghi?

A livello mondiale si è affermata una decisa simpatia mondiale nei confronti del presunto assassino, in netto contrasto con il funzionamento pacifico dei canali ufficiali della lotta di classe di cui parlavamo poco fa. A mio avviso, questo elemento non può essere scollegato dal considerevole e costante aumento del grado di violenza della classe borghese. Il genocidio a Gaza è una delle manifestazioni più evidenti di questo discorso, basta vedere come le élite intellettuali europee ed americane hanno coperto e continuano a coprire il genocidio, affermando che, in fin dei conti, la violenza radicale è accettabile in determinate condizioni quali il contrasto di un movimento come Hamas. Quindi, di fatto, la borghesia non smette di teorizzare che la violenza sia necessaria; essa stessa è sempre più violenta anche nel modo in cui colpisce le classi operaie in Europa, oltre che naturalmente in Asia e in Africa. Dunque, per me, il contrasto più evidente è tra la violenza della borghesia e l’assenza di violenza del movimento operaio e del movimento sindacale. E quindi, in effetti, l’azione violenta presunta di Luigi Mangione serve a ricordare che forse bisognerebbe ristabilire un certo equilibrio tra le parti.

 

Intorno a Mangione non si è creata una semplice solidarietà ma una vera e propria venerazione – tu stesso hai intitolato il tuo libro “San Luigi”. Come ti spieghi questo fenomeno? Cosa ci dice sul modo moderno di rapportarsi alla politica?

Credo che questo discorso si applichi più ad un pubblico poco politicizzato piuttosto che alle persone di sinistra. Queste, di solito, sono troppo abituate ad intellettualizzare e a razionalizzare le vicende e si ritrovano così ad essere diffidenti nei confronti della venerazione di cui Luigi Mangione è diventato oggetto, dicendo che non bisogna venerare le persone e quello che serve sono soltanto le idee e i programmi. Questa però è una visione ingenua della politica, che a mio avviso deve sempre porsi come un miscuglio di affetto e ragione. In effetti, lo stesso titolo del libro non va preso alla lettera ma fa riferimento alla venerazione ironica nei confronti del sospetto, tipica della cultura meme. In realtà è un giocare sull’ironia per poter far passare le proprie idee politiche proteggendosi eventualmente dalle rappresaglie. Quindi, quando si dichiara di amare Luigi Mangione o si condivide la sua foto a torso nudo, si sta senz’altro scherzando ma quello che si sottintende è che gli amministratori delegati siano dei parassiti e che forse bisogna liberarsene. Magari non perché pensi sinceramente che bisogna ucciderli – quello sarebbe davvero un altro passo – ma perché prendi coscienza dell’idea che, comunque, bisogna attaccarli: Luigi Mangione viene a incarnare tutto questo. Tutto l’amore mostrato nei suoi confronti, ovviamente ironico, dice qualcosa della politica così per come è sempre stata, perché è normale che le idee si cristallizzino intorno a delle persone. Io stesso per molto tempo, da buon marxista, sono stato ostile a questo atteggiamento, nella convinzione che ci si dovesse interessare alla sola realtà materiale ma la politica è sempre incarnata nelle persone. Quando si guarda alla Rivoluzione francese, è subito evidente come furono delle personalità del Terzo Stato a suscitare un amore collettivo, che peraltro non durava mai molto a lungo. Ma è così che si fa la politica e il caso di Mangione ci ricorda proprio questo: nella politica e nella lotta di classe ci vuole un po’ di calore che si esprime anche attraverso l’incarnazione in figure individuali che si riveleranno sempre deludenti e imperfette. È normale che sia così e non bisogna lottare contro questo, al contrario dobbiamo accettare che ci sono individui che, in un dato momento della storia, creano attese, affetti, speranze, odi in rapporto alla politica.

 

Negli ultimi anni abbiamo visto una serie di momenti in cui i ricchi sono stati umiliati, come la vicenda di r/wallstreetbets o l’affondamento del sottomarino Titan. In questi casi, però, non c’era nessuna minaccia di lotta di classe ma solo un piacere nel vedere bruciare il mondo. Cosa distingue il caso Mangione da queste situazioni?

È un po’ la stessa cosa. Quando si parla della classe capitalista e della grande borghesia mondiale, si parla di persone che non devono mai assumersi le conseguenze delle proprie azioni. Eppure questa gente continua a sostenere di avere delle grandi responsabilità sulle proprie spalle, anche se non è così. Quando licenziano migliaia di persone non vanno mai ad annunciarlo individualmente a tutti quelli che resteranno senza lavoro e non pagano mai le conseguenze delle proprie decisioni, nemmeno di quelle più violente. Possono persino devastare il sistema sanitario e la sicurezza sociale come stanno facendo in Europa, tanto avranno sempre cliniche private e assicurazioni tali che i loro cari non ne saranno mai colpiti. Proprio per questo davanti a questo genere di vicende, la reazione è di aver finalmente trovato una forma di giustizia. C’è quest’idea, insomma, che esista un karma e che finalmente anche i ricchi vivono una disgrazia, quando il loro sottomarino esplode, quando le orche distruggono le loro barche, quando il loro yacht prende fuoco nel Mediterraneo. Per noi, dopotutto, questa è un’esperienza di vita assolutamente normale: se sei povero o anche solo del ceto medio, i tuoi errori ti costano cari. Hai un incidente? Se l’assicurazione non copre, sei tu che devi pagare i tuoi debiti. Ti beccano in eccesso di velocità? Devi pagare una grossa multa. Non superi un concorso, non vieni preso all’università, non trovi casa? Devi rinunciare. Finisci i soldi? Sei nella merda. Ecco, questa è la nostra vita. Invece la loro vita non è mai così, non hanno mai problemi. Quindi, quando a loro capitano delle disgrazie – che sia per l’azione cosciente di qualcuno, per un pesce o per un incendio accidentale – fa chiaramente piacere, perché, per una volta, anche loro sperimentano le conseguenze della loro nullità. Ci sono migliaia di migranti che muoiono nel Mediterraneo, e nello stesso tempo quel mare è sempre più pieno di yacht di lusso che privatizzano i mari. È ovvio che quando il loro yacht brucia ci si rallegri.

