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Israele è uno stato fascista? Gaza è un campo di concentramento? I populismi sono fascisti? Se gratti un liberale sotto ci trovi un fascista? L’Occidente è letteralmente il nazismo? Dato che sentiamo sempre più spesso dire questo tipo di cose, abbiamo parlato di cos’è il nazismo oggi con Franco “Bifo” Berardi, filosofo e agitatore culturale.

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Lei ha più volte usato il termine nazista” per descrivere la politica estera occidentale e il rapporto dellOccidente con il resto del mondo. Cosa intende quando lo fa? E non ritiene che tale assimilazione possa risultare forzosa?  

Dal punto di vista storico non c’è dubbio che il nazismo hitleriano sia un fenomeno irripetibile. Eppure l’intellettuale ebreo tedesco Gunther Anders scrisse negli anni Sessanta che il Terzo Reich non era stato che l’anticipazione di un totalitarismo definitivo destinato a riprodursi nel futuro come effetto della proliferazione della minaccia atomica e del terrore della stessa. Nel suo Noi, figli di Eichmann, Anders scrive che i suoi nipoti avrebbero guardato indietro al nazismo hitleriano come a una prova generale in un teatro di provincia. Ecco: i ragazzi dell’ultima generazione sono i nipoti di Gunther Anders. Nel terzo decennio del XXI secolo cominciamo a vedere lo spettacolo finale, che ha i caratteri dell’assoluta disumanità che abbiamo chiamato “nazismo”.

In Black Earth: The Holocaust as History and Warning, lo storico americano Timothy Snyder ha descritto la genesi del nazismo dal punto di vista della percezione collettiva di un pericolo incombente e del panico che ne deriva. Il nazismo, dice Snyder, fu una conseguenza di una condizione di pericolo estremo in cui si trovarono le popolazioni del centro Europa negli anni Trenta e Quaranta. E sottolinea il fatto che la crisi climatica dei nostri giorni potrebbe similmente funzionare come condizione di panico destinata a legittimare forme di violenza e di totalitarismo analoghe al nazismo.

Oggi le condizioni descritte da Anders (pericolo atomico generalizzato) e da Snyder (collasso climatico) sono tutte riunite. La democrazia si è rivelata da tempo come una difesa assai fragile, quando la mente collettiva (la cosiddetta volontà generale) è invasa da flussi di paura, di depressione o di odio. 


Domenico Losurdo definiva il nazifascismo come la trasposizione entro la metropoli europea delle pratiche politiche coloniali normalmente tollerate contro le razze inferiori. È una definizione sufficiente per inquadrare gli sviluppi politici in corso in Occidente oggi?

Sostanzialmente sì. La violenza che il nazismo ha importato sul territorio europeo è stata pratica comune nei territori extraeuropei durante cinque secoli di colonizzazione del mondo. Quando le pratiche adottate nei confronti delle popolazioni non bianche hanno raggiunto la stessa razza bianca, a quel punto abbiamo creduto di trovarci davanti al male assoluto. Naturalmente quella del male assoluto è una favola rassicurante che le democrazie imperialiste hanno raccontato ai loro bambini per farli dormire la notte senza incubi troppo perturbanti. La verità è del tutto differente: il nazismo hitleriano non ha nulla di eccezionale rispetto alla storia del colonialismo spagnolo inglese, francese, russo, italiano, giapponese, americano. Il nazismo hitleriano è solo la punta di un iceberg di violenza razzista che intesse tutta la storia moderna. In un articolo del 2016 pubblicato sul National Interest, l’ex Segretario di Stato americano Zbignew Brzezinski ha scritto che la storia del colonialismo è costellata di massacri paragonabili a quelli compiuti dal nazismo hitleriano:

“I massacri periodici dei loro antenati neanche troppo lontani da parte dei coloni (…) hanno portato negli ultimi due secoli al massacro dei popoli colonizzati su una scala paragonabile a quella dei crimini nazisti nella Seconda guerra mondiale”

Ciò detto, quella proposta da Losurdo non è una definizione sufficiente per inquadrare gli sviluppi in corso in Occidente, perché oggi c’è una novità enorme rispetto ai secoli dell’espansione coloniale: l’Occidente non ha più futuro e lo sa, lo percepisce. Non è più possibile nessuna espansione, sia questa territoriale, demografica oppure economica. Questo è il fatto nuovo che sta sullo sfondo della coscienza occidentale, che però questa non può ammettere né vedere, trattandosi non tanto di una crisi geografica o politica, quanto di una crisi demografica, culturale e psichica. Il declino dell’Occidente è irrimediabile, e il pericolo risiede proprio in questo: in preda al marasma senile, la cultura dominante predatrice può scegliere il suicidio. 

Purtroppo il suicidio dell’Occidente assomiglierebbe ai sempre più numerosi suicide by cop dei maschi bianchi frustrati nordamericani che vanno in un supermercato a uccidere chi gli capita a tiro, in attesa speranzosa che arrivi un poliziotto a giustiziarli. La geopolitica non può capire niente di questo fenomeno, il più significativo dell’era terminale in cui siamo entrati. Il mass murder è l’atto più significativo dell’Occidente contemporaneo.

Un punto che un tempo era senso comune ma è stato dimenticato negli ultimi decenni è il legame tra liberalismo e nazifascismo: il nazifascismo non è un fenomeno mostruoso uscito da chissà dove ma la continuazione del liberalismo sotto certe condizioni. Come crede che si sviluppi oggi questo legame – anche in virtù del fatto che molti di quelli che frettolosamente etichettiamo come fascismi (Orban) nascono come liberali?

