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Come già scritto su queste pagine, il ritorno di Trump alla Casa Bianca segna la fine della politica liberal-democratica occidentale e evidenzia la crisi della gestione “normale” delle relazioni internazionali. Lo conferma l’interesse espresso dal neopresidente per l’acquisto – o la conquista militare – della Groenlandia, ambita testa di ponte nel nuovo conflitto tra potenze. Cesare Alemanni, giornalista e autore della newsletter Macro, sul nuovo fronte artico.

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Le recenti uscite di Trump circa l’interesse del governo americano per l’acquisizione – anche violenta – della Groenlandia, attualmente sotto la sovranità danese, hanno suscitato una certa ilarità. Comprare la Groenlandia??? Che matto, Trump. La prospettiva è parsa tanto assurda che qualcuno ha ipotizzato che l’interesse per l’isola del nuovo presidente deriverebbe da una sua scarsa capacità di comprensione della proiezione di Mercatore, che fa apparire i territori del Nord del mondo ben più grandi di quanto siano nella realtà. Che stupido, Trump.

Fermo restando che l’ottusità degli appetiti del potere non va mai sottovalutata, dietro questa vicenda c’è molto più di quanto possa spiegare il semplice ricorso al sarcasmo. Tanto per cominciare, bisogna ricordare che l’acquisto di territori è stata una pratica largamente utilizzata dai governi americani, tanto che la si potrebbe definire come la base stessa dell’estensione territoriale (e imperiale) degli Stati Uniti. A partire dalla “Louisiana purchase” dalla Francia nel 1803, gli Stati Uniti hanno acquistato (e talvolta ceduto o reso in seguito indipendente) nell’ordine la Florida (1819), l’Alaska (1867), le Filippine (1898) e tutta una serie di altri territori più piccoli, inclusa la famigerata isola di Guantanamo; si potrebbe aggiungere al conto anche la cessione messicana del 1848, con cui Washington acquisì, tra gli altri, California, Utah e Nevada ma in quel caso la vicenda fu più complessa di una semplice compravendita. A dirla tutta, non sarebbe neppure la prima volta che gli USA acquistano un’isola dalla Danimarca, dal momento che già nel 1917 si impossessarono proprio così delle Isole Vergini, per ben 25 milioni di dollari (circa 600 milioni attuali).

Tutte queste acquisizioni, specie quelle di territori non contigui all’heartland americano, rispondevano, all’epoca in cui sono avvenute, a una precisa necessità strategica. Nel contesto attuale, la Groenlandia non fa eccezione; a conferma di ciò, si ricorda come il primo a esprimere interesse per l’isola e a proporne l’acquisto fu già nel 1867 il segretario di Stato William H. Seward, lo stesso che negoziò la compravendita dell’Alaska dalla Russia. Fa meno ridere, ora?

Ricoperta per l’85% da ghiacci perenni, ai tempi di Seward la Groenlandia aveva ben poco da offrire in termini di risorse. Tuttavia la sua collocazione geografica, a cavallo tra l’Atlantico settentrionale e l’Artico, la rendeva già di grande valore, come divenne particolarmente evidente durante la Seconda Guerra Mondiale: con la Danimarca in mani tedesche, gli Stati Uniti assunsero il controllo de facto della Groenlandia per prevenire un’eventuale avanzata dei nazisti nell’Artico. In questo scenario, vi installarono delle basi meteorologiche (nel contesto della fondamentale “weather war” del Nord-Atlantico) e militari, alcune delle quali, come la Thule Air Base, sono ancora cruciali per il sistema di difesa aerea degli Stati Uniti – e non a caso si trova in un’enclave di territorio americano in Groenlandia che gli USA acquistarono dai danesi nel 1953.

L’imperativo della sicurezza, come sempre, precede tutti gli altri. Eppure, nel XXI secolo, la Groenlandia è qualcosa più di una semplice portaerei e questo per almeno due ragioni. La prima ha a che fare con le sue dotazioni naturali, dal momento che il suolo dell’isola è ricco, oltre che di petrolio e gas, anche delle cosiddette “terre rare”, il gruppo di elementi minerali che oggi gioca un ruolo fondamentale nell’economia industriale della transizione energetica e di cui la Groenlandia ha l’ottava più grande riserva mondiale. Ad oggi, la Cina ha l’assoluto predominio, se non un vero e proprio monopolio, del settore, e questo le conferisce non solo un fondamentale vantaggio in mercati come la mobilità elettrica o il fotovoltaico, ma anche una grande arma negoziale nei numerosi trade-off che caratterizzano la politicizzazione delle catene del valore contemporanee. Quindi è proprio facendo riferimento alle risorse groenlandesi che gli USA potrebbero controbilanciare l’attuale disequilibrio strategico in un campo che sarà sempre più dirimente per gli sviluppi economici delle due superpotenze. 

Ma se la Groenlandia è così ricca di queste “terre rare” perché la Danimarca – e di riflesso l’Europa – non ne sta già approfittando? La ragione è semplice: la maggioranza delle riserve groenlandesi si trova al momento sepolta sotto spesse coltri di ghiaccio. Le cose, però, potrebbero presto cambiare. Dato il ritmo a cui procede il riscaldamento globale, si prevede che nei prossimi decenni gran parte del ghiaccio groenlandese si assottiglierà abbastanza da rendere i giacimenti accessibili, perlomeno nei mesi più caldi. Si tratta evidentemente di un grottesco cortocircuito, in cui le risorse per contrastare la catastrofe climatica diventano disponibili proprio “grazie” alle sue conseguenze più immediate e allarmanti – e questo senza soffermarci ulteriormente sulla dubbia sostenibilità dell’impresa di estrazione e lavorazione delle terre rare e di quanti scarti chimici essa produca, un argomento che ci porterebbe troppo lontano).

