Dopo 14 anni di guerra civile, lo scorso 8 dicembre il regime di Bashar al-Assad è finalmente caduto grazie ad un’offensiva di appena dieci giorni. La Siria, oggi, si sta lentamente ricostruendo tra mille difficoltà – le devastazioni lasciate dal conflitto, l’altissimo numero di sfollati, gli attacchi israeliani. In occasione dell’anniversario della liberazione del paese, abbiamo parlato con gli attivisti siriani Mazen Adi, Ranim Ahmed e Yamane Mousli per capire in che direzione sta andando il paese e quali sono le speranze della popolazione.
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Nell’ultimo anno sono a più riprese tornate violenze etniche dentro il paese e anche il processo di democratizzazione è stato largamente criticato. Cosa ne pensate?
Ranim Ahmed: Noi dell’organizzazione The Syria Campaign abbiamo sempre lavorato per chiedere la protezione dei civili in Siria, lavorando assieme alle famiglie dei detenuti e delle vittime e in sostegno a quanti lottavano per la libertà, la giustizia e la dignità. Proprio per questo, quando HTS – il gruppo armato di al-Sharaa – ha preso il potere, ne conoscevamo già bene la storia e le violazioni commesse negli ultimi anni contro la società civile, le donne e gli attivisti. Non erano persone nuove per noi. La caduta di Assad, naturalmente, è stata un momento storico che ormai nessuno si aspettava. Qualche mese prima della caduta di Assad ero a Bruxelles per una riunione e lì ho incontrato l’ambasciatore italiano, Stefano Ravagnan, il primo nominato da uno Stato dell’UE in Siria nel periodo in cui molti Paesi stavano normalizzando i rapporti con Assad. Il nostro compito era proprio di chiedere agli Stati di non legittimare Assad, ma ci venne risposto che dovevamo arrenderci, accettare la realtà che Assad sarebbe rimasto presidente e che avremmo dovuto trovare un modo per lavorare con lui. Ravagnan si prese persino gioco di me, minimizzando le mie preoccupazioni di ritorsioni da parte del regime. Poi, quando il regime è caduto, ho visto che era andato a congratularsi con il nuovo presidente.
Ad ogni modo, adesso abbiamo finalmente l’opportunità per costruire la Siria che sogniamo, ma, come organizzazione per i diritti umani, sappiamo che anche il nuovo governo ha alle spalle un passato di violenze e dobbiamo osservare attentamente come governano il paese. È questo il nostro ruolo: ritenere responsabili le autorità, chiunque esse siano. Purtroppo, fin dall’inizio, quando le prigioni sono state aperte, abbiamo visto che le nuove autorità non si sono impegnate a proteggere le prove e a garantire che i centri di detenzione dell’epoca del regime fossero preservati come scene del crimine, né hanno preso misure concrete per avviare un processo di giustizia transizionale. Queste mancanze hanno favorito l’instabilità e i massacri – ad esempio a Suwayda, sotto assedio del governo. La nostra preoccupazione è che questi crimini possano continuare, perché nessuno dei responsabili è stato chiamato a risponderne. Nonostante tutto quello che è accaduto nell’ultimo anno, l’opportunità attuale è enorme: non c’è più un potere assoluto a dominare il paese e possiamo ricostruire la Siria come stato fondato sulla giustizia e sulla dignità, in cui le donne e i giovani possano partecipare alla vita pubblica e i media operare sul terreno senza dover fuggire in esilio. Resta ancora moltissimo lavoro da fare, e noi continueremo a sorvegliare le nuove autorità, per chiederne il rendiconto e fare pressione affinché compiano il loro dovere.