La contrapposizione tra nazionalismo autoritario e liberismo globalista è un colossale errore di prospettiva, favorito dalla propaganda nordamericana. Il globalismo liberista non ha affatto cancellato il nazionalismo né ha in alcun modo contrastato l’autoritarismo o l’islamo-fascismo. Al contrario, l’ha favorito ogni qualvolta un regime autoritario (prendiamo al-Sisi in Egitto) permetteva di controllare i movimenti sociali, oppure ogni volta che l’islamismo permetteva di contrastare un movimento progressista nei paesi islamici (prendiamo Hamas, favorito dal nazionalismo israeliano per rompere l’unità politica dei palestinesi).

Per quanto mi riguarda parlo da tempo di nazional-liberismo: il culto della competizione che il thatcherismo ha messo al centro della scena sociale, dopo avere devastato la democrazia sociale novecentesca, ha prodotto effetti di competizione aggressiva tra le nazioni. La forma più alta di competizione è lo sterminio.

Se il nazisfascismo contemporaneo è qualcosa che riguarda lintero occidente, potremmo dire che siamo tutti nazisti fino a prova contraria. Esistono in Occidente forze o tendenze politiche in grado di contrapporre una visione del mondo alternativa a questo nazifascismo assolutizzato e operare per così dire dietro le linee nemiche”? 

Non sono più in grado di ragionare in termini di “noi” o di “loro”. Non vedo più le condizioni della lotta di classe, le uniche che permettessero di identificarsi con un “noi”. Da quando l’internazionalismo operaio è stato eliminato dalla scena mondiale (grazie alla destra conservatrice, ma anche grazie alla sinistra liberista) non esiste più alcuna forza che si ponga al di fuori dell’alternativa (falsa) tra globalismo liberista e nazionalismo autoritario. La nuova divisione del mondo che si va delineando, e che oppone sul piano economico e geopolitico il Sud colonizzato e l’Occidente colonizzatore, non contrappone affatto un fronte politico omogeneo ad un altro. Per questo non andiamo verso una guerra mondiale ma verso un proliferare di conflitti locali che progressivamente si saldano in un’unica e caotica guerra globale.

Per questo non posso identificarmi con le nazioni del sud del mondo più di quanto possa identificarmi con le forme di identità religiosa, nazionalistica, razzista che sono implicite in qualsiasi identificazione che non abbia carattere classista e internazionalista. Non posso considerare Hamas come una forza anti-imperialista. Se io fossi palestinese, se fossi cresciuto a Gaza, probabilmente sarei un militante di Hamas, perché la mia disperazione mi condurrebbe verso la ricerca di vendetta. Lo capisco perfettamente, e considero il pogrom del 7 Ottobre come un gesto atroce, ma anche inevitabilmente determinato dalle condizioni create da Israele; un gesto disumano che la disumanità del contesto di occupazione e sistematica violenza ha provocato.

In questo contesto posso dire di non avere più alcuna speranza progressista o umanista. Il solo “noi” in cui posso identificarmi è quello dell’estinzione, del divenire nulla. Non credo che l’umanità abbia alcun futuro, perché non ha più un presente, e il passato umano è cancellato dal cinismo, al punto che l’entità politica nata dall’Olocausto si è trasformata in una entità apertamente nazista, nazista nella cultura, nazista nei comportamenti, nazista nelle finalità.

Il nazifascismo si è sempre espresso come culto della morte, celebrando non solo luccisione ma anche la possibilità di morire. Che ne è oggi di questo elemento, anche considerando le sempre più concrete prospettive apocalittiche, fra crisi climatica e il rischio di guerra nucleare? 

Non è vero che il nazifascismo si possa ridurre a “culto della morte”: è culto della morte altrui ma terrore della morte propria. Il nazismo hitleriano è culto eroico del terrore, ma questo terrore ha due facce: rimozione della propria debolezza, della propria umanità e disprezzo mortifero dell’esistenza altrui, dell’Untermensch che la supremazia (bianca) considera immeritevole di considerazione umana ed empatica. All’origine della nazificazione del mondo contemporaneo ci sta proprio l’effetto psichico di anempatizzazione, di cancellazione della percezione carnale dell’altro come corpo che gode e che soffre in continuità con il tuo godimento e la tua sofferenza.

Israele vive nel culto suprematista e superomistico che nasce dal terrore della morte e si manifesta nel perseguimento sistematico dello sterminio degli Untermenschen. Naturalmente, questi reagiscono in maniera simmetrica e si propongono lo sterminio degli sterminatori. Occorrerebbe analizzare la psicogenesi di Israele: l’identificazione con l’aggressore e l’introiezione del fantasma dello sterminatore. Non si spiega altrimenti lo stile che gli israeliani hanno impresso alla loro azione di punizione collettiva.

A Gaza, noi vediamo già scritta la storia del tempo che viene, che è storia di una scissione interna al genere umano in cui si oppone il suprematismo dei bianchi declinanti al culto della vendetta. Il genocidio palestinese rivela una linea di faglia irreparabile che corre lungo il punto di separazione dei coloni dai colonizzati su scala planetaria. È la guerra caotica che si sta già combattendo e che crescerà in estensione e intensità. Ma da quando l’internazionalismo operaio è stato sconfitto non ci è rimasta altra prospettiva che non sia la terminazione del genere umano ad opera di un’umanità che non ha più nulla di umano. La guerra caotica –insieme alla mutazione climatica e alla denatalità dilagante – prepara la terminazione.


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