In un mondo in cui è la produzione di content a dettare i ritmi della politica, sono anche i nostri nemici a riempire i nostri feed. Quello che ci resta da fare è guardare quello che hanno fatto e crogiolarci nell’orgoglio di essere diversi da loro. Ma perché ci piace tanto farlo? Prova a rispondere Mattia Salvia, editor di Iconografie e hate watcher amatoriale.
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Da due anni a questa parte, da quando è iniziato il genocidio a Gaza, usare i social media è diventato insostenibile. Da un lato ci siamo ritrovati quasi forzati alla continua osservazione delle vittime di una tragedia di proporzioni storiche e dei modi in cui cercano di sopravvivere, in una ininterrotta e surreale alternanza tra le foto delle vacanze e le storie dei nostri amici e gli appelli e le richieste di aiuto delle vittime dei massacri. Dall’altro, c’è il costante contatto con una grande quantità di contenuti e di opinioni che negano, sminuiscono o persino provano a motivare lo sterminio: le dichiarazioni aberranti dei politici israeliani, gli articoli orrendi dei giornali nostrani, i video degli influencer filoisraeliani. In mezzo a tutto questo rumore, restiamo noi osservatori a chiederci quale sarà l’impatto a lungo termine di tutto questo sulla nostra salute mentale.
Il fenomeno dell’esposizione costante e più o meno involontaria a un flusso di contenuti provenienti dalla Palestina è qualcosa di cui siamo abbastanza consapevoli e a cui tutto sommato ci stiamo abituando. Sono talmente tanti che sono stati sublimati in una specie di archetipo, un’idea platonica di tutte le immagini di massacri condivisa 50 milioni di volte come la famosa immagine AI “All eyes on Rafah”. Al contempo, tuttavia, siamo meno consci di un fenomeno altrettanto rilevante e speculare: l’osservazione dei contenuti prodotti dai carnefici. Io personalmente mi sono accorto solo di recente di come questa cosa sia diventata un’attività che faccio praticamente tutti i giorni, impegnando così una buona parte dei momenti morti – e che soprattutto è l’unico motivo per cui apro ancora Twitter, che prima era il mio social media preferito e che altrimenti avrei abbandonato. Nel mio caso si tratta di leggere assiduamente cosa scrivono una serie di profili italiani, persone comuni con un certo seguito online, accomunate dal far parte di una bolla socialmediatica filoisraeliana molto aggressiva e radicalizzata.
Non sono persone particolarmente intelligenti, né quello che scrivono è effettivamente interessante: bene o male, si limitano a mettere in dubbio qualsiasi notizia proveniente da Gaza, attaccando i nemici di Israele facendo costante riferimento alla propaganda israeliana, mentre accusano qualunque narrazione anche solo leggermente più neutra di essere propaganda di Hamas. In questo senso, esprimono posizioni assurdamente massimaliste (cose tipo: “la Palestina non esiste” o “Colonie? L’unica colonia è la Cisgiordania, perché è stata creata artificialmente per sradicare gli ebrei da quel territorio”) e portano avanti polemichette tanto infantili quanto sproporzionatamente violente contro chiunque non sia allineato a loro (su tutti, Francesca Albanese e Cecilia Sala); tutto questo sarebbe soltanto ridicolo e irrilevante se lo scopo fosse convincere qualcuno. L’obiettivo di questi utenti, invece, è decisamente più sottile e ambiguo: allargare lo spazio del dicibile.
Non credo che dedicarsi a questo hate watching del sionismo radicale italiano sia una cosa solo mia – anzi, penso che tutti coloro che stanno dalla parte della Palestina finiscano per un motivo o per un altro per farlo, magari senza nemmeno accorgersene, ciascuno concentrandosi su soggetti diversi appartenenti ad altri filoni dello stesso movimento (gli account di grossi propagandisti filoisraeliani internazionali come Hillel Neuer, per esempio, o gli account ufficiali dello Stato di Israele). Non posso averne certezza, ma sono convinto che anche i sionisti in questione facciano la stessa cosa con la galassia dei sostenitori della Palestina. La domanda è: come mai? Cosa mi spinge personalmente a osservare morbosamente dei tizi che non conosco mentre fanno esposti all’ordine dei giornalisti, minacciano querele e organizzano call out per difendere da ogni critica il governo di Benjamin Netanyahu? Per quale motivo siamo così ossessionati da ciò che dicono e fanno i nostri nemici?
In parte, c’è sicuramente da tenere conto della dimensione psicologica della vicenda. Vedere quotidianamente gente che muore o che soffre la fame ci sta fottendo il cervello, provocandoci una quantità di emozioni negative che non abbiamo modo di sfogare se non andando deliberatamente a cercare dei canali in cui indirizzarle. Forse lo stesso discorso può valere a parti invertite per i sionisti, e la fonte primaria delle loro emozioni negative è presumibilmente la grande mobilitazione per la Palestina in corso in tutto il mondo. La maggior parte di loro, dopotutto, sono appartenenti a quell’estremo centro radicalizzato che si vede portatore di una visione oggettiva della realtà che per propria natura non può tollerare posizioni politiche dettate da reazioni viscerali – come è ai loro occhi l’orrore per lo sterminio ingiustificabile di migliaia di esseri umani. Noi, al contempo, ci scopriamo privi di qualunque mezzo per salvare la vita dei palestinesi e, anche dopo aver riempito le piazze, condiviso infografiche, firmato appelli e boicottato Carrefour senza vedere nessun miglioramento, non sappiamo più cosa fare se non cercare qualcuno da odiare.