Mazen Adi: Occorre comprendere che in Siria non si è combattuta una semplice guerra civile, è stata la guerra di un regime fascista contro la maggioranza della popolazione. Nei primi sei mesi – la fase definita “pacifica” dal regime di Assad – ci sono state proteste in più di 700 località con la partecipazione di tutte le comunità etniche e religiose. Io, all’epoca, ne sono stato testimone e sono stato arrestato per cinque mesi dal 10 maggio al 16 ottobre 2011 a causa delle mie dichiarazioni sui canali televisivi. Le manifestazioni sono state represse nel sangue lasciando migliaia di morti, mentre altre decine di migliaia di giovani sono stati arrestati e uccisi sotto tortura nelle carceri di Damasco – come documentato dal “rapporto Caesar”. Forse, se il mio rilascio dalla prigione di Adra fosse stato ulteriormente ritardato, oggi anche io sarei tra i morti. Il regime ha deliberatamente diretto la propria reazione più dura contro gli arabi sunniti (il 65% della popolazione), mentre venne vietato di aprire il fuoco sulle manifestazioni nelle aree popolate dalle minoranze, con l’obiettivo di trasformare la rivolta in una guerra settaria e consolidare il sostegno della minoranza alawita, spina dorsale degli apparati di sicurezza e dei vertici dell’esercito. Insomma, come scritto nella Lettera di Maggio, non è possibile comprendere la violenza avvenuta in Siria nell’ultimo anno senza guardare al contesto storico. La fase di transizione, quindi, è tanto complessa anche a causa del pesantissimo fardello di distruzione, disgregazione del tessuto nazionale e cancellazione della vita politica lasciato in eredità dai 53 anni di governo degli Assad. Quello che oggi conta è che, tra gli errori e le difficoltà, si stia affermando un clima che permetta la libera espressione e che la società civile abbia iniziato a organizzarsi.
Yamane Mousli: In un contesto come quello siriano la transizione democratica non può realizzarsi dall’oggi al domani. Servono enormi riforme strutturali e una pulizia totale della pubblica amministrazione – sotto Assad persino gli ospedali erano diventati centri di tortura. Oltre a questo, ci sono enormi problemi sociali. La guerra ha spaccato il paese per anni e, con la stagnazione del conflitto nel 2019, si è normalizzata una divisione profonda in tre parti tutte molto popolose: una controllata dal governo, Idlib in mano all’opposizione e il territorio delle forze curde, tre modelli di governance profondamente diversi che non comunicavano quasi per niente tra di loro. Inoltre, c’è anche la questione della settarizzazione della società promossa dal regime di Assad – sempre falsamente presentatosi come difensore delle minoranze malgrado lasciasse gli alawiti nella povertà e arrestasse gli uomini d’affari cristiani per estorcere loro denaro – e che si è affermata anche tra l’opposizione, progressivamente radicalizzatasi in reazione all’intervento in guerra dell’Iran e di milizie islamiste sciite.
Anche il nuovo governo ha delle gravi responsabilità, avendo agito più spesso per i propri interessi che non per garantire una vera transizione. Da un lato sono state sottovalutate le difficoltà tecniche e strutturali facendo promesse impossibili come quella di tenere delle elezioni già in marzo, dall’altro criminali di guerra come Fadi Saqr – ex paramilitare filogovernativo responsabile del massacro di Tadamon – sono stati lasciati a piede libero e gli sono persino stati assegnati importanti incarichi amministrativi. Così facendo, il concetto di “pace civile” (salām al-ahli) di cui si parla ogni giorno in Siria perde ogni senso perché se lo Stato non applica la giustizia è chiaro che i cittadini lo faranno da sé, anche con massacri e omicidi che spesso colpiscono degli innocenti, come accaduto a partire da marzo contro la popolazione alawita. Solo se si cominceranno a perseguire i veri colpevoli e si darà voce a tutte le vittime – comprese quelle dei gruppi ribelli, delle YPG, dell’ISIS, della Russia, dell’Iran e della coalizione internazionale – si permetterà una vera transizione.
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Un anno fa, le immagini dei festeggiamenti della popolazione siriana hanno fatto il giro del mondo. Qual è al momento l’atteggiamento dei siriani rispetto al governo di transizione? Esiste un forte consenso popolare o si è affermata la paura di una nuova deriva autoritaria?