 

I media hanno fin da subito condannato il gesto di Mangione che invece è stato osannato dal pubblico. Secondo te si può parlare di un caso di successo di formazione di una contro-narrazione dal basso che bilanci e osteggi quella proposta dal potere?

Si è senza dubbio trattato di un fallimento della narrazione dominante. I media hanno fin da subito provato a far passare l’idea per cui quando accaduto fosse intollerabile e che non si possa mai tollerare l’omicidio – nonostante in realtà lo accettino continuamente quando si tratta di Gaza, del carattere coloniale delle grandi imprese francesi o delle migliaia di persone che muoiono sul lavoro, tutte cose che non pongono loro alcun problema. Eppure, questo specifico omicidio non era a loro avviso tollerabile. Proprio questa ipocrisia ha fatto collassare questo racconto, in crisi ormai da alcuni anni. Il racconto affermatosi tra gli anni ’80 e il 2000 una volta sconfitta la narrazione della lotta di classe e che ha fatto credere alla gente che il capitalismo fosse il miglior sistema possibile, perché favorisce il merito e perché i ricchi sono persone straordinarie non sembra più funzionare. Il problema è che questo non significa che esista già una narrazione alternativa che ne abbia preso il posto. Significa solamente che in casi come quello di Mangione la borghesia non ha potuto creare una simpatia verso gli oppressori una volta che questi venivano assassinati – come è successo in Italia con le Brigate Rosse ma anche in Francia nei confronti di Action Directe. Storicamente, il terrorismo di estrema sinistra ha provocato compassione per le vittime senza aiutare davvero il movimento operaio e c’era il rischio che anche Brian Thompson diventasse un martire. Eppure, almeno questa volta, non ci sono riusciti e questa per me è stata una vera sorpresa. Anzi, come ha notato la giornalista del New Yorker Jessica Winter, la vicenda di Mangione è riconducibile alla tradizione dei banditi sociali americani, quei fuorilegge che attiravano l’amore della popolazione proprio perché con le loro azioni ristabilivano l’equilibrio tra le classi sociali.

 

L’ambito sanitario è diventato negli ultimi anni uno dei contesti in cui spiccano con maggiore evidenza le disuguaglianze sociali (tu nel libro citi tra gli esempi l’epidemia di oppiacei negli Stati Uniti ma si potrebbe menzionare anche la pandemia di Covid). Credi che il tema abbia una specificità  propria e che abbia favorito l’affermazione del culto di Mangione?

Sono convinto che questo tema abbia enormi potenzialità, dal momento che è una delle questioni che attira più consensi attraverso le varie fazioni politiche. In Francia, secondo i sondaggi d’opinione, la sanità è tra le più grandi preoccupazioni della popolazione e tutti, che siano di destra o di sinistra, sostengono una sanità pubblica forte e nemmeno le forze più liberiste arrivano a sostenerne apertamente la privatizzazione. Lo stesso movimento del 10 settembre [una mobilitazione di massa organizzata dal basso in opposizione alle politiche governative] nasce proprio dal tentativo del primo ministro François Bayrou di fare dei tagli alla sanità che avrebbero colpito le persone con malattie a lungo decorso come il cancro – creando grande scandalo. Il tema è destinato ad avere inedita centralità perché sebbene siamo ormai ad un livello in cui saremmo in grado di curare chiunque e abbiamo fatto un progresso medico senza precedenti nella storia dell’umanità, quello che accade è che l’accesso alle cure è sempre più limitato ad una parte della popolazione. Ecco perché nel libro dico che la lotta di classe è diventata una lotta dei corpi: il corpo dei borghesi è un corpo protetto e il loro obiettivo è ormai quello di superare la morte stessa. Un miliardario americano è persino arrivato a farsi iniettare il plasma di suo figlio diciannovenne e sta investendo tutta la sua fortuna proprio per diventare immortale; al contempo in Francia e nel resto d’Europa stanno ricomparendo malattie che credevamo eradicate, come la tubercolosi, il morbillo e persino il colera, a causa della sistematica demolizione delle infrastrutture sanitarie. Questa forma di disuguaglianza è diventata intollerabile perché non riguarda semplicemente i beni posseduti o il modo in cui si vive ma la possibilità stessa di poter sopravvivere. E questa è la questione più grave di tutte.


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