Ma al di là di questo c’è forse anche una spiegazione sociale che riguarda il nucleo fondamentale della politica contemporanea – o, cosa ancora più importante, di come ci rapportiamo ad essa. È in questo senso che si possono vedere gli eventi in corso a Gaza come ad uno spartiacque: hanno svelato una polarizzazione di cui si discute almeno da un decennio, che è stata rivelata per la prima volta all’indomani dell’elezione di Donald Trump nel 2016, ma che tutto sommato prima non era ancora estesa a tutta la società. Fino a Gaza, entrambi gli schieramenti l’un contro l’altro armati in cui è divisa la politica internazionale contemporanea contemplavano ancora la possibilità di trovare un terreno comune o riconoscevano ancora l’esistenza, se non di regole condivise, di uno stesso metro di giudizio per valutare le azioni proprie e altri. Gaza ha fatto crollare questa illusione. I due contendenti hanno deciso di togliersi i guanti e adottare il motto del feldmaresciallo Oscar Benavides, militare e presidente del Perù a inizio Novecento: “per i miei amici, qualsiasi cosa; per i miei nemici, la legge”.
Ne aveva scritto già alla fine del 2023 l’analista politico Alex Hochuli, “quando Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre e Israele si è poi vendicato, abbiamo finalmente avuto ciò che aspettavamo: una scusa per scagliarci l’uno contro l’altro”. Questo scontro, aggiungeva, non nasceva dal niente: “le linee erano già state tracciate, era il momento di attaccare. Si trattava di Noi e Loro, i buoni e gli oppressi contro i malvagi, la nostra contro l’altra squadra.” È stata la rivelazione definitiva del carattere fondamentalmente schmittiano della polarizzazione politica contemporanea: amico-nemico, noi-loro. A distinguere la nostra epoca dallo scenario descritto da Schmitt all’inizio dello scorso secolo interviene il fatto che, almeno qui in Occidente, questa contrapposizione non si dà in una vera negazione del proprio avversario ma in una serie di microbattaglie culturali che non influenzano in nessun modo la realtà. I palestinesi muoiono davvero e parte degli israeliani è davvero convinta della necessità di massacrarli; noi siamo semplicemente persi in un gioco delle parti.
I sionisti radicali dicono cose che ci fanno rabbrividire, che li fanno sembrare dei mostri, e noi non riusciamo a smettere di guardarli perché osservare i mostri è pauroso ma anche affascinante. Lo stesso deve essere vero, dal loro punto di vista, per le cose che scriviamo noi: ciò che dal nostro punto di vista ci rende esseri umani e ci distingue da loro è probabilmente proprio ciò che ai loro occhi ci rende delle bestie. Allo stesso tempo, l’hate watching può esistere proprio perché non riusciamo pienamente ad accettare il carattere schmittiano della contrapposizione: o meglio, non riusciamo ad accettare che possano esistere uomini e anche mostri. Se riconosci il tuo nemico come tale non hai tempo da perdere a guardarlo cazzeggiare su Twitter. Noi, invece, perdiamo tempo a guardarli perché riflessa nella loro disumanità vediamo una conferma della nostra umanità – un’attività che ci sembra ancora più importante quando non abbiamo nessun altro modo di dare concretezza alla nostra visione. Probabilmente per loro è lo stesso, solo con una diversa accezione della categoria di umanità: la nostra è universale (e quindi i palestinesi ne fanno chiaramente parte), mentre la loro è incentrata sulla difesa di una immaginaria civiltà occidentale in lotta contro le orde dei barbari-terroristi-oscurantisti-omofobi-qualsiasi altra categoria di derivazione illuminista rovesciata e radicalizzata fino al parossismo .
Il contesto in cui avviene tutto questo, però, non è una guerra come quelle a cui siamo abituati da spettatori esterni. Il conflitto in corso a Gaza è da mesi diventato un’offensiva quasi esclusivamente unidirezionale condotta da Israele ai danni della popolazione civile palestinese e proprio questo rende ancora più incomprensibile ai nostri occhi l’atteggiamento di chi continua a difendere Israele. Forse, però, non c’è più nulla da capire riguardo a queste persone. Il linguista Adam Aleksic ha scritto nella propria newsletter che gli utenti dei social media si stanno frazionando in una serie di microcomunità, ognuna delle quali comunica con dei “micro-brainrot” incomprensibili al pubblico esterno. Lo stesso discorso vale per i sionisti di Twitter: da un lato sono rappresentanti di una visione che accetta il genocidio, dall’altro parlano una lingua che non è più accessibile alla maggior parte dell’umanità. Il tifo per Israele, espresso in termini sempre più sgrammaticati e apparentemente deliranti, non è insomma niente di più che un dog whistle per il suprematismo del mondo occidentale. La stessa cosa si potrebbe dire al contrario sul nostro conto, con la differenza che le loro posizioni sono egemoni: è il mondo del brainrot sionista, noi ci viviamo solo dentro.