Ahmed: Il popolo siriano ha pagato un prezzo estremamente alto a partire dalla rivoluzione del 2011: decine di migliaia di persone sono state fatte sparire, torturate fino alla morte o uccise, migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le loro case, intere città sono state rase al suolo dai bombardamenti e si sono usate armi chimiche più di trecento volte. Chiaramente, quando Assad è caduto, tutti hanno preso l’evento come un miracolo, specie dopo anni di stallo e di disillusione dovuti al fatto che la comunità internazionale ci aveva abbandonati. Non so dire se oggi la maggior parte delle persone si fidi di al-Sharaa; infatti, per ora, c’è un’amministrazione perlopiù militare sulla Siria e non ci sono state elezioni, né un referendum, né alcun processo per decidere chi avrebbe guidato il Paese. HTS mirava soltanto a prendere il controllo del Paese e, quando a marzo è stato nominato il nuovo governo, è stato frustrante vedere che si trattava di un governo completamente maschile, con una sola donna – nonostante il ruolo centrale delle donne siriane in tante battaglie per le persone scomparse, l’assistenza sanitaria, la liberazione dei detenuti o l’aiuto agli sfollati. Ovviamente non ci aspettavamo che dopo appena un anno tutto andasse alla perfezione: il Paese è devastato, economicamente e socialmente, e servizi fondamentali come sanità e istruzione non funzionano. Proprio per questo la società deve garantire un ruolo di sostegno nella ricostruzione del paese, spingendo per l’inclusione reale delle donne e delle minoranze. Lo si è visto quando le organizzazioni della società civile hanno denunciato il modo in cui sono state condotte le elezioni di ottobre, un primo banco di prova che però si è tradotto in un fallimento: il presidente ha nominato un terzo del parlamento e gli altri due terzi sono stati scelti da comitati elettorali, a loro volta nominati dal capo dello Stato.
Mousli: Ad oggi è difficile sapere quanto sia forte il sostegno ad al-Sharaa, ma si può mettere la questione in prospettiva ricordando che in Siria non c’è stata alcuna prospettiva di cambiamento fino all’8 dicembre. Certo, alle manifestazioni si cantava lo slogan ma fī shī la-l-abad, “nulla è eterno”, ma forse non ci si credeva sempre fino in fondo. Eppure, non è stata un’operazione militare di dieci giorni a far cadere il regime, ma la resistenza collettiva dei siriani che per 14 anni non si è fermata un solo giorno, nemmeno nelle città sotto il controllo del regime. Il sostegno al governo, quindi, arriva proprio da questa euforica speranza di cambiamento. Al contempo, si è affermata un’immensa disillusione tra le famiglie delle vittime di sparizioni forzate che non hanno ricevuto nessuna notizia. L’opinione di ogni siriano rispetto al governo di transizione riflette la sua esperienza personale, perché per decenni il regime degli Assad e la guerra hanno colpito tutti nel profondo; si tratta di un fatto molto più intimo e complesso che non una normale divergenza politica. La Siria degli Assad era a tutti gli effetti una Corea del Nord più aperta, in cui c’erano internet e il turismo, ma governata con estrema durezza. Per intenderci, sono stati trovati dossier di persone sotto sorveglianza solo perché praticavano lo yoga. Una società non esce indenne da tutto ciò. Non si risveglia il giorno dopo, come se niente fosse, pronta ad abbracciare un destino democratico.
La rivoluzione siriana iniziò grazie ad una fortissima mobilitazione popolare di gruppi cittadini e rappresentanti della società civile. Al contrario, ad oggi, il ruolo delle organizzazioni progressiste sembra marginale nella ricostruzione del paese. Le cose stanno davvero così?
Adi: Per quanto siano garantite la libertà di espressione e la possibilità di creare associazioni civili, oggi non esiste in Siria una vita politica normale. Non c’è una legge che autorizzi la costituzione di partiti politici e non esiste nemmeno un Parlamento funzionante. È ancora molto poco, ma è l’inizio di un processo. Eppure, diversi partiti – tra cui il mio, il Partito Popolare Democratico Siriano – si stanno riattivando; noi, per esempio, abbiamo avviato varie iniziative civili e politiche ad Aleppo, a Damasco e in altre province del Paese. Oggi l’obiettivo comune è di promuovere l’uguaglianza e la democrazia e affrontare le questioni economiche. Sotto il regime di Assad, tutto questo era impossibile e ogni attività politica era clandestina, specialmente quelle della sinistra ostile al regime; la situazione oggi è indubbiamente migliorata. Inoltre, alcuni quadri della sinistra e dei movimenti democratici partecipano alle iniziative locali e popolari così come ai servizi e alla ricostruzione, mentre le organizzazioni della società civile stanno progressivamente riprendendo le loro attività e supportano le istituzioni municipali nei loro progetti.