Lo stesso cortocircuito si ritrova al cuore dell’altro motivo per cui la Groenlandia, e più in generale l’Artico, sono diventati, senza giochi di parole, “punti caldi” dell’agone neo-imperialista. Il riscaldamento globale infatti non sta soltanto svelando e rendendo sfruttabili le risorse sepolte sotto il ghiaccio, ma apre alla percorribilità nuove rotte marittime che promettono di alterare radicalmente la geografia economica e strategica globale.

Come scrivevo già nel mio libro, La Signora delle Merci:
“Dopo secoli in cui le direttrici fondamentali delle rotte si concentravano nellemisfero meridionale, in futuro la situazione potrebbe ribaltarsi e il più piccolo oceano del pianeta, l’Artico, potrebbe diventare il nuovo “Eldorado” della logistica globale. Un blue Arctic, come viene chiamato in un recente documento strategico della Marina americana. La riduzione del ghiaccio estivo, che dal 1958 ha perso oltre il 70% dello spessore, potrebbe consentire l’apertura nei prossimi decenni di una rotta transpolare del tutto nuova (la Transpolar Sea Route, Tsr), capace di fornire un collegamento diretto tra Atlantico e Pacifico attraverso il Polo. La Tsr sarebbe lunga circa 2.300 miglia nautiche. Ciò ne farebbe la più breve tra le rotte marittime dell’Artico, nonché quella dai fondali più profondi. […] Come collegamento tra Asia del nord e Europa settentrionale, la Tsr comporterebbe un risparmio di quasi due settimane sui tempi di navigazione passando da Suez (complessivamente un terzo in meno). Questo spiega perché, nel loro cinico iper-realismo, le analisi sul potenziale della Tsr la presentino come un corridoio in grado di riscrivere le geografie commerciali del pianeta”.

Come si vede da questa mappa, la Groenlandia si configura come un perno logistico essenziale per la Transpolar Sea Route (la linea verde), dal momento che la sua posizione permette il monitoraggio e, potenzialmente, il dominio delle principali vie di transito attraverso lArtico. Un dettaglio tutt’altro che trascurabile in un ecosistema strategico che vede – oltre agli Stati Uniti – la Russia (potenza artica per definizione) e la Cina, sempre più incline a proiettare la sua potenza navale anche in mari tradizionalmente lontani dalla sua area di influenza diretta. In questo senso, va detto che la presenza crescente della Cina nellArtico ha attirato da tempo lattenzione di Washington e lannessione della Groenlandia aderirebbe in tal senso alla storica dottrina Monroe che postula l’impossibilità di tollerare rivali esistenziali, sulla placca continentale del Nord America, di cui l’isola fa parte.

In generale l’interesse e la crescente pressione geopolitica sull’Artico ci ricordano due cose. La prima è che, dietro la patina della politica per le masse, il realismo geopolitico delle grandi potenze si è già pienamente proiettato nel mondo del “climate change” e della sua normalizzazione, in tutti i suoi scenari più maturi e con tutte le sue conseguenze più interconnesse. Come detto, l’aumento dell’importanza dell’Artico è direttamente proporzionale alla prevista diminuzione della navigabilità di altre rotte, e di altri chokepoint, proprio a causa dell’aumento di fenomeni climatici estremi. E tutto questo avviene un po’ in barba di qualunque progetto di Green New Deal, per quanto annacquato questo sia. La lotta al cambiamento climatico è semplicemente obliterata, la nuova prospettiva delle grandi potenze è come piegarlo a proprio vantaggio.

La seconda è che – come avevano perfettamente compreso grandi “clinici” della modernità capitalista come Wallerstein o Arrighi – le crisi di trasformazione della relazione tra stati e mercato globale coincidono sempre, nelle fasi di interregno egemonico, con una crescente attenzione alle prerogative sistemiche dello scambio; in altre parole, i trasporti e quello che oggi si chiama logistica. E in effetti dalla dimensione “microscopica” dell’economia del delivery a quella macroscopica delle grandi rotte, il presente dà pienamente ragione al vaticinio di questi due grandi autori, purtroppo colpevolmente dimenticati.

Ma torniamo alla Groenlandia, la cui centralità strategica non è peraltro accolta senza riserve dai suoi abitanti. Il territorio è una terra abitata da una popolazione indigena di quasi 60mila individui che, negli ultimi decenni, ha intrapreso un lento ma deciso cammino verso una maggiore autonomia, se non verso lindipendenza completa dalla Danimarca. La narrativa che vede la Groenlandia come una pedina in una partita a scacchi globale si scontra con le aspirazioni di autogoverno dei groenlandesi, per i quali il controllo delle risorse naturali e delle opportunità della nuova logistica artica è anche una questione di cruciale autodeterminazione economica. Ma come si sa, purtroppo, nei grandi giochi tra superpotenze i concetti di sovranità e autodeterminazione valgono, per così dire, a targhe alterne. 


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