Tuttavia, la società deve ancora maturare: i giovani riflettono molto, ma la maggior parte della popolazione è stata allontanata dalla politica per decenni. Si diffondono varie correnti diverse e contraddittorie dell’ideologia islamica, ma quello che conta ora è l’affermarsi dei valori della laicità e dell’uguaglianza, principi democratici e propri della sinistra. Questo richiederà tempo, ora il paese ha bisogno di essere ricostruito e di garantire il ritorno di milioni di rifugiati ancora all’estero che hanno lasciato il paese nell’ultimo decennio. Si tratta di una fase molto delicata, che richiede sostegno e che apre a molte possibilità. In questo contesto, la vera sinistra – quella che si è sempre opposta al regime di Assad – non potrà emergere fino a quando resterà divisa. Ci sono stati vari contatti e collaborazioni tra diversi partiti e si sta avviando un processo di creazione di un fronte unito. Anche i partiti storici si stanno rinnovando, come nel caso del mio partito, dei comunisti e della corrente guidata da Georges Sabra che stanno lavorando per riunificarsi.
Ahmed: Prima dell’anno scorso, la società civile siriana era divisa tra una componente all’interno del Paese – anche nelle aree sotto il controllo del regime – e quella in esilio, di cui faceva parte la maggioranza delle organizzazioni impegnate su temi come la giustizia o il sostegno ai rifugiati. Con la caduta di Assad, molte organizzazioni che erano state in esilio per anni hanno finalmente potuto tornare in Siria e aprire delle sedi lì. È stato davvero emozionante vedere tutto ciò e anche noi stiamo lavorando per registrarci nel paese e riconquistare il nostro spazio come società civile. Assad lo aveva negato, tollerando soltanto organizzazioni di carattere umanitario e quelle legate all’ONU e minacciando chiunque si occupasse di politica. Molti dei nostri colleghi sono stati arrestati e uccisi nelle prigioni, proprio perché lavoravano su questi temi sotto il regime di Assad. Ora bisogna far capire alle nuove autorità che noi siamo qui e intendiamo restarci, continueremo a osservare, chiedere conto e esercitare pressioni.
Mousli: Al momento la speranza della popolazione coesiste con alcune tendenze ambigue. Il nuovo governo, per esempio, ha cooptato molte figure della società civile ed è ancora difficile dire se sia una scelta sincera o di facciata. Tra queste ci sono l’attivista per il dialogo Hind Kabawat, nominata ministra degli Affari sociali e del Lavoro, e il nuovo rappresentante permanente della Siria alle Nazioni Unite, il giurista Ibrahim Olabi. A prescindere dalle intenzioni, queste nomine ad oggi non hanno prodotto risultati apprezzabili. Al contempo, abbiamo visto il fiorire di media indipendenti di alto livello come aljumhuriyye.net e anche il ritorno di importanti mobilitazioni popolari – ad esempio del movimento femminista e in particolare tra le donne alawite – che mostrano come i movimenti sociali esistono e sanno far sentire la propria voce, nonostante la situazione attuale e la presenza di spinte repressive. Questa contraddizione diventa evidente in casi come quello di Amer Matar, creatore dell’archivio online ISIS Prisons Museum per la documentazione dei crimini dello Stato Islamico, arrestato dalle autorità con accuse pretestuose ma liberato dopo appena una notte di detenzione grazie all’immediato intervento della popolazione. La società civile siriana è ricca in termini di capacità, vitalità e competenze e bisogna sperare che continui a esserlo.
Durante la guerra, le esperienze politico-militari che hanno influenzato di più l’immaginario di massa occidentale sono state la rivoluzione del Rojava e la fondazione dello Stato Islamico. Ad oggi, hanno ancora un’importanza tra i siriani o si possono considerare conclusi?
Adi: Ha senso porsi questa domanda, ma così non si tiene conto di un aspetto fondamentale: non esiste qualcosa come la “rivoluzione del Rojava”. Il termine, in realtà, fa semplicemente riferimento ad uno slogan utilizzato dalle Forze Democratiche Siriane per rafforzare il nazionalismo curdo e l’illusione che avrebbero avuto modo di creare un proprio piccolo stato curdo nel nord del paese col sostegno degli Stati Uniti. A mio avviso, le SDF sono un movimento stalinista che non appartiene alla tradizione del comunismo democratico di Gramsci, Togliatti o Santiago Carrillo. Inoltre, la maggior parte della leadership non è nemmeno siriana ma viene dall’Iraq o dalla Turchia. Proprio per questo, ad esempio, nei territori del nord-est della Siria sono state vietate le celebrazioni dell’anniversario della caduta di Assad. Il potere delle SDF è legato al controllo del petrolio e alla forza militare ma il progetto confederale non può essere accettato anche per questioni geografiche: diversamente da quanto accade nel Kurdistan iraqeno, in Siria i curdi sono geograficamente dispersi e non costituiscono la maggioranza in nessuna delle province siriane – nel governatorato di al-Hasaka non superano il 50% della popolazione, mentre a Raqqa o Deir ez-Zor sono appena tra il 2 e il 5%.
Oltre a questo, le SDF hanno senz’altro giocato un ruolo funzionale ed estremamente importante nella lotta contro l’ISIS assieme agli Stati Uniti, che dapprima avevano cercato senza successo l’appoggio dell’opposizione siriana. Questa funzione, però, si è conclusa e gli americani stanno spingendo per l’integrazione delle SDF nello Stato siriano perché non hanno alcun interesse a disturbare la Turchia, che non accetterà mai la creazione di un’entità curda lungo i propri confini – in effetti, solo l’establishment israeliano sembra interessato alla frammentazione della Siria. Per combattere quello che resta dello Stato Islamico, gli Stati Uniti possono fare affidamento anche su alleati di matrice islamista moderata come Ahmad al-Jarba e proprio per questo non vedo un futuro politico per le SDF al di fuori della Siria.
Ahmed: Indipendentemente da tutto, vorrei ricordare che anche le SDF hanno compiuto gravi violazioni dei diritti umani che vanno dall’arruolamento di minori, alla tortura degli attivisti critici e oggi cresce il rischio di uno scontro armato con le autorità di Damasco. Giusto per ricordare che il nostro lavoro è focalizzato sui diritti umani e sulla protezione dei civili, indipendentemente da chi siano i responsabili delle violazioni. Dal mio punto di vista, in quanto donna siriana, penso che tutti questi uomini debbano arrivare a una constatazione fondamentale: che si tratti di membri delle SDF, di HTS, dell’ISIS o di qualunque gruppo che oggi controlli un pezzo di Siria, devono capire che non possono governare neppure un metro quadrato di Siria senza essere inclusivi. La Siria è uno dei Paesi più diversi al mondo dal punto di vista religioso, confessionale, etnico, culturale, linguistico, è impossibile pretendere di modellarlo secondo un’unica visione. Le donne e tutte le comunità devono essere rappresentate nei processi decisionali e si deve superare il solo linguaggio della violenza, non si può rispondere a ogni dissenso dicendo “combatteremo per sempre”. Possiamo dialogare. Il caso di Suwayda è lì a dimostrarlo e spero che al-Sharaa se ne renda conto il prima possibile. Solo così potremo costruire una Siria migliore per tutte e tutti.
Mousli: La questione curda è tutt’altro che conclusa, nonostante gli accordi del 10 marzo tra il governo e le SDF avessero lo scopo di delineare una road-map per la reintegrazione del territorio – pur con varie ambiguità, ad esempio rispetto al destino del comandante curdo Mazloum Abdi o delle unità femminili YPJ. Resta il fatto che un terzo del paese resta controllato dalle forze curde e questo continua ad avere conseguenze concrete, ad esempio nelle differenze tra i curriculum scolastici. Oltre a questo, il governo di transizione non sembra fare passi avanti nel riconoscimento delle minoranze nazionali: nel nuovo calendario delle festività ufficiali non sono inclusi né il capodanno curdo né quello assiro, e lo Stato continua a chiamarsi “Repubblica Araba Siriana” nonostante la forte richiesta di tornare al nome originale di “Repubblica Siriana”. Sono questioni profondamente intrecciate con la storia della repressione nel paese a partire dagli anni ’60, quando si veniva perseguiti anche solo per possedere un libro in lingua kurmanji.
Per quanto riguarda la questione dell’ISIS, occorre differenziare tra salafismo e islamismo: il primo è un’ideologia conservatrice radicale, mentre il secondo mira a una ben più ambiziosa trasformazione politica globale. L’impatto dello Stato Islamico va quindi valutato in relazione a quello di altri gruppi, ma anche in relazione al fatto che il conservatorismo islamico è stato rafforzato dagli Assad per mantenere il sostegno della borghesia sunnita – come nel caso del movimento religioso femminile al-Qubaysiat. In questo quadro si inserisce inevitabilmente anche al-Sharaa, prima miliziano di al-Qaeda e poi fondatore delle HTS come gruppo ibrido fondato su di un jihadismo “nazionalista”, limitato ai confini siriani, e su un disegno economico spiccatamente neoliberale. Tutto questo ha contribuito all’affermazione nel paese di una sorta di rivoluzione conservatrice evidente nei sempre più forti riferimenti propagandistici al califfato omayyade – che aveva la propria capitale a Damasco e che si affermò proprio dopo aver sconfitto lo scisma sciita. Questa retorica mette un bersaglio sulle spalle dei siriani sciiti e alawiti, ignorando completamente il prezzo altissimo che queste comunità hanno pagato durante la guerra sia per mano del regime che dei gruppi più estremisti dell’opposizione.
L’invasione dell’Ucraina e il genocidio a Gaza hanno ridato importanza nel dibattito pubblico al diritto internazionale. Credi che sarà possibile portare a processo Assad e i criminali di guerra siriani o si imporranno le logiche della geopolitica?
Mousli: È molto difficile rispondere senza scadere nella fantapolitica. Quanto è certo è che per le vittime, e più in generale per tutti i siriani, è di importanza capitale che Assad venga giudicato da un tribunale e che si faccia affidamento alle logiche della giustizia transizionale. Questo concetto è cruciale, intanto perché amplia la definizione di “vittima” all’intera società e poi perché si articola attorno a quattro diritti fondamentali: il diritto alla giustizia, il diritto alla verità, il diritto alle riparazioni e il diritto alle garanzie di non-ripetizione. La Siria non può ricostruirsi ed entrare in una nuova era politica, se non si garantiranno questi punti e se non si giudicheranno i responsabili della situazione attuale – a partire da Bashar al-Assad. Poco importa che a giudicarlo sia un tribunale siriano o la Corte penale internazionale, quello che conta è avere la possibilità di mettere Assad faccia a faccia con le sue vittime e evitare a tutti i costi che venga trasformato in un martire, com’è accaduto con Saddam Hussein. Lo stesso discorso si applica alle esecuzioni extragiudiziarie di figure legate al regime baathista che ci sono state a partire dall’8 dicembre e che continuano ancora oggi. È comprensibile che questo accada ma non è utile. Abbiamo bisogno di mostrare che il nostro modello, il modello rivoluzionario, si fonda sui valori della giustizia universale e che si perseguiranno tutti i crimini commessi durante la guerra civile e più in generale negli ultimi 60 anni.
Adi: Naturalmente è quello che ci auguriamo, ma in realtà Putin non lo permetterà. Forse finirà anche per ucciderlo. Pensa ai video diffusi dal canale Al-Arabiya in cui fa interventi molto pericolosi parlando con il suo consigliere. Ora come ora, Assad non è che una carta nelle mani di altri, un pezzo di un gioco politico più grande. E quando Putin non ne avrà più bisogno, se ne libererà.
Ahmed: È possibile se c’è la volontà politica di farlo e se la comunità internazionale si esprimesse in tal senso potrebbe consegnare Assad alla giustizia già domani. Invece, nell’ultimo anno non ho sentito nemmeno uno dei leader mondiali chiedere apertamente di processare Assad. È sconcertante, abbiamo montagne di prove che dimostrano che ha commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non vogliamo aspettare trent’anni per vedere Assad dietro le sbarre, vogliamo iniziare questo processo subito. Ed è per questo che, dalla caduta del regime, continuiamo a chiedere giustizia, responsabilità e verità: punire gli autori dei crimini del passato insegnerà qualcosa ai nuovi perpetratori. Vogliamo porre fine a questa cultura dell’impunità in Siria, abbattendo i valori tossici e criminali che Assad incarnava. Abbiamo lanciato una campagna per richiederne l’arresto, raccogliendo migliaia di firme, e abbiamo chiesto l’istituzione di una corte ibrida (sostenuta dalla comunità internazionale e guidata dai siriani) per processare lui e i suoi complici, in modo da rendere la giustizia reale, non solo simbolica. Vogliamo insegnare a qualsiasi futuro dittatore siriano che non potrà più sfuggire alla giustizia. Il problema è che la comunità internazionale ha fallito nel proteggere i civili in tutto il mondo, non solo in Siria. Vediamo sempre più autori di crimini commetterne altri, perché sanno di farla franca. Negli ultimi tre anni abbiamo visto Netanyahu utilizzare a Gaza gli stessi metodi di Assad – bombardare ospedali e scuole, colpire i soccorritori, prendere di mira i giornalisti – nessuno ha fatto nulla per fermarlo. Netanyahu lo sapeva e lo stesso vale per Putin o per la guerra in Sudan. I siriani, però, continuano a chiedere alla comunità internazionale di ritrovare il senno e fare il proprio dovere, così da insegnare una volta per tutte ai dittatori che non si possono bombardare ospedali e cavarsela come se niente fosse.
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Per concludere: cosa significa oggi per te la caduta del decennale regime della famiglia Assad?
Adi: Io sono ottimista: non è facile, ma la fine di sessant’anni di regime è un evento troppo importante. La Siria ora si avvia verso qualcosa di sconosciuto, ma il popolo è finalmente libero e ho fiducia che possa riuscire nella ricostruzione dello Stato. Non sarà facile per al-Sharaa, e forse ci saranno conflitti, crisi e altre difficoltà, ma è normale. La pressione esercitata da Israele non aiuta a raggiungere la stabilità, ma si potrà trovare una soluzione anche a questo. Noi dobbiamo continuare ad andare avanti, non importa quanto buia sembri la situazione. Il popolo siriano ha sacrificato un milione di persone per arrivare a questo punto, ma riuscirà a ricostruirsi, lo penso davvero. Io farò la mia parte per sostenere questo percorso e difendere i valori dell’umanità, della libertà e dello stato di diritto. Oggi, il mondo rischia di diventare selvaggio e proprio per questo dobbiamo sostenere tutti i movimenti e tutti i popoli che lottano per la libertà e per l’umanità.
Ahmed: È stato un insieme di emozioni. Io sono di Aleppo, e sono stata costretta ad andarmene nel 2012. Da allora ho vissuto in Yemen, poi in Turchia e infine in Marocco, ma ho continuato a lavorare per la Siria, sostenendo tutto ciò che potesse contribuire alla libertà e alla lotta per la giustizia nel mio Paese: ho lavorato a stretto contatto con le famiglie dei detenuti, ho scritto e prodotto podcast per far sì che le storie della Siria continuassero a essere raccontate, sui media e sui social. Ma negli ultimi anni avevo iniziato a perdere la speranza che Assad sarebbe caduto, e che sarei potuta tornare nel mio Paese. Pensavo che sarei morta in esilio. Quando ho iniziato a leggere le notizie della liberazione di Aleppo, dapprima ho avuto paura perché non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo, ma già qualche giorno più tardi, abbiamo visto che anche altre città venivano liberate, e infine, l’8, Assad era scappato. Ero seduta sul mio divano, guardavo le notizie e non riuscivo a crederci. Ho pianto tanto, ero felice e triste allo stesso tempo. Felice perché finalmente Assad se n’era andato; triste perché, quando le prigioni vennero aperte, ci aspettavamo che tante persone ne uscissero vive, ma di tutti i detenuti di cui ho raccontato le storie negli ultimi otto anni, ce n’era soltanto uno. È stato devastante per me, perché speravo di rivedere così tante persone che conoscevo, amici e parenti, ma non è accaduto. Anche per questo mi sono ripromessa di continuare a lavorare per la giustizia in Siria. Perché senza giustizia non possiamo davvero ricostruire il Paese.
Mousli: Varie persone della mia famiglia sono state vittime del regime, quindi è inevitabile che per me la fine della dittatura rappresenti la possibilità di intraprendere un cammino verso la giustizia. Ma questo non sarà sufficiente finché non si dirà la verità sulle sparizioni forzate che, per definizione giuridica, sono un crimine continuato in corso fino a quando non si sa dove si trovi la persona scomparsa. Se il governo non lavorerà con le vittime, ogni riforma sarà soltanto di facciata. Per ora abbiamo solo messo la testa fuori dall’acqua, dobbiamo ancora accettare che la fine del regime e della guerra civile non è che il primo passo di un lungo cammino che potrebbe durare decenni. Gli Assad si sono mantenuti al potere proprio grazie alla loro condotta criminale fatta di rapimenti, torture e stupri, devastando il paese e decostruendo ogni legame sociale e tra comunità. Non si può pensare che tutto questo finisca all’improvviso. È un processo continuo, e il cambiamento arriverà soltanto il giorno in cui rimetteremo veramente al centro le vittime, i sopravvissuti e le loro famiglie.